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Nicola Tranfaglia

Il ciclone Trump e le elezioni americane

trump smorfiadi Nicola Tranfaglia
In queste giornate di agosto, caratterizzate dal parlamento chiuso e dalle vacanze degli italiani che hanno invaso le spiagge della penisola e le montagne, evitando in gran parte di andarsene all’estero e tanto meno in quei paesi vicini in cui sono arrivati i gesti terroristici dello Stato islamico come la Francia e il Belgio, la campagna elettorale americana è l’unico avvenimento di grande interesse in cui le persone che sono convinte dell’avvenuta globalizzazione temono, come chi scrive, che prima o poi registreremo anche nel bel Paese le gesta dei guerriglieri islamici.
Ormai i quotidiani americani sono persuasi che Donald Trump sarà sconfitto, sia pure con non grande distacco, dalla candidata del partito democratico, l’ex segretaria di Stato, Hillary Clinton, si capisce la preoccupazione della stampa americana.
Come si fa a trattare un fenomeno politico così anomalo se il miliardario, appena interviene, mette in pericolo le istituzioni o istiga addirittura alla violenza? Per molti il candidato repubblicano è diventato un caso di coscienza da vari punti di vista. Intanto molti hanno avuto l’impressione di essersi prestati inizialmente a un gioco al massacro in cui il ticoon ha fatto il bura ttinaio eliminando candidati seri e rispettati del partito repubblicano come John Kasic, Marco Rubio e Jeb Busch e non ha speso quasi nulla nella sua campagna elettorale affidandosi solo ai giornali soprattutto vicini al partito democratico che lo hanno variamente attaccato.
Adesso the great Donald sta precipitando nei sondaggi anche perché dice cose che non stanno né in cielo né in terra, come dire che gli arsenali nucleari devono essere usati visto che sono stati costruiti e non si rimangia neppure uno slogan come quello che Obama, il presidente americano ancora in carica, è il fondatore dell’Isis e quando gli rispondono ha il coraggio di dire: “sono sarcastico ma non è che fossi poi tanto sarcastico”.
E, ancora quando butta lì la battuta che il partito delle armi ha il diritto di difendere le sue tesi e dimentica che, vent’anni fa in Israele, furono scintille simili a provocare l’attentato di un fanatico sionista che uccise il presidente della repubblica di Israele Rabin. Recente lezione della storia, disciplina che è sicuramente tra quelle non preferite dal miliardario americano.

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