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Giorgio Bongiovanni

Giovanni Falcone ''morto in un incidente stradale''

Come dare spazio alla menzogna nei giornali
di Giorgio Bongiovanni

Tra due giorni l'Italia, a quarant'anni dal delitto, tornerà a ricordare Piersanti Mattarella, fratello dell'attuale Capo dello Stato ma, prima di tutto, Presidente della Regione Siciliana che, con coraggio, si era frapposto al potere della mafia nell'isola portando avanti una vera e propria campagna di rinnovamento morale della politica in Sicilia.
Una storia su cui la Procura di Palermo cerca di far luce, tanto che da qualche tempo è stato riaperto il fascicolo di indagine, andando alla ricerca dei killer del politico democristiano rimasti a tutt'oggi ignoti dopo le condanne dei componenti della Cupola come mandanti.
Cosa accade, però, nel Paese delle mezze verità?
Che alcuni giornali come il Dubbio, danno voce a terroristi di estrema destra come l’ex capo dei Nuclei armati rivoluzionari, Valerio Fioravanti, che si permette di "sparare" contro la memoria di Giovanni Falcone, sostenendo che lo stesso avrebbe spiccato il mandato di cattura nei suoi confronti perché avrebbe ricevuto delle pressioni ("Giovanni Falcone non credeva alla mia colpevolezza, egli stesso mi disse che ha dovuto procedere ugualmente nei miei confronti per via delle pressioni che ricevette").
Per quel delitto Fioravanti fu portato a processo assieme ad un altro ex Nar Gilberto Cavallini, ed entrambi furono assolti, su richiesta della stessa Procura, per insufficienza degli elementi raccolti. Assoluzione che resse fino in Cassazione. Ma la "pista nera" è rimasta sempre sullo sfondo.
Fioravanti, così come aveva fatto quando è stato sentito come teste al processo per la strage di Bologna dove ad essere imputato è Cavallini, ha raccontato che pochi giorni dopo la famosa trasmissione Samarcanda, dove Leoluca Orlando (anche allora sindaco di Palermo) accusò Falcone di "tenere carte nei cassetti", si sarebbe recato da lui. "Falcone viene da me al carcere di Rebibbia dove ero recluso - ha sostenuto l'ex Nar - fa uscire la sua scorta e i collaboratori dalla stanza, e dopo avermi chiesto se avevo bisogno di un avvocato mi dice 'Lei ha visto la televisione? Capisce che se io non procedo divento anche io un sodale della P2?' Questa è la spiegazione data per cui Falcone ha dovuto fare il mandato di cattura nei miei confronti".

Che ne dica il terrorista Fioravanti, condannato assieme a Francesca Mambro definitivamente per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Giovanni Falcone procedette nei suoi confronti perché vi erano diversi elementi che tiravano in ballo lui e Cavallini, non sufficienti per una condanna nel processo, ma assolutamente "indizianti".
Contro di loro c’erano le dichiarazioni di alcuni "camerati" pentiti (anche se alcuni verranno poi inquisiti e condannati per calunnia come Izzo e Pellegriti), un dossier messo a punto dall’Alto commissario antimafia, ma anche il riconoscimento della moglie di Mattarella, Irma Chiazzese, colpita dagli "occhi di ghiaccio" che neanche si sciolsero quando la pistola si inceppò dopo i primi colpi rivolti contro il marito.
La donna fece una descrizione del killer, indicato come un giovane sui 25 anni, alto attorno al metro e settanta, capelli castani, dalla corporatura robusta ed una "andatura da orso". E vi fu anche il riconoscimento di Fioravanti.
Coincidenza vuole che proprio "Giusva" Fioravanti era chiamato "Orso" nel suo ambiente, proprio perché aveva un'andatura "ballonzolante". "Quel suo modo quasi giocherellone di muoversi - dichiarerà a Giovanni Falcone Stefano Solderini, un altro pentito dei Nar - spiazzava le vittime, che si accorgevano delle sue reali intenzioni quando era ormai troppo tardi".
Ma gli elementi non bastarono anche con la motivazione che i due principali collaboratori di giustizia provenienti dalle file di Cosa nostra, Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia, avevano assicurato che i due neofascisti fossero estranei al delitto.

aula tribunale caltanissetta

Anche questo elemento viene riferito da "Il Dubbio", riportando anche le parole di Buscetta alla Commissione parlamentare antimafia. Inoltre vengono in qualche maniera sminuite le considerazioni sul delitto dello stesso Falcone davanti alla Commissione parlamentare antimafia, del 3 dicembre 1988 ("Non ne ha parlato con enfasi, ma con cautela").
Eppure in quell'occasione il giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, dichiarava in maniera chiara che l’indagine era "estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la 'pista nera' sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature, e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani". Quindi inseriva il delitto, ricordando le parole di Pio La Torre ("Vi è stato un periodo della vita siciliana in cui si faceva politica a colpi di mitra"), in un certo contesto: "Gli omicidi squisitamente politici sono Mattarella, ancora prima l’omicidio Reina (il segretario provinciale della Dc assassinato nel 1979), La Torre, e per certi aspetti potrebbe essere un omicidio con venature politiche di un certo tipo di politica l’omicidio Parisi (imprenditore ucciso nel 1985, ndr)".
Gli agguati, definiti dal giudice istruttore palermitano come "materia incandescente", vengono indicati come "omicidi di matrice mafiosa, ma il movente non è sicuramente mafioso, o comunque non è esclusivamente mafioso". Quindi in quell'audizione viene tracciato un collegamento tra la mafia, Sindona e il golpe Borghese.
Le parole di Buscetta, manco fosse l'oracolo di Delfi, vengono sottolineate da "Il Dubbio" ("La Cosa nostra non fa agire due fascisti per ammazzare un presidente della Regione. È un controsenso") così come si riporta in uno stralcio delle parole di Falcone rilasciate a Marcelle Padovani sui delitti eccellenti laddove sostiene: "né è poi pensabile, conoscendo le ferree regole della mafia, che un omicidio ‘eccellente’, deciso al più alto livello della Commissione, venga affidato ad altri che a uomini dell’organizzazione di provata fede, i quali ne avrebbero dovuto preventivamente informare solo i capi del territorio in cui l’azione si sarebbe svolta".
Buscetta sicuramente è stato uno dei pentiti più importanti di Cosa nostra ma le sue conoscenze vanno sicuramente contestualizzate al tempo. Da tempo non era più presente in Sicilia e non si deve dimenticare che all'epoca, quando i corleonesi erano al potere e Michele Greco era al vertice della Commissione provinciale, le regole su modalità per omicidi e delitti da compiere venivano violate quasi sistematicamente.
Alla luce di tanti fatti emersi nel corso del tempo Buscetta, se fosse in vita, sarebbe sorpreso di quel che Cosa nostra era diventata. Fermo restando che anche i suoi "compari" di un tempo, Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, avevano rapporti alti ed altri con forze di polizia, nonostante fosse espressamente vietato all'interno di Cosa nostra intrattenere questo tipo di relazioni.
Il dato che viene indicato per cui Cosa nostra non si affida ad altri soggetti per compiere delitti è smentito oggi da quanto è stato dichiarato da un collaboratore ritenuto attendibile come Gaspare Spatuzza, che ha partecipato attivamente alla strage di Capaci e, ancor più a fondo, in quella di via d'Amelio. A quel tempo non era un affiliato, eppure ha curato varie fasi dell'attentato del 19 luglio 1992.
Inoltre ci ha raccontato della presenza inquietante di un uomo che non era di Cosa nostra, nel momento dell'imbottitura dell'auto con l'esplosivo. Quando fu sentito a processo disse anche di credere che "le stragi di Capaci e via d'Amelio nella preparazione avessero avuto una preparazione tecnica decisamente più accurata rispetto a quella di altre stragi”. Il pentito di Brancaccio riferì che il cosiddetto “tecnico” di cui la famiglia mafiosa di Brancaccio disponeva per gli attentati esplosivi era Salvatore Benigno definendolo “scarsamente preparato, però, come dimostrano i falliti attentati a Maurizio Costanzo e ai carabinieri allo stadio Olimpico. In entrambi i casi le modalità erano di azionamento a distanza come in via D'Amelio. Ma in via D'Amelio posso dire che ci fu un'altra mano tecnica”. Tornando a Buscetta, che smentisce qualsiasi coinvolgimento tra Cosa nostra e terroristi, secondo alcune ricostruzioni fu la persona adatta a prendere i contatti con i terroristi delle Brigate rosse detenuti e che aveva avuto occasione di conoscere in alcuni penitenziari del nord-Italia, all'epoca dei fatti del sequestro Moro. Collaboratori di giustizia hanno raccontato di riunioni in Commissione provinciale in cui i capimafia Bontade e Badalamenti volevano adoperarsi per "salvare" Moro, mentre il capomafia Pippo Calò sarebbe addirittura intervenuto urlando contro il boss di Villagrazia: "Stefano, ma non l'hai capito che uomini politici di primo piano del tuo partito (Democrazia cristiana, ndr), non lo vogliono libero?".

falcone giovanni scorta c shobha

Il giudice Giovanni Falcone © Shobha


C'è poi quella strana coincidenza sui delitti eccellenti (come quello del generale dalla Chiesa, Falcone o Borsellino) dove misteriosamente spariranno documenti importantissimi proprio dalle abitazioni, dagli uffici o dalle borse dei soggetti colpiti. Luoghi non raggiungibili da semplici mafiosi, il che lascia pensare non solo in una convergenza di interessi ma anche ad una partecipazione di soggetti esterni a Cosa nostra in stragi, attentati ed omicidi.
Fatti eclatanti vi sono stati anche agli albori della nostra Repubblica, in stragi come quella di Portella della Ginestra dove a sparare non furono solo gli uomini della banda Giuliano ma, molto probabilmente, anche altri soggetti. Fatti su cui ancora vige un grave, quanto colpevole, segreto di Stato.
Anche la "strage del Rapido 904", anche nota come "strage di Natale", in cui morirono 16 persone e ne furono ferite 267, ancora oggi mostra una "zona grigia" della storia d'Italia.
Per quella strage nel 1992 diventano definitive le condanne per la strage del "cassiere" di Cosa Nostra Pippo Calò, dei suoi aiutanti Guido Cercola e Franco D'Agostino e del tecnico elettronico tedesco Friedrich Schaudinn. L'ex parlamentare del'Msi Massimo Abbatangelo viene condannato soltanto per la detenzione dell'esplosivo, insieme a quattro camorristi. Il movente viene individuato nella durissima risposta della mafia alle rivelazioni di Tommaso Buscetta e agli oltre trecento mandati di cattura emessi da Giovanni Falcone.
Anche Totò Riina sarà processato nel 2013 come mandante, anche se poi verrà assolto, nel 2015, con la formula del dubbio.
Proprio la presenza di Schaudinn indica come non fosse raro, in Cosa nostra, utilizzare anche figure esterne per compiere certi delitti.
Nelle motivazioni della sentenza del processo contro Riina i giudici, per tratteggiare il "coacervo di interessi convergenti" che avrebbe fatto da sfondo alla strage, ricordano come il camorrista Missi, "vantava spiccate simpatie neofasciste" e "coltivava progetti politico eversivi", mentre "i legami con esponenti della banda della Magliana già ponevano Calò come tramite tra 'il potere mafioso ed ambienti eversivi di destra'".
Una "pista nera" che torna ed attraversa svariati fatti.
E' notizia di oggi, riportata dal quotidiano La Repubblica, che è stato riaperto anche il fascicolo sulla morte di Michele Reina. Anche in quell'omicidio i killer sono rimasti ignoti mentre si conosce l'arma utilizzata, una calibro "38".
Chi in passato erano stati sospettati come possibili esecutori? Guarda caso proprio il solito duo, Fioravanti e Cavallini. All'epoca, però, la loro posizione era stata solo archiviata. I magistrati di Palermo, che già hanno sottoposto a confronto le pistole utilizzate dal killer neofascista Gilberto Cavallini per uccidere il magistrato Mario Amato (avvenuto a Roma, il 23 giugno 1980) con i proiettili che hanno ucciso Mattarella, anche se una comparazione non sembra possibile perché i proiettili si sono ossidati, volgono lo sguardo anche in questa direzione.
In un Paese libero come quello italiano ognuno può avere l'opinione che ritiene, ma dare voce a un terrorista come Fioravanti, permettendogli di dire corbellerie e falsità su Falcone, come se avesse subito pressioni nelle sue indagini, è un insulto all'intelligenza. E' come se si dicesse che lo stesso giudice non sia morto per l'esplosione dell'autostrada di Capaci, ma per un incidente stradale.
E ancor più grave è che "l'assurdo" viene utilizzato per sminuire e gettare ombre su un'inchiesta che potrebbe aggiungere un ulteriore tassello nel disvelamento del Sistema criminale.

Foto di copertina © Shobha

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