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Giulietto Chiesa

Nel dopo Minsk gli ostacoli prevalgono sull'ottimismo

putin-c-RIA-Novosti Alexei-Druzhinindi Giulietto Chiesa - 12 febbraio 2015
Nella ridda di intepretazioni dei risultati del vertice di Minsk - “formato Normandia”- ci si potrà districare soltanto dopo un’attenta lettura dei documenti finali. Per ora, lasciando da parte ottimismi troppo avventurosi, bisogna in primo luogo valutare gli ostacoli che si frappongono alla loro attuazione.

Fuori dal tavolo negoziale, attorno a cui erano seduti la Russia, la Francia, la Germania e l’Ucraina, c’erano e ci sono molte forze ostili a tutti, o a una gran parte, dei compromessi che sono stati raggiunti.

Non c’erano gli Stati Uniti, ed è cosa cruciale, perché Washington era ed è per armare l’Ucraina in modo massiccio. Non è chiaro se questa sia la posizione di Obama, ma è certo che è la posizione di coloro che guidano il Senato e la Camera dei Rappresentanti e che fanno il cattivo tempo americano. Dietro di loro mancava il codazzo dei vassalli europei dell’America: Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania. C’era Poroshenko, ma nella sua ombra c’erano i nazisti di Kiev, gli oligarchi amici che finanziano gli squadroni della morte come il famigerato “battaglione Azov”, i “giocatori di pietra”.

Messi tutti insieme, tutti sotto l’ombrello americano, questi “dissidenti” possono procurare moltissimi guai nelle settimane a venire. Le agenzie mostrano fotografie delle lunghe file di carri armati già pronti alla frontiera polacca. E i caccia della Nato sono già pronti ad alzarsi in volo a pochi chilometri dalla frontiera russa, lungo tutto il suo arco europeo. Dunque ogni ottimismo è fuori luogo. Vladimir Putin ha parlato per primo, significativamente, dopo la maratona negoziale, contenendo l’ottimismo, ma era soddisfatto.

E ben si comprende, dal suo punto di vista. Tre importanti paesi europei (la Gran Bretagna non c’era ma aveva fatto sapere di essere contraria all’invio di armi all’Ucraina) hanno cambiato rotta rispetto alla linea di Washington. Non ne faremo qui l’elogio semplicemente perché in politica gli atti corrispondono sempre agl’interessi e, evidentemente, Berlino, Parigi e Londra hanno fatto i loro calcoli e hanno concluso che il disastro (da loro stessi incoraggiato, per altro) potrebbe trasformarsi in una loro catastrofe. Resta il fatto che gli sforzi russi per favorire una frattura del blocco occidentale hanno avuto, per ora, un successo. Vedremo ora se Merkel e Hollande, che hanno preso su di sé il ruolo di garanti per conto dell’Europa, riusciranno a trasformare la posizione da loro assunta in “posizione dell’Europa” tutta intera. Di Polonia e Baltici ho già detto. L’Italia di Renzi è uccel di bosco, anche se Gentiloni, ministro degli esteri, e Mogherini, ministra degli esteri europea si sono mossi sulla linea di Merkel-Hollande. La Grecia appoggerà. Gli altri non sono stati nemmeno consultati.

Più difficile la situazione a Kiev. Là dominano direttamente gli USA. Poroshenko non è una colomba. Jatseniuk è un quasi nazista. La Rada è una platea di cani arrabbiati russofobici, pronta a respingere un qualunque piano di pace. Sul campo di battaglia gli unici che prendono l’iniziativa, quando possono, sono i nazisti di settore Destro e gli ultra di Svoboda. Se non costretti non accetteranno e non applicheranno nessun cessate il fuoco.

Ma il secondo fattore, che ha reso molto pesante la spada di Mosca sul negoziato, è stata la disfatta dell’esercito ucraino. Putin ha rivelato che su questo aspetto centrale c’è stato un forte braccio di ferro durante la notte. “Da sei a otto mila uomini dell’esercito di Kiev” sono intrappolati nella sacca di Debaltsevo. Poroshenko non lo sapeva. E’ stato necessario chiamare a consulto gli esperti militari delle due parti per far toccare con mano che la Russia stava garantendo la sopravvivenza fisica di quel contingente. Se i ribelli del Donbass non fossero stati trattenuti dal Cremlino, Debaltsevo sarebbe ora un gigantesco cimitero. Con ogni probabilità non solo di cadaveri ucraini, visto che fonti del Donbass parlavano di diverse centinaia di soldati europei, tra cui tedeschi, francesi, polacchi, baltici. Questo spiegherebbe, anche, la fretta del viaggio a Mosca di Merkel e Hollande. Ma, in sostanza, un esercito combattente ucraino non esiste più. E non potrà essere ricostituito in breve tempo, sempre che ve ne sia la possibilità. Semmai il problema, per Putin, sarà di tenere a bada le milizie vincitrici del Donbass convincendole a non avanzare ulteriormente, anzi a retrocedere sulle linee del fronte del settembre 2014. E’ un fatto, tuttavia, che Putin, per la prima volta, ha parlato esplicitamente della Repubblica di Donestk e di Lugansk affermando che il negoziato sulla linea di separazione, di attestamento delle armi pesanti, di arretramento delle truppe, dovrà essere fatto direttamente da Kiev e dalle istituzioni dei ribelli.

Tutte cose che devono ancora essere fatte. Così come niente affatto certa è la disponibilità di Kiev a concedere qualsiasi forma di autonomia al Donbass, mentre è totalmente da escludere ogni disponibilità delle due repubbliche a restare all’interno di una tale Ucraina. Ma Putin è stato esplicito in questo: la Russia non pretende nessun territorio e lascia alle parti in conflitto la decisione sul lungo periodo, mentre i cannoni non dovrebbero sparare. Il condizionale è d’obbligo. Silenzio sulla Crimea. Non si sa se se n’è parlato, ma tutto lascia ritenere che, su questo punto, non ci sia stato negoziato. Putin non sarebbe andato all’incontro di Minsk se una tale questione fosse stata anche solo ventilata.

Un passo avanti è stato fatto. Esso va nella direzione che Mosca voleva. Offre all’Europa la possibilità di evitare il peggio, cioè di trovarsi in guerra per difendere un paese che non potrà salvare dal disastro. Ma non è ancora detto che l’Europa sarà capace di fermare l’America e di stare unita almeno su questo punto, visto che unita non è più su quasi nessuno dei punti della propria crisi. Il Fondo Monetario ha trovato un prestito di 15 miliardi di € per Kiev, ma bisognerà restituirlo. La crisi continua. Fermarla sarà difficile, sanarla sarà lungo e doloroso. Per gli Ucraini e per l’Europa.

Tratto da: italian.ruvr.ru

Foto © RIA Novosti/Alexei Druzhinin

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