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Nicola Tranfaglia

La schiavitù nei campi italiani

tranfaglia nicoladi Nicola Tranfaglia

Il nostro è un paese in cui la schiavitù esiste ancora. Ed esiste nelle zone in cui una volta si parlava della “questione meridionale”, nella Puglia in cui si raccolgono i pomodori, i meloni durante la primavera e l’estate e i grappoli d’uva in autunno e si fa il vino. I luoghi sono ora Foggia e Nardò e ancora altri paesi della Campania. Lo sfruttamento assume nuove forme, indossa maschere semi-legali come i voucher inventati dal governo in carica. Conta sulla mancanza dei controlli, riceve fondi europei e in queste zone siamo arrivati a 110 mila richiedenti asilo che arrivano dal Paista, dalla Nigeria, dal Gambia, dal Senegal e dal Mali.

Erano 33 mila in meno un anno fa. Nella tendopoli di San Ferdinando di Puglia dove un carabiniere, sparando, ha ucciso un ragazzo che lo minacciava con un coltello, il 33 per cento dei 471 stagionali curati da “Medici per i diritti umani” era un esule in attesa di ricorso in tribunale. Più della metà aveva in tasca un permesso di protezione internazionale”.

Nel 2011 in Calabria a Rosarno è scoppiata una rivolta di braccianti. Il 10 maggio scorso da un’inchiesta della Digos di Prato sono stati indagati 12 pakistani: per la vendemmia di cinque aziende del Chianti. Carivano su pullman con i vetri oscurati i profughi-almeno un centinaio quelli coinvolti- per pagarli da quattro a sei all’ora contro i 9 del contratto nazionale.
Al telefono li chiamavano “questi schiavi negri e stronzi”. Sono stati perquisiti anche tre italiani: consulenti del lavoro di Prato che fornivano false buste paga e documenti. Fra quelle vigne mancavano ispezioni, prime della denuncia da cui è partita l’indagine aiutata dal direttore della cooperativa che ospitava i rifugiati e si era accorta che qualcosa non andava. Del resto sui campi quando i controlli, arrivano anche le sanzioni: nelle 8862 aziende agricole ispezionate dalle autorità nel 2015 sono stati intercettati 6153 irregolari e 3629 braccianti totalmente in nero. Impiegati rimborsi per il viaggio dovuto ai “caporali”, ghetti per abitare e nessuna sicurezza. Fino alla fame: meno di un mese fa i carabinieri hanno arrestato nella provincia di Brindisi una madre e suo figlio che portavano, secondo l’accusa, i braccianti fino alla terra di Bari. E se non c’era posto li chiudevano nel bagagliaio. “Non mangio da giorni” diceva disperata una di loro.

“Ho provato vergogna. Qui mancano i diritti e non è riconosciuta la dignità. ” Così Camilla Fabbri, presidente della commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, commentava qualche giorno fa l’ispezione appena terminata nella cooperativa “Centro Lazio” nella pianura pontina, non lontano da Roma dove le associazioni mafiose sono presenti e da tempo forti.

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