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Nicola Tranfaglia

Le trattative e i misteri

di Nicola Tranfaglia - 3 febbraio 2015
Frammenti di una verità difficile e sgradita emergono a fatica giorno per giorno dalle deposizioni che si tengono in questi giorni di inizio febbraio 2015 dal bunker delle carceri di Rebibbia a Roma, dove la corte di Assise di Palermo presieduta dal dottor Giacomo Montalto tiene le sue udienze sul capitolo, ancora parzialmente oscuro, delle trattative tra mafia e Stato all'inizio degli anni Novanta. Nell'opinione pubblica nazionale, purtroppo, c'è ancora l'idea, profondamente sbagliata, che la guerra, più volte proclamata a piene lettere tra Cosa Nostra (e le altre associazioni mafiose come Ndrangheta calabrese, Camorra campana e Sacra Corona unita pugliese) e lo Stato italiano con i suoi organi di governo, sia stato un fatto episodico continuamente interrotto dal succedersi di atti bellici più o meno violenti.
Le cose, per chi studia da molti anni i fenomeni mafiosi, non sono così semplici e possiamo dire con una certa sicurezza che, accantonando per ora la questione che riguarda l'Italia liberale e prefascista, a partire dallo sbarco angloamericano in Sicilia nel luglio 1943 i rapporti tra le associazioni mafiose e le istituzioni statali ci sono state e non sono sempre contrassegnate dalla guerra aperta o sotterranea.
Se ne ha la conferma proprio in queste udienze nel bunker del carcere romano di Rebibbia. Si alternano sul podio dei testimoni i capi mafia noti come il corleonese Leoluca Bagarella che ha fatto parte, per così dire, del gruppo di comando di Cosa Nostra diretto per molti anni da Totò Riina e successivamente da Bernardo Provenzano, e che ai giudici siciliani ha voluto soprattutto smentire le dichiarazioni rese in precedenti udienze da Tullio Cannella, Angelo Siino, Vincenzo Sinacori e Giovanni Brusca che hanno raccontato i progetti separatisti siciliani messi in cantiere da Cosa Nostra nel 1992 che riprendevano i sogni degli anni quaranta per il distacco dell'isola maggiore dallo Stato italiano e la creazione di un nuovo Stato denominato Sicilia libera.  
Ma è difficile credere che quelle dichiarazioni siano davvero attendibili visto che sono ormai accertati alcuni elementi importanti della scena politica e istituzionale nei primi anni Novanta.
Nei prossimi giorni dovranno deporre anche l'ex direttore del DAP Adalberto Capriotti, l'ex ministro della Giustizia Arnaldo Forlani, l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso.
In altri termini è ormai chiaro: 1) che durante il governo Andreotti si sono verificate forti oscillazioni nel trattamento in carcere dei detenuti mafiosi e sul piano istituzionale ci sono state forti resistenze all'applicazione del carcere duro e senza rapporti con l'esterno che proprio il giudice Falcone aveva instaurato, grazie alla collaborazione con il ministro della Giustizia Martelli come direttore generale degli Affari Penali; 2) che Cosa Nostra presente in parlamento attraverso suoi esponenti (come, con ogni probabilità, il deputato siciliano Salvo Lima ucciso nel marzo 1992 per aver mancato ai patti conclusi a suo tempo); 3) ed è l'aspetto più importante per la nostra storia, dopo lo scontro e il ricatto di Riina che ha minacciato nuovi attentati dinamitardi se non ci fosse stato un miglioramento delle condizioni detentive dei mafiosi, da parte del Ministero della giustizia, del Dap e delle Forze dell'Ordine per la debolezza o la parziale connivenza di alcuni dei capi, si sia giunti nel massimo silenzio a una nuova coabitazione tra mafia e Stato dopo lo scontro e il ricatto.
Se le cose sono andate così, non c'è da essere per nulla soddisfatti ed è necessario, invece, comprendere cosa è successo e quali sono le responsabilità dei singoli. Il processo di Palermo dovrebbe servire proprio a questo obbiettivo.

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