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Giorgio Bongiovanni

Il filo rosso tra la Mafia e la politica

di Giorgio Bongiovanni - Video
Nel libro di Caselli e Lo Forte non solo il processo Andreotti

Un fil rouge che lega mafia e politica, passato e presente. È quello che il libro “La verità sul processo Andreotti”, a firma dei magistrati Gian Carlo Caselli (ex procuratore a Palermo) e Guido Lo Forte (ex procuratore a Messina) mostra chiaramente nello spiegare come andarono le cose al processo contro il “Divo” che tutti - a cominciare dai giornaloni del potere e da certa politica - spacciarono per assolto dall’accusa di associazione a delinquere con la mafia.
Ed è stato rimarcato ancora una volta alla presentazione del libro (edito da Laterza) a Palermo, lo scorso 28 maggio, dove insieme agli autori sono intervenuti il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, Pif, regista e attore, Salvatore Cusimano, direttore di Rai Sicilia, e Fabrizio Piazza (libreria Modusvivendi).
Come ormai dovrebbe essere noto - ed il libro lo sottolinea una volta di più - Giulio Andreotti non fu assolto dall’accusa di associazione a Cosa nostra. Al contrario, la sentenza spiega che il reato - caduto, questo sì, in prescrizione - è stato commesso fino al 1980. Fino a quell’anno, dunque, possiamo dire senza possibilità di essere smentiti che Andreotti, il mafioso, l’ha fatto per davvero. Seppure, successivamente - siamo agli inizi degli anni ’90 - durante la sua presidenza del Consiglio Giovanni Falcone, approdato al Ministero degli Affari Penali, poté davvero condizionare positivamente quel momento politico nel quale Claudio Martelli era ministro della Giustizia, e Vincenzo Scotti agli Interni.
Ed ecco che quel fil rouge sui rapporti mafia-politica, seguito nel processo Andreotti a Palermo al tempo di Caselli, passa per molti dei delitti “eccellenti” e indagini ad alta tensione su cui la stessa Procura (e, in questo, molto si deve anche a Di Matteo) ha indagato: a partire dalla scomparsa e l’omicidio di Emanuele Piazza, e dalla bomba che uccise il giudice Chinnici (per la quale vengono individuati, anche se post mortem, i cugini Nino e Ignazio Salvo quali mandanti esterni e interni a Cosa nostra) e l’omicidio del giudice Saetta; proseguendo con il processo a carico di Ignazio D’Antone, le inchieste “Ghiaccio” e “Talpe alla Dda”, il processo a Giovanni Mercadante e prima ancora, a Caltanissetta, il troncone “ter” del processo sulla strage di via d’Amelio. Fino ad arrivare al famigerato processo trattativa Stato-mafia. In ognuno di questi tasselli la costante è il dialogo, il patto, il compromesso tra Cosa nostra, pezzi deviati dei servizi segreti, delle istituzioni, della politica.



Piste investigative tradotte poi in sentenze passate in giudicato (sull’esistenza della trattativa, a parlare è la sentenza definitiva di Firenze) che oggi, dopo centocinquant’anni di storia di mafia - e di sangue delle vittime innocenti - fanno sentire la loro voce. Scrivono nero su bianco che non è cosa che può più essere negata, o minimizzata, o declassata a “fantasia” di pochi “visionari”, il fatto che da quando è nata Cosa nostra ci sia qualcuno, dalla parte delle istituzioni, disposto a sedersi allo stesso tavolo.
Dopo la sentenza di primo grado che ha condannato politici e ufficiali dei Carabinieri insieme ai boss mafiosi, nemmeno nei giornaloni di potere la trattativa può essere considerata ancora “presunta”, ma (a dispetto delle considerazioni obsolete di certi storici) diventa finalmente “tale”.
Ora, dunque, che la trattativa Stato-mafia inizia ad assumere sempre più i tratti della verità storica, c’è da auspicare non solo una vera presa di posizione del prossimo governo sulla lotta alle mafie, alla corruzione, al narcotraffico, ma un lavoro culturale e di memoria del nostro passato affinchè, cominciando sui banchi di scuola, la storia del nostro Paese possa essere conosciuta per quella che è. Senza omettere quanto sia stata condizionata, spesso e volentieri, da quel rapporto sul quale c’è ancora molto da indagare tra mafia, politica e ambienti di potere.

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