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trump sostenitori c sputnik alexey filippovdi Giulietto Chiesa
Ci sono molti segnali che la “rivoluzione dell’America profonda” sollevata da Donald Trump non è che ai primi passi. Ma ce ne sono altrettanti a indicare che gli sconfitti stanno tastando il terreno per rovesciare la scacchiera su cui hanno appena subito uno scacco matto.

Non nascono per caso manifestazioni "popolari" in 25 città americane, che contestano il risultato elettorale. Non c'è nulla di "spontaneo" nella sollevazione di "milioni" di sottoscrittori della petizione di quella organizzazione non certo caritatevole, costruita per mobilitare gl'ingenui, che va sotto il nome di "Avaaz". Altrettanto può dirsi dell'entrata in campo di "collezionisti di e-mail" come "Change.org", e ancor più sospette sono le chiamate alle armi di "Move-on", creatura di Soros, specializzate in rivoluzioni colorate in giro per il mondo.

Sconfitta è l'élite che ha dominato l'America fino a ieri, da sempre. Quella che costruì, fin dall'inizio, un sistema politico finalizzato a tenere fuori dal potere quella che i WASP (white anglo-saxon protestant) hanno sempre considerato la "teppa" (rabble) dei lavoratori, dei poveri. Insomma, quelli che non sono mai andati a votare e che era essenziale fare in modo che mai ci andassero.

Donald Trump ha vinto, molto probabilmente, perché ha saputo trovare gli accenti giusti per parlare a quella "teppa", ormai portata allo stato di esasperazione da una globalizzazione che si è ritorta contro l'America profonda dopo avere devastato tutti i continenti.

E i paradossi che sono venuti alla luce sono molti, aggrovigliati tra loro come accade soltanto nei periodi pre-rivoluzionari. Basti pensare che a svegliare i più poveri è stato un miliardario che, per conto proprio, non ha certo mai avuto idee rivoluzionarie. Semmai un conservatore vecchio stampo, un pescecane senza scrupoli ma "esterno" all'élite; uno che usa in pubblico lo stesso linguaggio duro del businessman senza complessi; uno che conosce il potere ma che non lo ha mai esercitato.

Alla sua vittoria ha contribuito quella che ormai, sul web e fuori dal web, tutti chiamano la "presstitute": la stampa prostituitasi al potere, il mainstream bugiardo che ha propagandato la società virtuale della globalizzazione. E l'élite WASP ha finito per credere alla descrizione della propria vittoria che le giungeva, unanime, da tutte le "presstitutes". Trovandosi impreparata, stupefatta, da una sconfitta che non poteva nemmeno immaginare. I sondaggi d'opinione davano sempre vincente la candidata dell'oligarchia bipartisan: non poteva essere diversamente, visto che quei sondaggi non riguardavano l'America che non ha mai votato. Non si andava a chiedere l'opinione della "teppa", perché si pensava che, anche questa volta, non avrebbe votato.

Sono le élites, americane ed europee, che ora marciano al funerale, armate da un furibondo spirito di vendetta, dietro la bara della "libera informazione occidentale". Ed è solo uno dei paradossi che stiamo osservando mentre si dipana come un serpente velenoso nelle strade degli Stati Uniti. L'altro paradosso è quello dei "progressisti", che si dicono rappresentanti delle "decine di milioni di americani che condividono i convincimenti della tolleranza, della decenza e della giustizia sociale", per i quali "questo è un giorno di incredibile tristezza e difficoltà". I "progressisti" pensavano che queste decine di milioni potessero essere incanalati — e infatti lo sono stati — a sostegno di una candidata che non ha fatto mistero di volere la guerra con il resto del mondo. Ma non è bastato.

Né funziona ora — come stanno facendo i presstitute — descrivere i vincitori come "suprematisti bianchi". Non funziona perché non è vero, come non furono veri i loro sondaggi prima del voto. Hanno votato per Trump milioni di latinos, dopo avere constatato che i "progressisti" obamiani hanno arricchito i ricchi. Hanno votato per Trump milioni di neri, dopo avere constatato che un presidente nero ha permesso l'uccisione di centinaia di neri da parte della polizia.

Ora resta da vedere se l'oligarchia americana, il suo complesso militare-industriale, accetteranno di subire la svolta che Trump annuncia. E resta da vedere se i principi sauditi rinunceranno a dettare legge alla politica americana con i loro miliardi di crediti del Tesoro americano depositati, per ora, nelle banche americane. La loro protervia è evidente. L'illusione di un dominio imperituro è onnipresente. Emergono, qua e là, pulsioni estreme. L'ordine all'interno dell'impero è vacillante.

Tratto da: it.sputniknews.com

Foto © Sputnik. Alexey Filippov

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