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Nicola Tranfaglia

La borsa di Calvi e i suoi misteri

di Nicola Tranfaglia - 16 febbraio 2015
Quando il banchiere di Dio (come già lo aveva chiamato Mario Almerighi in un libro apparso nel 1982 e intitolato appunto I Banchieri di Dio) Roberto Calvi venne trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi con mattoni nelle tasche, le mani legate dietro la schiena e 15.000 dollari addosso, fu trovato anche un passaporto intestato a "Gian Roberto Calvini" e di suoi amici o conoscenti come l'industriale Roberto Fratalocchi (produttore di apparati di guerra elettronica e presidente di Elettronica S.p.a), del politico democristiano Mario Ferrari Aggradi, del piduista Giovanni Fabbri, di Cecilia Fanfani, dell'amico di Sindona e ex consigliere del Banco di Roma Fortunato Federici, del piduista e dirigente del settore Valute del Ministero del Commercio Estero Ruggero Firrao e del Ministro delle Finanze socialista Rino Formica. Il giorno prima si era suicidata la sua segretaria personale Graziella Corrocher lanciandosi dal quarto piano dell'edificio milanese sede del Banco Ambrosiano. Il secondo processo britannico dopo che il primo aveva parlato di suicidio del banchiere lasciò aperta sia la porta del suicidio sia quella dell'omicidio.
Dieci anni dopo i fatti, la procura di Roma riaprì il processo come omicidio volontario e premeditato e utilizzò le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia che parlò del fatto che Roberto Calvi e Licio Gelli avevano investito denaro mafioso nell'Istituto per le Opere Religiose (IOR) e nel Banco Ambrosiano per conto del boss mafioso Pippo Calò che curava gli interessi finanziari del clan dei Corleonesi (prima capeggiato da Totò Riina, quindi da Bernardo Provenzano). Marino Mannoia dichiarò: "Calvi fu strangolato da Francesco Di Carlo su ordine di Pippo Calò. Calvi si era impadronito di una grossa somma di denaro che apparteneva a Licio Gelli e a Pippo Calò. Prima di fare fuori Calvi, Calò si era tolto una preoccupazione perché Calvi si era dimostrato inaffidabile”.
Quattro anni dopo, Francesco Di Carlo, divenuto collaboratore di giustizia, negò di essere l'assassino di Calvi ma ammise che Pippo Calò gli aveva chiesto di ucciderlo, poi però si organizzò diversamente e gli venne detto che "la questione era stata risolta con i napoletani”. Infatti, secondo un altro collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, i camorristi legati ai Corleonesi (Michele Zaza, i fratelli Nuvoletta ed Antonio Bardellino) si erano affidati a Calvi per i loro investimenti e avevano perso denaro anche loro. Secondo il collaboratore di giustizia Pasquale Galasso, l'esecutore dell'omicidio Calvi era stato invece Vincenzo Casillo, membro della Nuova Camorra Organizzata che era passato segretamente dalla parte del clan Nuvoletta e per questo doveva fare un favore a Pippo Calò. Infine Antonio Mancini, esponente della banda della Magliana, dichiarò che Calvi venne ucciso su ordine di Pippo Calò e del faccendiere Flavio Carboni che costituiva un anello di raccordo tra la banda della Magliana, la mafia di Pippo Calò e gli esponenti della loggia P2 di Licio Gelli.
Il successivo processo, dopo le indagini di Mario Almerighi che ha appena pubblicato un libro su "La borsa di Calvi” (Chiarelettere editori), si aprì il 5 ottobre 2005 all'interno del carcere romano di Rebibbia e imputati furono Pippo Calò e Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi della banda della Magliana, Silvano Vittor contrabbandiere e la compagna di Carboni, Manuela Kleinsig.
Successivi processi hanno sempre concluso per l'omicidio ma hanno assolto gli imputati. Quello che si è potuto finora accertare è stato che i segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connesso alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sembrano essere all'origine della decisione di uccidere Roberto Calvi che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quel che sapeva ai magistrati.
Un testimone scomodo che era necessario far tacere per sempre. Chissà se così il mistero è stato davvero svelato o emergeranno tra qualche anno nuove carte per raccontarci una diversa verità.       

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