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Giorgio Bongiovanni

Errori nell’informazione

di Giorgio Bongiovanni
Su Rai 3 la trattativa Stato-mafia
Sabato scorso, in occasione della 25°giornata dedicata alle vittime innocenti delle mafie, su Rai 3 è andato in onda un doppio speciale: il primo su Giovanni Falcone, il secondo su Paolo Borsellino. In particolare in questo secondo documentario, dal titolo "Paolo Borsellino, l'ultima stagione", tramite le voci di chi c'era al tempo, come ad esempio il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, il giornalista e scrittore Saverio Lodato e molti altri, si è cercato di ricostruire quei 57 giorni drammatici vissuti dal magistrato Borsellino. Giorni d’inquietudine in cui cercò spiegazioni sulla strage dell’amico Falcone, tanto da affermare in una conferenza pubblica a Casa Professa a Palermo di essere "testimone" e di voler essere audito dalla Procura competente di Caltanissetta (cosa che non avvenne, perché nessuno al tempo lo chiamò, ndr). In quel tempo raccolse anche le importanti dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, ma venne anche a conoscenza della scellerata trattativa tra mafia e Stato. Una serie di elementi che probabilmente raccolse e annotò, assieme a molte delle sue intuizioni, su quell’agenda rossa scomparsa 27 anni fa in via d’Amelio.
Un programma in cui si afferma chiaramente che il giudice "fu messo a conoscenza che apparati dello Stato stavano provando ad aprire un dialogo con emissari di Cosa nostra”.
Assolutamente apprezzabili gli interventi di magistrati come Roberto Scarpinato e Pietro Grasso, così come quello del giornalista-scrittore, e nostro editorialista, Saverio Lodato.
Ma, dobbiamo dirlo, non siamo contenti del servizio pubblico. Perché l'informazione è stata incompleta.
E' vero. Quando la trasmissione fu mandata in onda una prima volta, nel luglio 2017 su Rai Storia e Rai Uno, il processo tenutosi davanti alla Corte d'Assise di Palermo, era ancora in corso.
Alla data di oggi, però, il processo di primo grado si è abbondantemente concluso.
Il 20 aprile 2018 è la data della sentenza con le condanne per il boss corleonese Leoluca Bagarella e per il medico di fiducia di Totò Riina, Antonino Cinà per cui furono emesse pene a 28 e 12 anni di carcere. Ugualmente condannati, seppur a 12 anni, gli esponenti delle istituzioni: gli ufficiali del Ros Antonio Subranni e Mario Mori insieme all'ex politico di Forza Italia Marcello Dell'Utri. 8 anni, invece, per l’ex uomo del Raggruppamento operativo speciale Giuseppe De Donno. Tutti accusati di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato.
Ma dell'esito del processo, seppur di primo grado, non abbiamo letto neanche un rigo in appendice allo speciale.
Eppure i motivi per completare l'informazione potevano essere molteplici.
Nelle motivazioni della sentenza vengono spiegati i motivi che portarono a "l'improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione del dottore Borsellino".
I giudici hanno scritto chiaramente che "l'unico fatto noto di sicura rilevanza, importanza e novità verificatosi in quel periodo per l'organizzazione mafiosa sono stati i segnali di disponibilità al dialogo - ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci - pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via d'Amelio".
Proprio per questo sarebbe stato opportuno che la Rai, nel 2020, avesse creato un appendice, quantomeno per dare atto del risultato di quel processo, seppur di primo grado.
Sarebbe stato opportuno dare voce al pool dei magistrati che hanno condotto stoicamente l'accusa (Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) per poter raccontare anche le grandi difficoltà che si sono dovute attraversare nel corso di quattro anni ed otto mesi di dibattimento.
Si sarebbero potuti mettere in evidenza, seppur per sommi capi, i tratti salienti delle 5mila pagine di motivazioni della sentenza: i "silenzi" e le "amnesie" di Stato; l'intermediazione di Dell'Utri tra Cosa nostra e Berlusconi anche nel periodo in cui quest'ultimo era Presidente del Consiglio, le conseguenze delle stragi e il significato delle intercettazioni in carcere di boss come Totò Riina o Giuseppe Graviano.
Tutto ciò è rimasto chiuso nel cassetto.
Ma non possiamo dire di essere troppo stupiti.
In questi anni la Rai ha quasi totalmente ignorato tanto il processo quanto la sentenza, dando voce, allineandosi, a quella lunga trafila di opinionisti che a lungo hanno deriso il processo o definito la trattativa come "presunta" senza mai considerare quelle sentenze che, ancor prima del 20 aprile 2018, ne avevano certificato l'esistenza.
Il servizio pubblico che vorremmo vedere nel nostro Paese è quello che mostri coraggio ed offra un'informazione completa al cittadino. Solo così si potrà avere lo sviluppo di coscienza e conoscenza su uno dei fatti più drammatici della storia del nostro Paese.

In foto: la lettura della sentenza del processo trattativa Stato-mafia

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