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Giorgio Bongiovanni

Da Giletti la bugia del dottor Cafiero de Raho

di Giorgio Bongiovanni
Perché Di Matteo è stato allontanato dal pool stragi

La telefonata in diretta televisiva del Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, nel programma di "Non è L'Arena", è stato indubbiamente il colpo di scena finale di una trasmissione che aveva già avuto svariati momenti clou. Un "colpo ad effetto" che lascia basiti per il contenuto delle affermazioni fatte, oltre che un retrogusto amaro per l'ennesima occasione mancata, a nostro avviso, di fare ammenda di fronte ad un fatto (la "defenestrazione" di Nino Di Matteo dal pool che indaga sulle stragi nella Procura nazionale antimafia, avvenuta esattamente un anno fa), che ancora oggi aspetta delle risposte. Come ha già scritto Lorenzo Baldo su questo giornale nel suo articolo, "La (violenta) opposizione ai grandi spiriti" (parafrasando le parole del premio nobel Albert Einstein, ndr), è sempre più evidente che figure come il magistrato Nino Di Matteo siano scomode. Un percorso di vita, il suo, lastricato di numerosi ostacoli lungo il cammino della ricerca della verità, ma anche a livello personale con attacchi, delegittimazioni e delusioni subite da svariati poteri dello Stato. Una lotta costante e continua.
Senza correre il rischio di ripetere quanto già pubblicato voglio soffermarmi su alcuni dettagli nel merito.
Da giornalista che da vent'anni si occupa di cronaca giudiziaria ritengo sia giusto analizzare quanto avvenuto e al contempo porre delle domande anche al Procuratore nazionale antimafia. Perché non siamo affatto soddisfatti delle sue spiegazioni e giustificazioni per quanto è stato detto di fronte a milioni di italiani. Abbiamo ascoltato l'intervento nel punto in cui si dice che Di Matteo avrebbe rifiutato la sua richiesta di reintegro nel pool stragi della Procura nazionale antimafia.
Quell'affermazione così forte avrebbe meritato qualche spiegazione in più, senza tergiversare troppo sui fatti.
Abbiamo già ricordato che, se si escludono i "rumors" informali raccolti da alcune agenzie di stampa nel luglio 2019 su una "disponibilità a trovare una soluzione", sul punto a noi non risulta alcuna proposta diretta, una lettera, una mail, un incontro fisico, con cui de Raho abbia richiesto a Di Matteo in via ufficiale il suo reintegro. Sarebbe bastato un semplice click. Come avvenuto per la sua defenestrazione.
E dunque, dato che in via ufficiale fu comunicato all'allora sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, l'allontanamento dal pool dopo l'intervista ad Atlantide per aver interrotto il "rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia" impegnate nelle indagini sulle stragi, sarebbe stato lecito aspettarsi una comunicazione simile anche per la revoca del provvedimento precedente (che non c'è mai stata, ndr) o anche solo la proposta.
Quell'intervista l'abbiamo risentita più e più volte. Non c'è alcuna violazione del segreto istruttorio da parte di Di Matteo che non ha detto altro che passare in rassegna delle prove fin qui acquisite 28 anni dopo le stragi evidenziando quelle tracce che tutt'oggi lasciano aperti degli interrogativi.
E allora cosa è accaduto?
Lo stesso Procuratore nazionale ha offerto nella sua telefonata nel programma di Giletti su La7, un elemento in più spiegando di aver ricevuto le rimostranze di un Procuratore di una delle Dda soggette al coordinamento della Procura nazionale che cerca di scavare sulle stragi del 1992, del 1993 e del 1994.
Ecco, dunque, l'elemento esterno che può aver offuscato de Raho. Perché se poi, come da lui sostenuto, c'era la volontà di mantenere Di Matteo nel pool "stragi e mandanti esterni" non ha senso arrivare ad un provvedimento "immediatamente esecutivo" di rimozione. Sarebbe bastato un confronto, anche duro ed aspro, da entrambe le parti tra tutte le componenti. Così non è stato, come non risultano revoche di quel provvedimento.
E se davvero non vi è stata alcuna interlocuzione di questo tipo significherebbe che il Procuratore nazionale antimafia ha mentito.
A lasciare basiti, inoltre, il pressoché totale silenzio da parte degli altri magistrati coinvolti nel coordinamento delle indagini sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Firenze e all'interno della stessa Procura nazionale antimafia). Cosa hanno pensato, all'epoca, rispetto a quella notizia di "fiducia tradita"? Presero atto "pilatescamente" della defenestrazione di Di Matteo o intervennero, dimostrando accordo o disaccordo, sul provvedimento del Procuratore capo?
Cosa dà fastidio di Di Matteo? Forse il fatto che coordinando le indagini poteva chiedere carte, effettuare colloqui investigativi con quell'intento di spingersi in alto proprio alla ricerca dei mandanti esterni delle stragi?
Dico quello che penso, perché sono un uomo libero ed è evidente, a questo punto, che la scelta di rimuovere il magistrato palermitano sia stata comunque condizionata da tutta quella serie di valutazioni, che travalicano il merito tecnico dei fatti.
Nella storia della magistratura tante volte è avvenuto che l'isolamento e la delegittimazione è passato attraverso invidie e gelosie di colleghi nei confronti di chi, come nel caso di Di Matteo, è più in vista degli altri agli occhi della popolazione.
Noi vogliamo ancora credere alla "buona fede" del Procuratore capo nazionale antimafia che non ha avuto il giusto "polso" replicando al pm che sull'asse Firenze-Caltanissetta lamentava il "tradimento della fiducia".

Foto © Imagoeconomica

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