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Nicola Tranfaglia

Un razzismo ordinario

di Nicola Tranfaglia - 30 gennaio 2015
Siamo la terza potenza economica dell'Europa e facciamo parte di tutte le organizzazioni degli Stati più progrediti ma siamo ancora un Paese che ha alcuni sintomi negativi di arretratezza civile e culturale.
Già l'anno scorso Giuseppe De Rita, presidente del Censis, dettando le considerazioni generali al 47mo rapporto dell'istituto di ricerche, aveva detto con chiarezza che l'epiteto attribuito al nostro Paese da molti osservatori stranieri poteva essere racchiuso in un attributo tutt'altro che lusinghiero: una società e uno stato tendenzialmente razzisti. Ora esce il terzo libro bianco sul razzismo in Italia curato da Lunaria e rafforza quell'aggettivo che già allora segnalammo all'opinione pubblica nazionale. Si tratta di un rapporto che parla degli ultimi tre anni.
Tra il primo settembre 2011 e il 31 luglio 2014 sono stati rilevati dalla cronaca 2566 casi di razzismo. Tra questi rientrano le violenze razziste verbali - scritte od orali, quelle fisiche, i danni contro proprietà e cose e le discriminazioni - tra le quali rientrano anche le ordinanze. I casi sono aumentati di anno in anno: 511 nel 2012, 901 nel 2013, 998 nei primi sette mesi del 2014. Il moti
vo più frequente è stato trovato nelle origini nazionali ed etniche, seguito da quello dei tratti somatici, poi dall'appartenenza religiosa e solo in ultima istanza dalle pratiche culturali. Tra i casi riscontrati di violenza razzista e discriminazione, la maggior parte si è verificata nell'ambito dell'informazione (767), subito dopo in quello della vita pubblica (727) e in quello dei rapporti con le istituzioni (306). Nel solo settore dell'informazione si è passati dai 128 casi del 3012 ai 317 del 2014. I bersagli più frequenti sono i rom, seguiti da mussulmani e da ebrei. Impressionante per chi conosce la storia occidentale o l'ha vissuta da vicino il ritorno di tendenze antisemite pur dopo la tragedia dei milioni di ebrei uccisi dai nazionalsocialisti nei grandi lager dell'Europa orientale, a cominciare da Auschwitz.
Un capitolo importante del rapporto di Lunaria riguarda i mezzi di comunicazione di massa. "La stampa che non non rispetta la regole più basilari della deontologia professionale ha potuto continuare il suo lavoro ha potuto continuare il suo lavoro - dice il rapporto - raccontando quello che emerge dalle varie testate.
"Dalla nazionalità enfatizzata quando a commettere il crimine è uno straniero, mentre non lo è quando lo straniero rappresenta la vittima alla terminologia usata per definire i rifugiati, i quali, anche quando non sono chiamati clandestini, sono presentati come vittime, disperati, come "non persone". Il rapporto mette in luce anche la frequente manipolazione dei dati che porta a volte i giornalisti a usare un linguaggio allarmistico che rafforza il muro che separa gli stranieri dagli italiani.
Certo ci sono stati negli ultimi anni racconti realistici sui centri di accoglienza e sul trattamento riservato in alcuni dei centri a quelli che arrivano dal Mediterraneo o dagli oceani per chiedere asilo politico o lavoro per sopravvivere.

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