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Giorgio Bongiovanni

Estradizione del condannato per mafia Matacena, a che punto siamo?

Il silenzio del governo e Bonafede che fa il "sonnambulo"
di Giorgio Bongiovanni

Manovra 2020, riforma MES-Fondo Salva Stati e riforma della prescrizione penale. Da giorni il dibattito politico si concentra su questi temi. E la lotta alla mafia? Non ora. Del resto per il governo giallorosso (Pd-5 Stelle) ci avevano avvisato, inserendo il contrasto alla mafia come tredicesimo punto del programma di governo.
Così vi sono questioni che restano aperte, nonostante da mesi, o sarebbe meglio dire da anni, si attendono risposte. Parliamo dell'estradizione di Amedeo Matacena jr, condannato in via definitiva nel 2013 a cinque anni e quattro mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa perché ritenuto vicino alla cosca di 'Ndrangheta dei Rosmini.
Matacena non è uno qualunque.
E' tra gli imprenditori più conosciuti in Calabria, figlio dell'omonimo armatore che diede inizio al traghettamento nello Stretto di Messina (morto nell'agosto del 2003), è stato eletto per due volte in Parlamento, tra il 1994 ed il 2001, nelle file di Forza Italia.
Nelle motivazioni della sentenza i giudici di Cassazione evidenziavano come "evidentemente non si può stringere un 'accordo' con una struttura mafiosa, se non avendo piena consapevolezza della sua esistenza e del suo modus operandi. Tanto basta per ritenere che Matacena ben sapesse di aver favorito la cosca dei Rosmini (e tanto lo sapeva da aver preteso la esenzione dal “pizzo”)".
Proprio dal 2013 Matacena si è reso irreperibile alla giustizia. Da tempo, però, è noto il luogo della sua latitanza. Infatti, nell'agosto dello stesso anno venne individuato e bloccato nell'aeroporto di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove era sceso da un volo proveniente dalle Seychelles.
A sostegno della latitanza di Amedeo Matacena, secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria, si sarebbe mossa una rete internazionale di soggetti, la medesima che si attivò in occasione della latitanza di Marcello Dell'Utri. Anche di questo si parla nel processo Breakfast, in corso a Reggio Calabria, che vede imputati, fra gli altri, l'ex ministro dell'Interno, Claudio Scajola, e la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, proprio per aver favorito la latitanza dell'ex politico.
Tutto risolto? Niente affatto. Negli Emirati Arabi, Amedeo Matacena è un uomo libero di circolare e spostarsi dove meglio crede. In attesa del completamento delle pratiche per l’estradizione, il giudice di Dubai ha deciso di spalancare le porte della cella in cui l’ex parlamentare di Forza Italia era rinchiuso. Nell’emirato, infatti, non esiste il reato di associazione mafiosa dunque, almeno a Dubai, non ci sono i presupposti giuridici per tenerlo in cella.
A complicare ulteriormente la situazione l'assenza, al tempo, di accordi sull'estradizione tra i due Paesi. Nel 2015 fu firmato un Trattato di estradizione tra Italia ed Emirati Arabi ma subì uno stop quando l’Italia ratificò una direttiva Ue che ne aveva sospeso gli effetti: la norma comunitaria stabiliva che quando si sigla un accordo con uno Stato in cui vige la pena di morte (come gli Emirati Arabi) deve essere esplicitato - in caso di estradizione verso quei Paesi - che la pena capitale va commutata in detentiva. Il governo Gentiloni, concordò il passaggio normativo legato alla pena di morte, così l’Italia ha potuto siglare la ratifica definitiva dell’accordo, mentre il precedente governo giallo-verde (5 Stelle-Lega) ha ufficialmente presentato una nuova richiesta di estradizione rafforzata anche dalla firma dei trattati di cooperazione giudiziaria in materia di estradizione e mutua assistenza giudiziaria in ambito penale avvenuta nel marzo 2019 e resa operativa dal 17 aprile scorso.
Da allora però, si è tornati ad un silenzio grave ed inaccettabile da parte del ministro "boy scout" della giustizia Alfonso Bonafede e di tutto il Governo.
Ricordo una pubblicità dove si diceva "Dormi bambino, dormi, asciutto Lines notte assorbe tutto".
Ecco il nostro ministro della Giustizia non può adagiarsi e dormire "asciutto" solo grazie ai provvedimenti "assorbenti" fin qui portati avanti (Spazzacorrotti, la blocca-prescrizione, la riforma del voto di scambio, le manette agli evasori e il recentissimo rinvio di altri sei mesi della legge sulle intercettazioni, un bavaglio alla stampa previsto nella legge Orlando che sarebbe divenuta attuativa dal 1°gennaio 2020).
Provvedimenti più o meno corretti ma che non cancellano la sequela di errori commessi nei due governi.
Su tutti ricordiamo l'episodio della mancata nomina del magistrato Di Matteo come direttore del Dap. Dopo una prima proposta avanzata Bonafede tornò clamorosamente sui propri passi alle prime "rimostranze" di alcuni capimafia raccolte da uomini della polizia penitenziaria. Quei boss erano stati ascoltati mentre manifestavano tutta la loro preoccupazione sulla possibile nomina di Di Matteo ("Se viene questo Nino Di Matteo siamo consumati, per noi è finita"). Non osiamo pensare che vi sono stati contatti tra la mafia ed il ministro Bonafede, ma resta comunque il fatto che dopo quelle dichiarazioni il pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia non è stato più nominato al Dap. E su questo il ministro Bonafede non ha mai risposto all'opinione pubblica macchiandosi di un errore politico grave in tema di lotta alla mafia.
Prima ancora il Ministro della Giustizia aveva avuto un “ripensamento” nei confronti di Di Matteo, a cui aveva proposto la Direzione dell'Ufficio Affari Penali. Del resto già il Movimento Cinque Stelle aveva “tradito” le aspettative dei propri elettori non scegliendo Di Matteo nel ruolo di ministro degli Interni e della Giustizia, dopo aver a lungo speso il nome del magistrato per quegli incarichi.
Vi sono poi alcuni punti critici presenti nelle proposte di riforme, criticate anche dagli addetti ai lavori, come l'idea di accorciare i tempi per le indagini preliminari o la previsione che un singolo consigliere del Csm, una volta cessato il proprio incarico all'interno del Consiglio superiore della magistratura, per quattro anni non possa avere gli stessi diritti degli altri magistrati accedendo a concorsi bocciando così la meritocrazia.
Questo governo può e deve fare di più in materia di giustizia e contrasto alle mafie.
Per onestà intellettuale, non possiamo non mettere in evidenza il lavoro fin qui ben svolto dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta dal senatore Cinque Stelle Nicola Morra e che ha tra i consulenti uno dei pm del processo trattativa Stato-mafia, Roberto Tartaglia.
Tuttavia non possiamo non evidenziare questa "altalena di intenti" che si manifesta anche nel silenzio su temi gravi come quello della fin qui mancata estradizione di Matacena jr.
Possibile che da aprile non si avverte l'urgenza di intervenire e fare pressione sulle autorità degli Emirati Arabi? Quando la lotta alla mafia diventerà veramente prioritaria per il nostro Paese? Quando vedremo risultati apprezzabili anche in questo senso?
Anche per il boss di 'Ndrangheta Rocco Morabito, recluso in Uruguay dal 2017, fu chiesta l'estradizione con il risultato che, tra una lungaggine burocratica e l'altra, lo stesso è riuscito clamorosamente ad evadere lo scorso giugno. Il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, commentando l'accaduto aveva evidenziato come "con questo tipo di latitanti si dovrebbe lavorare con gli Stati affinché emettano un decreto di espulsione dal Paese anziché chiedere l'estradizione. Le autorità dichiarano indesiderato il cittadino straniero e in meno di 48 ore è fuori dal territorio nazionale. La procedura per l'estradizione invece richiede tempi lunghissimi, durante i quali si possono verificare episodi come questo".
Cosa aspettiamo dunque? Che Amedeo Matacena trovi il modo di rendersi nuovamente irreperibile?
Senza contare che il trascorrere degli anni in latitanza avvicina sempre più una clamorosa "prescrizione della pena". Se lo Stato non riuscirà ad eseguire la pena, infatti, questa si estingue. Alla faccia della giustizia e del reato commesso.
Ma questo, evidentemente, non è urgente.
Meglio essere "sonnambuli" andando avanti continuando a dormire.

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