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Giorgio Bongiovanni

Il caso Brusca

Le confessioni di un pentito che ha collaborato con lo Stato
di Giorgio Bongiovanni

Giovanni Brusca
è l'assassino di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.
E' l'uomo che premette il pulsante a Capaci il 23 maggio 1992, facendo saltare in aria un'autostrada.
Giovanni Brusca è l'assassino del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Mario Santo Di Matteo), ucciso strangolato dopo 25 mesi di prigionia e sciolto nell'acido, per suo ordine, dal fratello di Brusca, Enzo Salvatore.
Giovanni Brusca, per sua stessa ammissione, è autore di oltre cento delitti. Tutti commessi per ordine di Cosa nostra.
Giovanni Brusca, come capo mandamento di San Giuseppe Jato, è stato un membro della cosiddetta Cupola.
Giovanni Brusca è stato affiliato personalmente dal Capo dei Capi, Salvatore Riina.
Giovanni Brusca è stato arrestato il 20 maggio 1996, ad Agrigento, mentre guardava, ironia della sorte, proprio un film sulla strage di Capaci.
Oggi Giovanni Brusca è un detenuto che da 23 anni sconta il suo debito con la giustizia secondo i dettami previsti dall'istituto dei collaboratori di giustizia.
La Procura nazionale antimafia, guidata da Federico Cafiero de Raho, ha espresso parere favorevole ai domiciliari con le seguenti motivazioni: “Il contributo offerto da Brusca Giovanni nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni”. Secondo quanto riferito dalla Dna vi sono anche "elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca” quali le sentenze che hanno riconosciuto “la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore” e “le relazioni e i pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei procedenti permessi”.
Sicuramente non si può dire che per Brusca il percorso di collaborazione con la giustizia sia stato facile. Particolarmente travagliato in principio, dove non mancavano le contraddizioni e le incertezze ed addirittura si pensava potesse essere un falso pentito, col tempo ha riferito fatti di grandissimo rilievo andando ben oltre gli omicidi da lui commessi o sulle responsabilità di Cosa nostra.
Il rapporto tra mafia-politica-istituzioni è stato sviscerato, nel corso degli anni, arrivano a raccontare in aula anche del cosiddetto "papello" di Totò Riina. Dopo l'incontro avuto con Rita Borsellino ha ritrovato un nuovo impulso per andare ancora più a fondo su certi argomenti. Così ha riferito anche del ruolo dell'ex senatore Marcello Dell'Utri (condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa) nel contatto con Silvio Berlusconi e lo scorso anno ha raccontato anche dell'incontro che vi sarebbe stato, a detta di Matteo Messina Denaro, tra Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, e lo stesso ex Premier, oggi indagato a Firenze come mandante esterno delle stragi del 1993. Secondo quanto riferito da Brusca, Messina Denaro gli disse che Graviano avrebbe visto al polso di Berlusconi un orologio da 500 milioni.
Ricordiamo, così come ha scritto la Procura nazionale antimafia, che Brusca è stato riconosciuto attendibile da diversi organi giurisdizionali tanto che in moltissimi processi gli sono state riconosciute le attenuanti previste dall'art.8 (quello previsto per i collaboratori di giustizia).
ho ucciso giovanni falcone 610Tutto questo riguarda Giovanni Brusca. Un figura che può essere approfondita leggendo il libro "Ho ucciso Giovanni Falcone", scritto con Saverio Lodato (edito da Mondadori e rieditato nel 2017).
Oggi l'ex boss di San Giuseppe Jato, tramite il suo avvocato Antonella Cassandro, chiede di poter scontare gli ultimi tre anni di pena che gli restano agli arresti domiciliari. Brusca, infatti, concluderà nel 2022 la propria detenzione carceraria sempre rimanendo sotto il vincolo della collaborazione con la giustizia, con l'obbligo di non infrangere la legge, così come ha fatto in questi anni.
Brusca infatti, mentre si trovava in carcere, fu indagato perché sospettato di riciclaggio e fittizia intestazione di beni ma successivamente venne assolto in tutte le sedi, diversamente da altri collaboratori di giustizia che, nel corso del loro percorso, hanno commesso anche delitti.
Su Giovanni Brusca si può dire e pensare tutto quello che si vuole. Il perdono, seppur difficile, per chi è di fede cristiana rappresenta una chiave. Chi è laico ha altri strumenti. In particolare i familiari vittime di mafia hanno tutto il diritto di esprimere il loro parere in piena libertà. Nessuno chiede loro di innamorarsi di Giovanni Brusca, perorare la sua causa o perdonarlo.
Tuttavia vi sono degli argomenti che andrebbero presi in considerazione in particolare da chi, come Maria Falcone, è sorella di un giudice che a tutti noi ha insegnato il rispetto della legge.
Non è un mistero che quella sui pentiti è una legge fortemente voluta da Giovanni Falcone. E non è un mistero che tale legge fu approvata, così come quella sul 41 bis, soltanto dopo la morte di Paolo Borsellino, nel 1992.
Ed oggi, a 27 anni dalle stragi, di questi due strumenti legislativi si torna prepotentemente a parlare. Si può essere certi che Giovanni Falcone avrebbe colto l'opportunità della collaborazione con la giustizia del suo stesso assassino ed avrebbe messo in atto la legge, senza lasciarsi trasportare da emozioni o sentimenti. Ed è probabile che avrebbe anche perorato la richiesta della detenzione domiciliare per Brusca, così come hanno fatto anche i magistrati della Procura nazionale antimafia, la direzione del carcere di Rebibbia, e le autorità di pubblica sicurezza di Palermo.
Forse, in questo delicato momento storico, anziché scandalizzarsi per un'eventuale detenzione domiciliare concessa ad un collaboratore di giustizia si dovrebbero fare barricate, scendendo in piazza, contro la possibile sentenza Cedu che potrebbe spazzare via l'ergastolo ostativo dal nostro sistema giuridico, permettendo la libertà a chi, diversamente, non ha mai intrapreso alcun percorso di collaborazione con la giustizia e che, una volta usciti dal carcere tornerebbero inevitabilmente a delinquere e a manifestare tutto il proprio potere.
Come ha scritto il nostro editorialista Saverio Lodato il nostro è un Paese strano dove si rischia di vedere liberi gli assassini criminali e mafiosi, con i collaboratori di giustizia destinati a marcire nelle patrie galere.

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