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Nicola Tranfaglia

Quando tornano i fatti del '92

borsellino-falcone-shobha-bigdi Nicola Tranfaglia - 7 febbraio 2015
La scorsa settimana grazie a due processi si è tornati a parlare dei fatti del 1992. Da una parte il Borsellino quater, che va alla ricerca, dopo più di vent'anni, delle ragioni ultime ancora discusse per cui Paolo Borsellino venne trucidato davanti all'abitazione di sua madre quella calda domenica 19 luglio 1992. Dall'altra il processo trattativa Stato-mafia, che si è tenuto a Roma in trasferta, che cerca di far luce su quanto avvenuto nei primi anni novanta. Il 1992 in particolare è un anno cruciale della storia recente dell'Italia repubblicana che per i giornali e i canali televisivi ha significato la caduta della prima repubblica e l'esordio della seconda, e per molti tra gli storici che hanno scritto degli anni recenti, segna invece la crisi della classe politica postbellica che aveva governato fino a quel momento e l'inizio di una crisi, non ancora superata del tutto in questi primi quindici anni del ventunesimo secolo. Già, quel '92 in cui affiorarono in dodici mesi frenetici e contratti le profonde crepe politiche, economiche e civili che caratterizzano gli ultimi quarant'anni di vita repubblicana. Il 1992 - è stato ricordato di recente - non è solo l'anno delle grandi stragi palermitane in cui furono uccisi non soltanto Falcone e Borsellino ma più di dieci agenti di scorta che avevano passato gli ultimi anni della loro vita a tutelare la vita dei due magistrati, ma è anche un succedersi di avvenimenti cruciali. Ad esempio la scoperta giudiziaria della grande corruzione pubblica, oppure l'adozione del voto proporzionale uninominale, l'affermazione elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi, l'agonia dei grandi partiti di massa, la voglia di riscatto civile di una parte non piccola degli italiani, il terrorismo mafioso, il debito pubblico alle stelle, l'intervento pubblico assistenzialista, il difficile rapporto con l'Europa.

E questo avviene mentre i politici più forti e potenti lottano tra loro, senza risparmio di colpi di ogni genere, per sopravvivere ed essere ancora al centro della scena. E così quando capita, come nel processo trattativa, di sentire l'ex segretario della Democrazia cristiana, il marchigiano Arnaldo Forlani, fornire una testimonianza su episodi cruciali di quell'anno come si si fosse in un periodo sereno e tranquillo, è inevitabile dubitare e ricordare al testimone che cosa c'era dietro quella apparente serenità. La testimonianza di Forlani è richiesta su un particolare importante che riguarda l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino, l'ex ministro della Giustizia e poi degli Esteri Vincenzo Scotti, ambedue democristiani e l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. Sulla scelta di Scalfaro come capo dello Stato proprio quell'anno, Forlani non ha dubbi e afferma che fu condivisa dai partiti di governo senza tentennamenti. La nomina di Nicola Mancino come nuovo ministro degli Interni allo stesso modo, perché - ha aggiunto - lo ritenevamo assolutamente idoneo a ricoprire quel ruolo." L'uomo politico marchigiano ha detto più volte il classico "non ricordo" a cui i giudici siciliani sono da sempre abituati e ha detto anzi che fu lui, come segretario del partito democristiano, a proporre di scegliere uno dei presidenti delle Camere, tra Spadolini del Senato e Scalfaro presidente della Camera. Alla fine la scelta cadde su quest'ultimo che diede l'incarico di governo a Giuliano Amato. E la scelta di Mancino come ministro degli Interni venne compiuta dall'ufficio politico della Democrazia cristiana "in un dibattito-ha aggiunto Forlani-politico di serenità." Senonché la testimonianza cozza contro elementi di fatto che è difficile dimenticare. Anzitutto le dichiarazioni dell'allora ministro degli Interni Vincenzo Scotti all'audizione del 20 marzo 1992 (otto giorni dopo l'assassinio dell'eurodeputato democristiano Salvo Lima, ritenuto da tutti il punto di riferimento essenziali del presidente del Consiglio Giulio Andreotti in Sicilia) dinanzi alla Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati: "Nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini va detta la verità e non edulcorata. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Se qualcuno ritiene che questo non sia vero sono pronto alle dimissioni ma per questa ragione ,ma non cedo il passo su questo terreno, ho detto che l'allarme sociale è altissimo e la gente deve sapere queste cose. Siamo un paese di misteri e io non intendo gestire il ministero degli interni con una condizione di silenzio o di misteri e senza mettere su carta le cose che si sanno." E queste parole - è stato a ragione osservato - dimostrano come a livello istituzionale il clima fosse teso. Inoltre in un appunto del generale comandante dei carabinieri indirizzata il 20 giugno 1992 al capo dei servizi segreti militari si ribadisce i rischi che correvano altri politici siciliani come Calogero Mannino e Salvo Andò. Peraltro, nonostante le spiegazioni di Forlani, non sono totalmente chiarite le ragioni del passaggio del Ministero degli interni da Scotti a Mancino avvenuto qualche tempo dopo.

Foto © Shobha

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