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Giorgio Bongiovanni

Ma dove vive Spataro?

di Giorgio Bongiovanni
L'infamia di negare i fatti, nonostante le evidenze

Il nome di Armando Spataro, ex procuratore capo di Torino, oggi in pensione, è legato ad importanti inchieste sul terrorismo durante gli Anni di piombo e a quella sul sequestro di Abu Omar, che vedeva coinvolti uomini della Cia e del Sismi. Un'operazione di extraordinary rendition (vale a dire una detenzione extra giudiziale) avvenuta nell’ormai lontano 2003. Un'inchiesta sicuramente coraggiosa, così come coraggiose furono le critiche che rivolse al Capo dello Stato Giorgio Napolitano, quando concesse la grazia al colonnello Joseph Romano, che era stato condannato dalla Corte d’Appello di Milano proprio in relazione al caso Abu Omar. Da allora si è fatto apprezzare per la contrapposizione al Referendum costituzionale di Renzi, nel 2016, e negli anni passati per la polemica con l'ex ministro Matteo Salvini, accusato di aver compromesso le indagini dopo aver tweetato: "A Torino 15 mafiosi nigeriani sono stati fermati dalla Polizia".
La scorsa settimana, però, ascoltando le sue parole nel programma 'Soul-Testimoni', in onda su Tv2000, l'impressione che abbiamo avuto è quella di un magistrato in pensione che vive sulla Luna. Non si capisce, altrimenti, il motivo di così tante affermazioni malevole e strampalate su fatti e vicende serie come le scarcerazioni avvenute negli ultimi mesi.
Nel corso del suo intervento ha sottolineato che usare il termine "trattativa" su questi fatti sia "addirittura infamante" e che, a suo modo di vedere "è semplicemente assurdo pensare che i poteri criminali abbiano influenzato i provvedimenti giudiziari". Una parola, "trattativa" che a lui non piace ("Già in Italia usare il termine 'trattativa', se qualcuno lo fa con prudenza o in maniera critica passa per colui che non vuole la verità"). Già in passato aveva espresso pensieri simili, eppure l'esistenza di trattative come quella Stato-mafia, è sancita da sentenze definitive (come quelle sulle stragi di Firenze) e ancora in corso vi è un processo che in primo grado ha portato a pesanti condanne dimostrando come nei primi anni Novanta fu compiuto, con il coinvolgimento della mafia e pezzi di istituzioni, quel reato di "attentato a corpo politico dello Stato".
Chissà se il dottore Spataro ha letto le oltre cinquemila pagine della sentenza della Corte d'Assise di Palermo che ricostruiscono i fatti di quella stagione di sangue e bombe.
Restando ai fatti più attuali, sulle rivolte nelle carceri per il diffuso terrore della pandemia agli inizi di marzo ha dichiarato anche di non credere "a disegni, a retropensieri, a complotti. Questa è una tendenza che in Italia è molto diffusa, basti pensare a quello che si dice ancora sul caso Moro. Io credo che sia un fenomeno certamente non originato da un piano a tavolino". Ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ma forse Spataro non sa che la Procura di Salerno, diretta da Giuseppe Borrelli, sta indagando sul documento consegnato la sera del 7 marzo dai detenuti che avevano messo a soqquadro il carcere di Fuorni. Accertamenti che sta compiendo anche la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha avviato su impulso del procuratore Federico Cafiero de Raho un’attività di monitoraggio sul percorso normativo e giudiziario che ha reso possibile la concessione degli arresti domiciliari a esponenti di tutte le più pericolose organizzazioni criminali.
In quel documento del 7 marzo i detenuti di Fuorni accettarono di porre fine alle rivolte (tra l'altro scoppiate quasi in contemporanea anche nelle altre carceri italiane) solo dopo aver consegnato un manoscritto con otto richieste. Un documento in cui si reclamano tamponi per tutta la popolazione dell’istituto e la possibilità di contattare in videochiamata le famiglie per ovviare alla sospensione dei colloqui disposta per contenere il dilagare del virus (fatto anomalo tenuto conto che proprio l'utilizzo di Skype e videochiamate era prevista nel primo provvedimento del governo, al momento dello scoppio dell'emergenza). Poi al punto 7 si legge: "sollecitare i tribunali a concedere pene alternative in modo" da consentire "ad ogni ristretto di questo istituto di scontare la pena ai domiciliari per contrastare, prevenire o meglio curare l’emergenza coronavirus che sta invadendo il nostro sistema".
Dopo quegli scontri nelle carceri vi sono stato il decreto legge Cura Italia (anche se dalla norma si escludevano quei soggetti che avevano commesso reati particolarmente gravi, come ad esempio quelli richiamati dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario), e la famosa circolare del Dap in cui si invitava gli istituti a comunicare "con solerzia", senza distinzioni tra tipologie di reati commessi, all’autorità giudiziaria i nomi dei detenuti affetti da patologie a rischio in caso di contagio da coronavirus.
Coincidenze, forse, ma è un dato di fatto che è in quel momento che è scoppiata l'emorragia delle istanze e delle scarcerazioni anche per i boss detenuti al 41 bis e in Alta sicurezza.
Quella di entrare a gamba tesa su indagini in corso evidentemente è un vizietto che il dottor Spataro non ha mai voluto perdere.
Noi non dimentichiamo, ad esempio, le sue considerazioni sulle indagini del caso della morte dell'urologo Attilio Manca, mentre la Procura di Roma di Giuseppe Pignatone, con il procuratore aggiunto Michele Prestipino, non aveva ancora chiesto l'archiviazione del caso (la richiesta sarà del febbraio 2018 e l'archiviazione del luglio 2018). Un lungo articolo che fu pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 30 agosto 2017, per dare manforte a una sentenza, quella della Procura di Viterbo, che aveva condannato a 5 anni e 4 mesi la cinquantenne romana Monica Mileti accusata di avere ceduto la droga al medico siciliano e bollava il decesso di Attilio Manca come attribuibile ad un'overdose di eroina.
In barba alle anomalie e ai molteplici aspetti su una vicenda che non sono stati affatto chiariti e che gridano giustizia, senza l'uso di condizionali, ha di fatto emesso sentenze su indagini di altri colleghi.
Per quell'intervento a gamba tesa, irrituale e presuntuoso, in cui non si è posto neanche il problema di poter urtare la sensibilità di una famiglia in cerca di giustizia, su Armando Spataro sarebbe dovuto intervenire il Consiglio superiore della magistratura con l'apertura di una pratica per un provvedimento disciplinare. Non è avvenuto nonostante, per molto meno, altri magistrati hanno subito trattamenti simili. E perché, poi, Spataro non ha mai risposto alle domande che Angelina Manca, tenace madre di Attilio, aveva rivolto alla sua persona in una lettera aperta, sempre pubblicata da Il Fatto Quotidiano?
Gli atti processuali li conosciamo, quindi non necessitiamo di invito a leggerli. E le domande che restano sono numerose, al di là delle archiviazioni avvenute.
Un altro aspetto che abbiamo notato nell'intervento televisivo dell'ex Procuratore capo di Torino. Quella sua passione irrefrenabile a bacchettare quei colleghi che a suo modo di vedere non sono abbastanza sobri o moderati: Nino Di Matteo e Nicola Gratteri. Il primo per quel suo intervento sulla mancata nomina al Dap, il secondo per alcune esternazioni dopo l'inchiesta Poseidone, che lo scorso dicembre aveva portato all'arresto di 330 persone tra cui Giancarlo Pittelli, ex senatore di Forza Italia e passato nel 2017 a Fratelli d’Italia, iscritto al Grande Oriente d’Italia, considerato "uomo cerniera" tra il mondo politico imprenditoriale e il boss Luigi Mancuso.
Il Paese non avrà bisogno di eroi, ma tantomeno ha bisogno di martiri. E ricordiamo che entrambi, Di Matteo e Gratteri, hanno ricevuto delle pesantissime condanne a morte, con progetti di attentato ancora in corso (così come scrive la Procura di Caltanissetta nel provvedimento di archiviazione sul progetto di attentato contro il magistrato palermitano), tanto che si trovano ad avere altissimi livelli di protezione. Magistrati che vengono ripetutamente delegittimati dalla politica e, alla luce di certe considerazioni come quelle di Spataro, anche dalla magistratura. Quelle stesse delegittimazioni, anche per gelosie ed invidie, che ciclicamente si ripetono. Se questo è il suo pensiero meno male che adesso è andato in pensione.
C'è una massima evangelica che dice "perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (Luca 6,39)". Ognuno è libero di rappresentare opinioni e pensieri, ma prima di intervenire in modi così strampalati, sarebbe bene per Spataro farsi un esame di coscienza.

Foto © Imagoeconomica

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