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Giorgio Bongiovanni

Il ''Cura Italia'', le carceri e l'indulto mascherato

Pareri contrari dei togati Di Matteo e Ardita
Il Csm sul decreto: "insufficiente"
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

Arresti domiciliari per i detenuti che abbiano una condanna "non superiore a 18 mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena". È quanto prevede l'articolo 123 del decreto "Cura Italia", emanato dal Governo e firmato lo scorso 17 marzo dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, per ridurre il sovraffollamento carcerario e limitare il contagio nelle carceri ai tempi dell'emergenza coronavirus. Ieri pomeriggio, però, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, svoltosi con pochi consiglieri presenti e la gran parte da remoto, ha approvato a maggioranza una delibera nella quale si esprimono delle critiche al decreto ravvisando che l'aver condizionato la detenzione domiciliare ai braccialetti elettronici, di fatto indisponibili, “contribuirà significativamente” a rendere questo istituto “inadeguato” alle sue finalità. Il parere è stato approvato con 12 voti a favori, 7 contrari e 6 astensioni. In particolare si è astenuto tutto il gruppo di Area. Gli altri consiglieri hanno votato tutti a favore, compresi il primo presidente e il pg della Cassazione. Hanno votato contro i laici di Lega e 5 stelle e i togati Nino Di Matteo (indipendente) e Sebastiano Ardita (Autonomia e Indipendenza). Un voto contrario, quello dei due magistrati, volto a rappresentare alcune problematicità sull'adeguatezza del provvedimento inserito nel "Cura Italia", sull'opportunità, sulla necessità di compiere una valutazione ancora più ampia rispetto a quanto, alla fine, è stato rappresentato con il parere, comunque critico, licenziato dal Csm.
Entrambi, nei loro interventi durante il plenum, durato quasi quattro ore, hanno parlato senza mezzi termini di "indulto". Di Matteo ha anche manifestato il rischio che il provvedimento sia colto come "un cedimento dello Stato al ricatto di chi ha organizzato le rivolte nelle carceri" che vi sono state tra il sette e l'otto marzo, da Nord a Sud, in diverse strutture di detenzione. Apriti cielo. Il solito giornale ultra garantista, Il Riformista, ha immediatamente gridato allo scandalo, puntando il dito in particolare contro Di Matteo. Una disquisizione apparentemente in nome del diritto di tutti i detenuti, ma a ben leggere in nome di quei soliti noti, che non sono in carcere ma che sono stati portati a processo, o indagati, dallo stesso magistrato nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
Perché essere portati alla sbarra dà fastidio agli uomini di potere come l'ex ministro Dc Calogero Mannino (assolto nei suoi processi, ma su cui le stesse sentenze lasciano delle ombre, ndr) o Marcello Dell'Utri (condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e in primo grado per attentato a corpo politico dello Stato). Essere indagato come mandante delle stragi dà fastidio a Silvio Berlusconi, ex premier e, soprattutto imprenditore che pagò Cosa nostra. Piaccia o non piaccia nelle motivazioni della sentenza di condanna a sette anni nei confronti di Dell'Utri è scritto in maniera chiara che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, l’ex senatore è stato il garante “decisivo” dell'accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Non si tratta di opinioni.
Ma è chiaro ed evidente che le sentenze, e soprattutto i fatti che vengono raccontati e che restano indelebili a prescindere da un'assoluzione o una condanna, non interessano ai garantisti.
Con arroganza la signora Tiziana Maiolo, per come raccontano alcuni pentiti "amata" da diversi boss al 41 bis che da parlamentare era andata a visitare, punta il dito contro il magistrato che, nel rispetto delle istituzioni, del diritto e del buonsenso propone una riflessione su certi argomenti.
Perché basta ascoltare gli interventi nel Plenum per intendere che nessuno ha battuto pugni o gridato alla "galera" e alle "manette".
Nessuno, in seno al plenum del Csm, ha sminuito l'emergenza. Sfruttare, però, la gravissima crisi che attraversa il Paese sul fronte coronavirus e la sicurezza dei detenuti per giungere ad altri fini e scopi, compreso quello di attaccare anche in maniera gratuita chi pone alcune problematiche su forma e sostanza di un provvedimento, è un atto di viltà, meschino e miserabile.
L'argomento del sovraffollamento carcerario è sicuramente un tema delicato che andrebbe affrontato in maniera seria e coerente dalla Politica, ma con una valutazione che sia a 360 gradi e non figlia di valutazioni dettate dall'emergenza pandemica o dalle proteste provenienti dalle carceri. Proteste che non sono mai mancate in determinati momenti della nostra Repubblica. E' questo il nodo.
Ma cosa hanno detto di così "scandaloso" Di Matteo ed Ardita?

Di Matteo, l'indulto mascherato e il "cedimento dello Stato"
"Io sono convinto che siamo in presenza di un vero e proprio indulto mascherato" ha immediatamente dichiarato Di Matteo spiegando i motivi del proprio voto contrario, tanto in sede di Commissione quanto ieri.
Nel suo intervento il magistrato palermitano ha evidenziato come "la problematica dello scioglimento del cumulo porterà, inevitabilmente, alla concessione di questo beneficio della detenzione domiciliare anche nei confronti di soggetti che sono condannati pure per taluni dei reati dei delitti previsti nell'articolo 4 bis. Compresi mafiosi e autori di omicidi e gravissimi reati contro la persona". E poi ancora: "Il comma secondo dell'art.123 prevede che il magistrato di sorveglianza adotti il provvedimento che dispone l'esecuzione della pena presso il domicilio salvo che ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione delle misure. A mio parere è un guscio vuoto. A differenza della normativa prevista dalla legge 199 del 2010, non costituiscono condizioni normativamente ostative alla concessione del beneficio, il pericolo di fuga e di reiterazione del reato.
Non solo. Col dichiarato intento di rendere più rapido l'iter per la decisione sulle istanze di ammissione alla detenzione domiciliare è stata prevista una finta istruttoria. In realtà siamo in presenza di un automatismo che avrebbe potuto benissimo prescindere dal coinvolgimento del magistrato di sorveglianza". Quest'ultimo, infatti, che dovrà provvedere con ordinanza in camera di consiglio entro cinque giorni dalla presentazione dell'istanza, non potrà contare neanche su una relazione sulla condotta del detenuto, da parte della direzione del carcere.
"Siamo in presenza di una procedura semplificata - ha proseguito - ma in realtà siamo in presenza di un pericoloso automatismo. Tanto più potenzialmente pericoloso e dannoso laddove non è prevista nemmeno la valutazione sulla insussistenza del pericolo di fuga e di reiterazione del reato. Allo stato, nella normativa che è stata approvata con decreto legge, il beneficio è automaticamente concedibile in assenza di altre ragioni ostative, esplicitate nel decreto, anche a chi è più volte evaso dal carcere". Il consigliere togato ha anche detto chiaramente, così come altri, di non essere d'accordo con chi "auspica l'eliminazione della condizione della applicabilità del braccialetto elettronico ai detenuti che vengono ammessi al beneficio".
Di Matteo viene attaccato anche per aver ravvisato il rischio che tra i "liberi" di uscire dal carcere possa esservi anche chi ha commesso reati contro la pubblica amministrazione. "Immaginatevi che rischi per la società se andasse ai domiciliari qualche consigliere comunale!" si legge su "Il Riformista". Ma la verità è che non si parla solo di qualche consigliere comunale corrotto. Qualche tempo addietro il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato ricordava come proprio questa sia una tipologia di reati (che va dalla concussione, alla corruzione, passando per altri reati dei colletti bianchi in materia di criminalità economica e fiscale) che gode di una pressoché sostanziale impunità, nonostante i gravi danni (a dispetto delle pene) che si compiono nei confronti della collettività. E' giusto inserire anche chi ha commesso questo tipo di reato tra coloro che possono rientrare nel decreto?
Spiga Di Matteo che "attraverso il meccanismo dello scioglimento del cumulo, verrebbero immediatamente scarcerati quei pochi detenuti che stanno scontando una pena definitiva per gravi reati contro la pubblica amministrazione". Il che inciderebbe pochissimo sulla necessità di svuotare le carceri
Di Matteo ha poi proseguito rafforzando il concetto di "indulto mascherato" coperto dal decreto: "Con questo decreto, senza assunzione di responsabilità politica che sarebbe conseguita a una decisione di indulto, si è scaricata sulla magistratura di sorveglianza, in realtà priva di ogni concreto potere istruttorio e decisionale, la responsabilità della scarcerazione di questi detenuti". Il consigliere togato ha anche ricordato quanto detto dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede, rispondendo al Question time alla Camera a proposito dell'emergenza coronavirus nei penitenziari, in cui ha parlato di poche decine di soggetti positivi all'interno delle carceri (15 detenuti per essere precisi).
"Questi detenuti - ha ricordato Di Matteo - in questo momento sono sottoposti alle cure necessarie e in condizioni di isolamento, non tecnico, ma rispetto alla restante popolazione carceraria, che evita il rischio del contagio. Questo è il dato di fatto prospettato dal ministro della Giustizia".

Il tema delle rivolte
Altro argomento chiave, rappresentato dal magistrato palermitano, quello delle rivolte carcerarie. Tra le condizioni ostative previste dal decreto per accedere ai domiciliari, vi è quella che il detenuto istante non debba essere stato individuato come autore partecipe alle rivolte e alle proteste che contestualmente, in decine di carceri, in tutto il territorio nazionale, sono scoppiate nelle scorse settimane.
Rivolte che sono state "violente" ed "organizzate". "Noi - ha ricordato come analisi Di Matteo - non solo non abbiamo certezza che tutti gli autori siano stati individuati. Ma, anche sulla base minima di esperienza che noi magistrati togati abbiamo avuto sui nostri campi di azione, sappiamo che possiamo presumere, con una probabilità vicina alla certezza, che questo tipo di protesta, contestuale in tutte le carceri, sia stata organizzata. E possiamo desumere anche che quelli che sono stati individuati non sono altro che la manovalanza, rispetto a quelli che hanno concepito questo tipo di protesta, che l'hanno ideata e l'hanno organizzata. Soggetti che non verranno certamente mai individuati, soprattutto in questo momento, come gli autori di quei gravissimi disordini".
Dunque per Di Matteo "questa concessione del beneficio della detenzione domiciliare in maniera sostanzialmente indiscriminata, con una procedura che non garantisce una valutazione caso per caso significativa, è tanto più grave nel momento in cui questi benefici sono previsti proprio all'indomani di quelle violenze, pressioni di quel che io definisco come un vero e proprio ricatto allo Stato".
"Se non sono il frutto di cedimento di fronte a quel ricatto, e voglio sperare che non lo siano - ha concluso Di Matteo - rischiano di apparire tali non solo agli occhi dell'opinione pubblica, ma rischiano di apparire come cedimento dello Stato agli occhi della popolazione carceraria e delle organizzazioni criminali che, all'interno e all'esterno del carcere, hanno organizzato quelle rivolte".

Il dato scientifico
Della stessa opinione è stato il consigliere togato Sebastiano Ardita, membro di "Autonomia e indipendenza" che preside la Commissione mista. Anche lui ha rappresentato dei dubbi e delle perplessità che in parte sono state colte da chi ha preferito astenersi sull'approvazione del parere finale. In particolare l'ex procuratore aggiunto di Catania ha messo in luce alcune difficoltà in cui si troverà la magistratura di sorveglianza quando dovrà compiere le proprie valutazioni. Non solo. Ha criticato la scelta di scaricare sulla magistratura quello che "è effettivamente un indulto". Perché siamo di fronte ad "una norma che espressamente dice: 'che i presupposti della 199, quindi il pericolo di commissione di altri reati gravi e il pericolo di fuga, non sono elementi che possono portare in questa fase storica a negare il beneficio'. Una norma che stabilisce che possono esserci soltanto dei 'gravi ed insuperabili motivi', che però stanno in una strada dimezzo che non è quella del pericolo, ovviamente generico sociale, di commissione di altri delitti, ma evidentemente deve consistere in qualcosa altro, che però non si comprende bene. Un qualcos'altro che non può essere accertato perché i tempi devono essere brevi e in cinque giorni si deve decidere".
Secondo Ardita, così facendo, "si impedisce al direttore del carcere di svolgere il suo compito, di assicurare gli elementi di pericolosità in una relazione specifica che riguardi il detenuto". Dunque un provvedimento del genere è "un provvedimento che pretende una motivazione apparente da parte di un magistrato che sostanzialmente realizza il contenuto di un indulto".
La domanda posta dal consigliere di "Autonomia e Indipedenza" è semplice: in che modo si deve, si può e in che modo fare la propria parte?
Ardita, nel suo intervento, è partito da una considerazione tanto semplice quanto determinante: "Quando si dice che la deflazione conseguente a questa forma di indulto farebbe uscire 5mila persone e che questa è una misura idonea a garantire la salute dei detenuti, che pure è una cosa importante e che dobbiamo avere indubbiamente a cuore, lo si dice senza nessuna base scientifica, senza nessuna relazione tecnica, senza nessuno studio che sia alla base di così gravi affermazioni".
Il timore, a detta di Ardita, è quello che si crei un pericolo ancora più grande: "Io non sono in grado di dire, in questo momento storico, se una misura del genere, che fa uscire 5mila persone, serva. Prima domanda: il carcere sarebbe in grado, con 5mila persone in meno, di gestire un'emergenza Coronavirus?
Partendo da quello che viene "cioè che sarebbero state infettate soltanto 15 persone su 60mila persone, e leggendo i dati ci si accorge che in nessuna città d'Italia, che abbia 60mila abitanti, ci sia un numero così basso di positivi. La differenza è che il carcere è distribuito su 205 case territoriali. Quindi, probabilmente, io non lo dico perché non ho basi scientifiche per dirlo, ma forse gli esperti potevano assistere il ministro e dirlo, è possibile che le regole della disciplina del carcere possano, in qualche modo, giovare alla funzione di prevenzione del coronavirus?".
Secondo Ardita, prima di fare una scelta importante come quella di far uscire un numero importante di detenuti, sarebbe opportuno comprendere "se la deflazionata di 5mila detenuti avrebbe consentito di fronteggiare un'emergenza; se questo tipo di misure è idoneo a un periodo di emergenza; se nel carcere ci sono delle condizioni tali da prendere a cuore il pericolo di una diffusione del virus e se questa misura ulteriore, che viene adottata, non sia addirittura una misura dannosa rispetto a quello che dovrebbe essere l'obiettivo di salute pubblica con il quale viene spacciato questo provvedimento di indulto".
E' questo il cuore del problema "perché queste sono cose molto importanti di cui si risponde anche davanti ai cittadini".
Ardita ha quindi rappresentato i rischi che si nascondono sul provvedimento: "se dovesse essere una misura disfunzionale e dovesse passare da provvedimenti, come dire, rabberciati e non motivati ma addirittura affrettati senza istruttoria di magistrati. Questo sarebbe un fatto gravissimo, un vulnus gravissimo alla funzione giudiziaria che in una legge non può trovare un suo fondamento". Il magistrato catanese si è anche detto d'accordo con il collega Di Matteo nell'analisi sulla tempistica del provvedimento adottato immediatamente dopo le rivolte nelle carceri. Rivolte che, tra l'altro, nascevano in parte sul presupposto del pericolo di infezione ma, soprattutto, sulla scelta presa di sospendere i colloqui con i familiari fino al 31 maggio 2020. Colloqui che non sarebbero stati vietati, ma sostituiti con colloqui per collegamento video (via Skype) o telefono. "La risposta che ne viene 'post hoc, ergo propter hoc' (dopo di questo, ndr), senza che perciò se ne ravvidi il rapporto di causa ed effetto, il fatto che improvvisamente viene concesso, sostanzialmente, un provvedimento che apre le porte del carcere anche a soggetti che possono essere pericolosi. Un dato che è scritto anche nella relazione illustrativa".

Segnali di distensione
Con queste motivazioni i due magistrati si sono espressi contro la pronuncia del Csm. Non vi è nulla di scandaloso o vergognoso. Né tantomeno ossessivo.
Del resto non sarebbe la prima volta che "radio carceri" interviene a colpi di proteste per condizionare le scelte della politica. Basta riavvolgere il nastro degli ultimi trent'anni della nostra storia.
Nei primi anni Novanta, in un documento inviato da presunti familiari di detenuti ristretti al 41-bis, tra gli altri al Presidente della Repubblica e al Papa, richiedevano brutalmente l’allontanamento del “dittatore” del Dap Nicolò Amato e dei dirigenti fedeli alla sua linea di fermezza sul 41-bis.
Caso vuole che proprio il 4 giugno 1993 il governo Ciampi e il ministro della Giustizia Conso (ma sottotraccia soprattutto il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro) cacciarono in modo poco amichevole dalla guida del Dap lo storico direttore e il suo vice Edoardo Fazzioli, scegliendo al loro posto come direttore Adalberto Capriotti e come vice Francesco Di Maggio (magistrato mai occupatosi del mondo carcerario, nominato grazie ad un decreto “ad personam” nonostante non avesse i requisiti per lavorare in quel ruolo). Qualche tempo dopo, nel novembre di quello stesso anno, un “segnale di distensione” fu dato con una mancata proroga del 41-bis ad oltre trecento boss detenuti.
Una “distensione” con i criminali che avevano messo a ferro e fuoco il Paese, da Palermo a Roma, Firenze e Milano, e privato le famiglie e tutti noi di due magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nelle motivazioni della sentenza della Corte d'assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, si legge che "indipendentemente dal 'nome' dei detenuti beneficiati” già la decisione di non prorogare il regime del 41 bis costituiva in quel momento un “fatto obiettivo idoneo" a far percepire ai vertici di Cosa nostra "una inversione di tendenza" e "quel primo pur parziale segnale di cedimento consentiva di far sperare loro (agli altri detenuti al 41 bis, ndr) che la minaccia e ancor più l'attuazione di ulteriori stragi avrebbe potuto condurre alla già richiesta definitiva di abolizione del medesimo regime del 41 bis per tutti i detenuti".
Nel corso del tempo, a più riprese, al boss Leoluca Bagarella a Giuseppe Graviano passando per striscioni allo stadio, proclami e pubbliche proteste i mafiosi hanno fatto sapere quelli che fossero i propri desiderata. E se oggi 41 bis e legge sui pentiti sono un lontano ricordo rispetto alle loro origini, forse, è anche perché c'è stato qualcuno che ha ricevuto certi messaggi.
L'elenco dei "cedimenti" si è proiettato fino a qualche anno fa quando, nel giugno 2018, dopo le proteste di alcuni detenuti (boss del calibro di Cesare Lupo, fedelissimo dei Graviano, Sandro Lo Piccolo, il camorrista Ferdinando Autore, o Giuseppe Guarino, mafioso del clan Bottaro-Attanasio), raccolte dal Gom, il ministro Bonafede fece di fatto una scandalosa marcia indietro rispetto alla possibile nomina di Di Matteo al Dap.
Ma giornali come "Il Riformista" certe notizie preferiscono non riportarle. Molto meglio gettare ossessivamente fango ed insinuazioni ad ogni proferir parola del Di Matteo.
Certo, oggi non siamo negli anni Novanta, ma questi nuovi "segnali di distensione" nell'ambito carcerario, sommate alle pronunce che nei mesi scorsi ci sono state davanti alla Corte di Strasburgo e alla Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo, riportano alla memoria antichi temi che, tra il 1992 ed il 1993 portarono morte, lacrime e sangue. Temi inseriti all'interno di vergognosi patti e trattative. Ma certi fatti, istituzioni e ben pensanti preferiscono nasconderli sotto il tappeto e dimenticare. Tanto c'è l'indulto mascherato.

Foto © Imagoeconomica

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