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Giorgio Bongiovanni

Uccidete Antonio Ingroia!

di Giorgio Bongiovanni
E' un gravissimo segnale quello che si può cogliere nella decisione del Tar del Lazio che ha confermato la revoca della scorta all'ex magistrato, ed oggi avvocato, Antonio Ingroia. La mafia ed i potenti che colludono con essa ringraziano per la "delibera" che mette a repentaglio la vita di uno degli uomini che è sempre stato in prima linea.
Abbiamo letto che i giudici hanno ritenuto "non rilevante ai fini dell'adozione di una misura di protezione, non essendo emersi riscontri di polizia scientifica né significative evidenze tali da ricondurre l'accaduto a dinamiche di criminalità organizzata".
Fermo restando che chi è entrato nella casa non ha volutamente lasciato alcuna impronta ed ha sottratto alcune pen drive e documentazioni (atti processuali, appunti e considerazioni personali su inchieste delicate), poco importa se il soggetto sia stato o meno appartenente alla criminalità organizzata.
E' noto che, così come diceva il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone, "la mafia non dimentica".
Non conta il lavoro che il nemico svolge in quel dato momento. Si può essere magistrati, avvocati, politici, parlamentari, funzionari di polizia, imprenditori, preti, docenti, giornalisti o semplici cittadini. La condanna a morte non ha revoca e il "conto" può essere saldato in qualsiasi momento, anche ad anni di distanza.
Per Ingroia parla la storia. È stato allievo di Paolo Borsellino, ha condotto inchieste e processi contro la mafia ma anche contro quei sistemi criminali che con essa fanno affari. Ha portato alla sbarra soggetti come l'ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, e l'ex senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, ottenendo (assieme ai colleghi Alfredo Morvillo e Domenico Gozzo) le condanne poi divenute definitive per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha iniziato insieme a Roberto Scarpinato l'inchiesta "Sistemi criminali", quindi ha istruito l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia assieme al pm Di Matteo a cui si aggiunsero i magistrati Del Bene, Teresi e Tartaglia. Un processo che ha portato alla condanna di boss, rappresentanti delle istituzioni e politici: gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss di Cosa nostra come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e il "solito" Marcello Dell’Utri.
E l'impegno per la ricerca della verità e della giustizia su certi fatti che hanno sconvolto il nostro Paese prosegue ancora oggi, da avvocato, difendendo collaboratori di giustizia e familiari di vittime di mafia, tra cui quelli dei carabinieri Fava e Garofalo, uccisi nel 1994 a Scilla, oggi parte civili al processo 'Ndrangheta stragista.
Più volte sono state evidenziate le minacce subite dall'ex pm. Basta ricordare le più recenti, con il capo dei capi Totò Riina, deceduto nel dicembre 2017, che lo definiva come "Il Re dei cornuti", e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico, che lo aveva inserito tra gli obiettivi di attentato, tanto quanto il dottor Di Matteo.
Ancora una volta le istituzioni di questo Paese si voltano dall'altra parte, fanno finta di non sapere o di non ricordare. Un'attitudine purtroppo comune in questi anni.
Non intervenendo, accettando in maniera silente questa discutibile sentenza lo Stato italiano, né più né meno, sta dicendo: uccidete Antonio Ingroia!

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