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Giorgio Bongiovanni

Scorta ad Ingroia, il grave silenzio del Viminale

ingroia antonio scorta c imagoeconomicadi Giorgio Bongiovanni
Nessuna risposta. Nonostante le tre lettere inviate ai ministri degli Interni (Marco Minniti e Matteo Salvini) le raccolte firme avviate dai cittadini dal Viminale non c'è nessuna risposta alla richiesta di ripristino della scorta ad Antonio Ingroia.
La tutela nei confronti dell'ex pm, oggi avvocato, è stata revocata lo scorso maggio dall'Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale), d'intesa con le prefetture di Palermo e Roma. Una decisione alquanto discutibile se si pensa che da ventisette anni Ingroia è una delle figure che non ha solo combattuto la mafia ma anche quegli intrecci che la stessa ha con i più alti vertici del potere. E' un fatto noto che "la mafia non dimentica" e per questo il silenzio dei più alti vertici istituzionali è grave ed inconcepibile.
Al di là di quelli che sono gli organi competenti per la valutazione se ad un soggetto debba essere assegnata una tutela è necessario che i ministeri, e quindi il Governo, diano un indirizzo politico anche in questo senso e la valutazione non può essere meramente burocratica, figlia di una logica del risparmio. I casi vanno certamente valutati singolarmente e tra certi politici e cosiddetti "vip" sono numerose le scorte di Stato veramente inutili.
A ragion veduta, però, Antonio Ingroia non rientra tra questi casi. La sua storia di uomo impegnato contro la mafia (e non solo) spiega chiaramente i motivi per cui è assurda la decisione presa dal precedente ministro degli Interni e, fino ad oggi, confermata dal ministro Matteo Salvini. E non si può non tenere conto anche delle minacce e delle intimidazioni più recenti. Il capo dei capi Totò Riina, oggi deceduto, lo definiva come "Il Re dei cornuti" mentre il collaboratore di giustizia, Carmelo D'Amico, ha raccontato che tra gli obiettivi di Cosa nostra vi era quello di colpire il dottor Di Matteo ed anche Antonio Ingroia.
Ma le minacce nei suoi riguardi sono anche precedenti. Nel 2009 Domenico Raccuglia, il boss allora latitante, vicino a Matteo Messina Denaro, venne arrestato nei pressi della casa di campagna dell'ex pm mentre stava preparando un attentato nei suoi confronti. E nel 2011, mentre era ancora in corso l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, un collaboratore giustizia di calabrese, Marco Marino, disse che Cosa nostra e ’Ndrangheta stavano preparando un attentato con venti chili di esplosivo.
Anche il fatto che Ingroia non è più magistrato non giustifica la decisione di revoca della tutela. Oggi, infatti, difende collaboratori di giustizia ed anche familiari di vittime di mafia, tra cui quelli dei carabinieri Fava e Garofalo, uccisi nel 1994 a Scilla, oggi parte civili al processo 'Ndrangheta stragista.
Anche per questo lasciare Ingroia senza tutela è un pericolo. Qualunque soggetto criminale potrebbe decidere di colpirlo permettendo a mafie e sistemi criminali di compiere la loro vendetta. In un mondo che vive di segnali togliere la scorta è già un messaggio chiaro ed è il segno che lo Stato è disposto a sacrificare chi lo ha servito con rispetto ed onore.
Per questo un Governo che si proclama come serio ed in prima linea nel contrasto contro mafie e corruzioni dovrebbe intervenire concretamente. Altrimenti sarebbe solo un Governo che alle azioni preferisce le chiacchiere.

Foto © Imagoeconomica

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