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Giorgio Bongiovanni

Contrada, il colpevole di mafia risarcito dallo Stato

di Giorgio Bongiovanni
Una vittima del giustizialismo. Un martire uomo di Stato. Così domani titoleranno i soliti giornaloni dei mistificatori della verità alla notizia della sentenza della Corte d'Appello di Palermo che ha accolto la domanda di ingiusta detenzione, disponendo per Bruno Contrada un risarcimento di 667 mila euro.
Ma la verità, impressa nella storia, è che le sentenze che hanno portato alla sua condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa non sono mai state cancellate o revocate, ma private degli effetti penali.
Dunque Bruno Contrada, uno dei personaggi più pericolosi mai visti nella storia delle nostre istituzioni, capace di tradire lo Stato per cui lavorava, mettendosi al servizio di Cosa Nostra, non è un innocente.
Sostenuto da quella parte di Stato dalle carte a posto, l'ex 007 è tornato a rialzare la testa con spocchia ed arroganza parlando di "danni irreparabili" per sé stesso e la propria famiglia.
E i danni irreparabili contro la Nazione nella lotta alla mafia?
Il processo fu istruito sulla base di numerosi testimoni e copioso materiale documentario, in particolare attraverso l’esame di più collaboratori di giustizia, ritenuti attendibili e membri di primo piano di Cosa Nostra, come Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo, Salvatore Cancemi, ed altri.
Dichiarazioni che trovavano riscontro da fonti testimoniali e documentali autonome e indipendenti.
Ed erano state provate le condotte illecite di favoreggiamento a vantaggio di soggetti mafiosi noti a Contrada (rilascio di patenti di guida e porto d’armi); di agevolazione alla latitanza di mafiosi, primo fra tutti il capomandamento di Partanna-Mondello, Rosario Riccobono, ma anche dello stesso corleonese Totò Riina; o di aver permesso la fuga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; di comunicazione di notizie di indagini programmate a carico di appartenenti a Cosa Nostra; di ripetute frequentazioni con soggetti condannati o indagati per appartenenza mafiosa.
Elementi che, al di là della "conoscibilità" o meno dell'esistenza del reato di concorso esterno (ovvero il motivo per cui la Corte di Strasburgo aveva condannato lo Stato italiano a versare 10 mila euro nei confronti dell'ex poliziotto), si prefiguravano comunque elementi per arrivare ad una condanna per associazione a delinquere (fino al 1983), o per associazione mafiosa (dopo), o per favoreggiamento alla mafia.
Questi sono i fatti che si vuole far finta di non vedere.
Ovvero che con il suo agire Bruno Contrada diviene simbolo di uno Stato-mafia che è sempre sceso a patti, ha perpetrato depistaggi e cercato di insabbiare la verità. Uno schiaffo a tutti quei martiri assassinati: magistrati, politici, giornalisti poliziotti, militari, preti, imprenditori e cittadini inermi.
Le sentenze si rispettano ma è possibile non condividerle. E quella della Corte d'Appello di Palermo è incondivisibile nella sua essenza. Perché non è possibile parlare di ingiusta detenzione laddove i fatti sono "chiari" e "dimostrati" da una sentenza mai revocata o riformata.
La stessa pronuncia Ue non è entrata nel merito dei fatti contestati. Purtroppo i giudici europei più volte in questi anni, hanno dimostrato la propria ignoranza su temi come la lotta alla mafia. Pronunce come quella sul caso Contrada o sull'ergastolo ostativo lo dimostrano ampiamente e sostenere ancora oggi, ad esempio, che il reato di concorso esterno fosse inesistente è falso, in quanto questo particolare tipo di reato è un combinato disposto dell’associazione mafiosa e del concorso nel reato.
Ovviamente, però, nessuno ricorderà i rapporti di grave collusione di Contrada con la mafia.
E c'è già chi prova ad alzare ulteriormente la posta nel tentativo di inserire nel percorso di "beatificazione" anche Marcello Dell'Utri, anche lui condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Lo scorso novembre la Cassazione ha già stabilito che la "sentenza Bruno Contrada non è applicabile in altri casi similari". Ma si aspettano nuovi colpi di coda.
E' accaduto anche con il deposito delle motivazioni della sentenza d'Appello sulla trattativa con cui è stato assolto "per non aver commesso il fatto" l'ex politico Dc, Calogero Mannino. Motivazioni, quelle scritte dai giudici, che vanno anche oltre la posizione dell'ex ministro fino a strabordare, con valutazioni totalmente discutibili, sulle posizioni di altri imputati nel processo che si sta celebrando con il rito ordinario e che in primo grado ha visto la condanna di boss, alti ufficiali dei carabinieri e politici.
In questo momento delicato per il Paese intero, con l'emergenza coronavirus ancora in corso, l'offensiva dello Stato-mafia si sta facendo più forte, scagliandosi, cercando assurde e imperdonabili vendette contro quella magistratura che, dopo le stragi, ha cercato di alzare il tiro delle indagini non fermandosi alla sola ala militare delle mafie, ma andando a fondo su quei rapporti Alti ed Altri che la mafia ha con pezzi di potere.
Apparati infedeli dello Stato che il colpevole Bruno Contrada, al di là dei risarcimenti ricevuti, con il suo agire, rappresenta simbolicamente.

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