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Giorgio Bongiovanni

La voce del popolo rivoluzionario. In Sudamerica piccoli segni di cambiamento

di Giorgio Bongiovanni - Foto
Vince il “NO” alla riforma militare in Uruguay. In Argentina finisce l’era Macri con la vittoria del peronista Fernandez
A Santiago del Chile Piñera cede alle proteste e annuncia rimpasto di governo con 8 ministri ma i cileni vogliono le dimissioni dell’esecutivo

Bocciata in Uruguay la richiesta fascista della riforma “vivere senza paura” che autorizza l’impiego dei militari nella “sicurezza interna”. Dopo le numerose proteste in piazza di centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, duramente represse dalle forze di sicurezza uruguaiane, il popolo vince democraticamente. Lo stesso sta accadendo in Cile dove il presidente Piñera è stato completamente annientato dalla potenza democratica di milioni di manifestanti riversatisi in strada per chiedere con forza la sue dimissioni. Piñera ha promesso grandi cambiamenti con un rimpasto di governo dal quale sono stati allontanati 8 ministri, la fine dello stato di emergenza in tutto il paese e la creazione di un salario minimo garantito di 350mila pesos mensili, l'equivalente di circa 433 euro. Proposte volte a placare gli animi bollenti dei manifestanti che comunque non cedono a contropartite e reclamano la fine di tutto l’esecutivo del “discepolo” del dittatore Pinochet. Aria di cambiamento infine anche in Argentina dove è finalmente tramontata, con le elezioni vinte stamani al primo turno dal candidato peronista Alberto Fernandez, l’era neo liberale del presidente Mauricio Macri.

Elezioni Argentina: vince Fernandez con 48% dei voti finisce l'era di Macri
Netto cambio di rotta, le idee fasciste-neo liberali cadono (temporaneamente) in Sud America. Questa mattina gran parte del popolo argentino ha accolto con gioia e sorpresa la notizia della vittoria alle urne del candidato peronista di centro-sinistra Alberto Fernandez che ha stravinto al primo turno con il 48% dei consensi, contro il 40% andato al presidente uscente Mauricio Macrì, le elezioni presidenziali.
Dopo quattro anni di mandato termina così l’era Macri che ha saccheggiato il paese premeditatamente fino ad affossarlo completamente a livello economico e finanziario. La popolarità dell’ormai ex presidente (il prossimo 10 dicembre si insedierà al potere Fernandez) era stata pesantemente minata da scelte di governo sconsiderate che hanno portato il paese sul lastrico con la peggior crisi economica registrata nel Paese dal 2001. L’inflazione al 37,3%, un debito enorme e un tasso di povertà in aumento, pari al 35,4%, cioè un argentino su tre, hanno portato quasi la metà degli argentini presentatitisi in cabina elettorale (con un’affluenza registrata dell’80%) a porre la crocetta sugli altri candidati tra cui Roberto Lavagna (6,2%) e Nicolás del Caño (2,2%). Ma la sconfitta governativa non ha a che vedere solo con le gravi azioni di carattere economico attuate da Mauricio Macri. A contribuire allo scontento popolare è stata la perdita della sovranità sulle risorse naturali e territoriali e l’installazione di un dispositivo di intelligenza e sicurezza interiore militare Made in USA e Israele volto a perseguire il cittadino dissidente e le minoranze che pretendono il rispetto dei loro diritti come la popolazione Mapuche. Ad accentuare la sconfitta del presidente Macrì è stata anche la perdita del governo della provincia di Buenos Aires, dove l’economista Axel Kicilof ha vinto con il 51,98% contro la governatrice uscente, Maria Eugenia Vidal (36,11%). Fernandez a seguito dei risultati che lo hanno visto come vincitore al primo turno (la legge elettorale argentina prevede una vittoria presidenziale al primo turno con il 45% dei voti, o con almeno il 40% e dieci punti di vantaggio sul secondo) ha ringraziato tutto il popolo argentino per aver partecipato alla giornata elettorale rivolgendosi in particolare a coloro che vorranno costruire "una Argentina solidale, egualitaria, che difende l'educazione pubblica, la salute, che privilegia quelli che producono, quelli che lavorano".

Ballottaggio in Uruguay. Il 24 novembre si torna alle urne. Intanto arriva il “NO” alla riforma militare
Sorprese in cabina elettorale anche nel vicino Uruguay dove si tornerà alle urne per le presidenziali. Nelle elezioni tenutesi ieri il candidato di sinistra Daniel Martinez è arrivato in testa, ma non con un margine sufficiente da evitare di andare al secondo turno il 24 novembre contro il candidato di centro-destra Luis Lacalle Pou. Dunque si andrà al ballottaggio. Con oltre la metà dei voti conteggiati, il Frente Amplio di Martinez è arrivato intorno al 38%, mentre il Partido Nacional di Lacalle Pou si è fermato al 29%. Come terzo è arrivato il candidato Ernesto Talvi del Partido Colorado, al 13%, mentre al quarto posto è arrivato con il 10% il candidato Guido Manini Rios del nuovo partito di destra Cabildo Abierto, soprannominato il 'Bolsonaro dell'Uruguay'. Per il Frente Amplio il ballottaggio potrebbe rivelarsi complicato, dal momento che Talvi e Manini Rios hanno annunciato che sosterranno Lacalle Pou. Il popolo uruguaiano dovrà decidere se mantenere al potere la sinistra, che guida il Paese dal 2004, oppure cambiare. Il candidato presidente vincitore prenderà il posto dell’attuale capo dello Stato Tabaré Vazquez, che fu il primo presidente di sinistra a essere eletto in Uruguay. Il Frente Amplio ruppe il quasi monopolio sulla presidenza esercitato fino a quel momento dal Partido nacional di centro-destra e dal Partido Colorado, liberale, dal 1830, cioè due anni dopo l'indipendenza dell'Uruguay.
Nel 2010 Vazquez passò il testimone a José Mujica, ex guerrigliero tupamaro diventato famoso come 'il presidente più povero del mondo' (ha rinunciato a gran parte del suo salario e andava in giro con l'iconico maggiolone azzurro). Al termine del mandato del 'presidente pobre', nel 2015 Vazquez è tornato al potere, fino appunto a oggi.


Il popolo dell’Uruguay, oltre a rinnovare il nuovo Parlamento, ha anche votato a sfavore della riforma costituzionale che prevedeva la creazione di una forza di polizia militare. Presentata con lo slogan 'Vivere senza paura', l'iniziativa, che non era sostenuta da nessuno dei candidati alle presidenziali, prevedeva fra l'altro la creazione di una guardia nazionale militarizzata che doveva ricoprire alcuni incarichi di polizia, nonché l'inasprimento delle pene detentive per omicidi e stupri e l'autorizzazione di accessi forzati nei domicili su ordine giudiziario in caso di sospetti di atti illeciti. La misura, proposta da un senatore del Partido Nacional, ha provocato un'ondata di proteste: movimenti sociali, sindacati e il Frente Amplio hanno lanciato una campagna di opposizione al provvedimento. Nonostante i sondaggi indicassero che il 53% degli uruguayani era a favore, però, secondo le prime proiezioni dell'istituto Cifra il progetto è stato bocciato ottenendo solo il 47% dei voti favorevoli.
Il voto, in un Paese che conta appena 3,4 milioni di abitanti, arriva mentre l'intera regione sudamericana è agitata da violente crisi politiche, con la mobilitazione contro i risultati delle elezioni presidenziali boliviane e le grandi ondate di proteste contro il carovita in Cile.

Cile, Piñera annuncia rimpasto di governo e consegna le teste di 8 ministri a seguito delle proteste
Sempre a livello politico sono in corso grosse novità anche in Cile. Il presidente cileno Sebastian Piñera ha annunciato oggi un rimpasto di governo come risposta alle enormi proteste sociali registrate nel paese. Cadono le teste di otto fra i suoi principali ministri tra cui quelle del titolare dell'Interno Andrés Chadwick, delle Finanze Felipe Larrain e della portavoce del governo Cecilia Perez. Il rimpasto, dopo le proteste contro le disuguaglianze sociali che hanno scosso il Cile, coinvolge anche i titolari dei ministeri del Lavoro, l'Economia, Beni Nazionali, Sport e la segreteria della presidenza, riferiscono i media cileni.
Le proteste nel paese sono esplose lo scorso 17 ottobre all'indomani della decisione dell'esecutivo di aumentare il costo del biglietto del trasporto pubblico. Gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza hanno in breve spinto il governo a proclamare misure straordinarie come lo stato di emergenza e il coprifuoco in diverse zone del paese. Durante le manifestazioni sono morte oltre 50 persone e sono state ferite ed arrestate in migliaia. Il passo indietro sull'aumento del prezzo, deciso pochi giorni dopo l'inizio della rivolta pacifica, non è bastato a placare una protesta che rivendica origini più remote. Con il passare dei giorni il presidente ha progressivamente aperto alle richieste della piazza, arrivando a chiedere "scusa" per non aver riconosciuto la portata del malessere "in tutta la sua dimensione". Piñera ha quindi presentato una "ampia agenda di riforme sociali" che comprende, tra le altre cose, un aumento del salario minimo e un maggiore aggravio fiscale alle fasce di reddito più alte.

Foto di copertina originale © Afp

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