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Giorgio Bongiovanni

Aldo Ercolano fuori dal 41 bis?

di Giorgio Bongiovanni
Si dimettano il Ministro della Giustizia e il Direttore del Dap

Qualora fosse confermato che il boss di Cosa nostra catanese, Aldo Ercolano, tra i killer del giornalista Pippo Fava e autore di decine di altri omicidi, condannato all'ergastolo in via definitiva, non è più detenuto al 41 bis, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ed il direttore del Dap Francesco Basentini dovrebbero dimettersi dalle rispettive cariche per "manifesta incompatibilità ambientale" nei ruoli che detengono.
E' possibile che una tale notizia sia sfuggita agli organi competenti e l'accertamento debba compiersi soltanto "post" intervento della Commissione regionale antimafia?
L'organo presieduto da Claudio Fava ha raccolto le testimonianze del prefetto di Catania Claudio Sammartino, del questore Mario Della Cioppa, dei comandanti delle forze di polizia e del procuratore Carmelo Zuccaro i quali hanno rappresentato la propria "preoccupazione" evidenziando, come ha scritto Fava in una missiva al Ministro della Giustizia, "lo stridente contrasto tra l’intatta autorevolezza e la pericolosità criminale che viene a tutt’oggi riconosciuta all’Ercolano, e la revoca del regime carcerario del 41 bis che ha restituito l’Ercolano al circuito detentivo normale".
Abbiamo letto che lo stesso ministro si sarebbe già attivato per "compiere gli accertamenti". Ma possibile che, ancora una volta, questo governo sulla lotta alla mafia riesca a dimostrarsi un passo indietro?
Nella migliore delle ipotesi siamo di fronte ad inettitudine (e vogliamo credere che sia questo il caso). Nella peggiore (il pensiero sfiora quando accadono questi episodi), si potrebbe essere di fronte ad una collusione.
Aldo Ercolano non è solo il killer di Pippo Fava. Per comprendere lo spessore criminale di questo soggetto si deve guardare al passato.
Assieme allo zio, Nitto Santapaola, è stato protagonista della storia della mafia catanese degli anni Ottanta e Novanta e, di fatto, ne è stato il successore diretto, con gli stessi agganci di alto livello con settori della politica, della massoneria e dell'imprenditoria, ed è detentore dei medesimi segreti sugli anni delle stragi.
Anzi, forse, in un dato momento lo ha anche superato.
Basti pensare che Aldo Ercolano, in un certo periodo, è stato una sorta di "osservatore" per conto di Riina dell'operato dello zio, che era il capo supremo della mafia catanese. Secondo quanto riferito da diversi collaboratori di giustizia Santapaola non era particolarmente allineato alla strategia stragista dei corleonesi, ma più vicino alla linea "trattativista" di Provenzano.
Per quel motivo si crearono tensioni all'interno della stessa famiglia.
In un incontro che ebbi con il pentito siracusano Francesco Pattarino, deceduto nel 2007 in circostanze misteriose in un incidente stradale nel maceratese, ricordo che mi raccontò un episodio avvenuto durante un processo dove Ercolano urlò contro Santapaola minacciandolo di morte. Un vero e proprio messaggio che in quel momento veniva trasmesso non solo allo zio, ma anche all'esterno, agli altri membri della famiglia.
In quel medesimo periodo, infatti, Santapaola, tramite la moglie che verrà poi uccisa, aveva contattato una potente personalità religiosa etnea facendo intendere di essere "disponibile" a collaborare con la giustizia.

ercolano aldo

Aldo Ercolano


Un "salto" che avrebbe sicuramente decretato la fine di Cosa nostra, visti gli innumerevoli segreti che aveva già allora: dalle stragi, ai motivi sottesi alla morte di Falcone, Borsellino e dalla Chiesa, passando per i dialoghi tra Stato e mafia o il perché all'epoca fu data la facoltà ai Cavalieri del Lavoro di Catania di mettere le mani su tutti gli appalti a Palermo. E ancora, i rapporti tra Cosa nostra e politici - tanto della Democrazia Cristiana quanto del partito Socialista - quelli con i servizi segreti e le famiglie di 'Ndrangheta. Tutti segreti di cui Nitto Santapaola aveva una conoscenza assoluta e che porterebbero alla distruzione di Cosa nostra.
Segreti che anche Aldo Ercolano conosce perfettamente, vero come è vero che il rapporto con lo zio è pari a quello che vi era tra Riina e Bagarella.
Permettere che questo soggetto sia detenuto in maniera ordinaria è come cedere alla Trattativa Stato-mafia.
Una trattativa forse mai veramente conclusa ed in continuo rinnovamento. Proprio nei giorni scorsi Sebastiano Ardita, presidente della commissione del Csm che si occupa di sorveglianza e di esecuzione penale, audito dalla Commissione parlamentare Antimafia sul regime dell’articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario e le conseguenze derivanti dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, aveva paventato il rischio che quest'ultima "sia intesa come segnale di cedimento".
E questo "cambio di regime", dal 41 bis a ordinario, per uno come Ercolano, riconosciuto anche in recentissime indagini come il referente massimo per la mafia catanese, è un fatto gravissimo. Da quella posizione, infatti, diventa ancora più facile trasmettere i propri ordini all'esterno e dare luogo alle proprie strategie, politiche, economiche e criminali.
Basta trasmettere un messaggio parlando con un qualsiasi detenuto, anche minore.
E fatti del genere non sono ammissibili o giustificabili.
Evidentemente vi è un errore di valutazione sulla caratura di Aldo Ercolano da parte del Giudice del Tribunale di Sorveglianza che ha assunto una tale decisione. Ma non si possono dimenticare anche le responsabilità istituzionali.
Il Presidente Fava ha ricordato che in passato era già avvenuta la revoca del 41 bis per il boss catanese e che quel provvedimento fu sospeso con un intervento dell'ex ministro Orlando. Ed è giusto che l'attuale Ministro della Giustizia intervenga in egual misura, senza troppe burocrazie. Ma, una volta provveduto, chiediamo di più. Lo ripetiamo: il Ministro Bonafede ed il direttore del Dap Basentini si dimettano!

Foto © Imagoeconomica

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