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Marco Travaglio

Piove sul Bagnasco

bagnasco angelodi Marco Travaglio
Il Papa è fuori concorso, perché viene “dall’altra parte del mondo”. Ma i cardinaloni e vescovoni che da tempo immemorabile danno lezioni all’Italia e ordini ai politici italiani, da che pulpito pontificano? E dov’erano mentre in Vaticano succedeva quel che emerge grazie ai libri di Fittipaldi e Nuzzi? L’ultima trovata per neutralizzare le loro rivelazioni, a parte il solito giochino di guardare il dito (i corvi, le fughe di notizie) anziché la luna (gli scandali), è quella di dire che i fatti emersi erano già noti a chi di dovere, che stava già provvedendo alle necessarie bonifiche. A parte il fatto che le stesse cose si dicevano dopo il primo scandalo, quello nato dai documenti trafugati dal maggiordomo di Benedetto XVI e pubblicati dallo stesso Nuzzi e dal nostro Marco Lillo, quella non è un’attenuante, ma un’aggravante. Perché vuol dire che un mese fa, mentre l’Osservatore Romano, il presidente della Cei Angelo Bagnasco, il suo giornale Avvenire e il cardinal vicario Agostino Vallini facevano il tiro a segno su Ignazio Marino, già peraltro polpettizzato dai bombardamenti dell’aviazione renziana, sapevano tutto della mala gestione delle finanze vaticane, della vita da nababbi di certi cardinali (anche di quelli chiamati a moralizzare), degli sprechi su spese ordinarie e appalti, degli investimenti folli, dei fondi stornati dall’ospedale pediatrico Bambin Gesù per il superattico e l’elicottero del Faraone Bertone, dei conti bloccati a padre Georg e ad altri big per la gran mangiatoia della fabbrica dei santi. Eppure parlavano di Marino. “Assume i contorni di una farsa la vicenda legata alle dimissioni del sindaco”, tuonava l’Osservatore strabico: “Al di là di ogni altra valutazione, resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende”.

Silenzio, invece, sul danno d’immagine della Chiesa che usa parte dell’8 per mille, e persino delle offerte di tanta brava gente per i bambini malati, per mantenere cardinali che vivono da prìncipi rinascimentali. “Roma ha bisogno di un’amministrazione efficiente, alla sua altezza”, turibolava Bagnasco. Chissà dov’era il presidente della Cei nei cinque anni in cui la Capitale d’Italia cadde nelle grinfie di Alemanno e di Mafia Capitale: siccome il sindaco non registrava unioni gay e marciava col centrodestra al Family Day, tutto era perdonato.

E chissà che intende Bagnasco per “amministrazione all’altezza”, visto che non s’è mai accorto del malgoverno della Santa Sede. Poi c’è il cardinale Vallini, vicario di Roma fortunatamente in età da pensione, degno erede dell’indimenticabile Ruini, per vent’anni sponsor dei peggiori politici in cambio di leggi ad Ecclesiam (dalla fecondazione eterologa, poi smantellata dalla Consulta, all’esenzione dall’Ici di alberghi e scuole del clero) e di un vuoto normativo sulle coppie di fatto che fa dell’Italia la vergogna d’Europa.

L’11 ottobre, nel pieno della guerra Renzi-Marino, Vallini si schierò dalla parte del più forte, cioè del premier, invocando per Roma una “scossa” che la “stimoli a rinascere”e a darsi “una nuova classe dirigente nella politica”, possibilmente fatta di guardie svizzere. Giunse persino a dire, affacciato dalla principesca residenza di San Giovanni in Laterano, che “vivo male per colpa del traffico, dell’aria malsana, delle sirene delle ambulanze che fanno avanti e indietro dall’ospedale”. Povera stella. E quale città scelse come modello di buona amministrazione? Ma naturalmente la sporca e inquinata Firenze: “Ci sono stato e sono rimasto impressionato dalla pulizia, cassonetti puliti, nemmeno una scritta sui muri”. Slurp. Già dimenticati i due imprenditori vicini al suo Vicariato, Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara, ex amministratori d el l ’Arciconfraternita del SS. Sacramento e San Trifone, arrestati in Mafia Capitale per i loro rapporti col sistema Buzzi. La pia congrega, teoricamente dedita all’assistenza di poveri e migranti, aveva affittato a una società dei due imprenditori un hotel a tre stelle con un centinaio di camere all’Eur (esente da Imu, ci mancherebbe) al prezzo ridicolo di 2 mila euro al mese. Poi la coppia era passata alle cooperative bianche legate alla Compagnia delle Opere e, guardacaso, l’A rciconfraternita aveva ceduto alla coop ciellina Domus Caritatis una serie di convenzioni col Comune e col governo per l’accoglienza dei rifugiati (il business che per Buzzi fruttava più della droga). Il tutto con l’avallo del Vicariato di Vallini, che all’esplodere dello scandalo assicurò di aver commissariato l’Arciconfraternita con una “visita canonica nel marzo 2010 per una ricognizione sulla vita associativa”. Peccato che entrambi gli affari siano successivi: la “ricognizione” di Vallini non è servita a nulla.

Eppure, anziché guardare in casa propria, i cardinali seguitano a impicciarsi abusivamente nella politica italiana, che invece dovrebbe guardare in casa loro ma se ne guarda bene. Come ha documentato il nostro Marco Maroni, lo Stato italiano versa ogni anno alla Chiesa, fra annessi e connessi, la bellezza di 6,4 miliardi di euro: più di quanto il governo taglierà alle Regioni nei prossimi tre anni. Ma questa è colpa dello Stato, non della Chiesa. In una celebre vignetta di Altan, un prete in talare armato infila un ombrello aperto nel posteriore di pover’uomo, ma prima gli domanda: “Permette?”. E quello, rassegnato: “Si figuri, lei sfonda una porta aperta”.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 10 novembre

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