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Giorgio Bongiovanni

Omicidio di Stato in Argentina: l'assassinio del figlio dell'ex presidente Menem

di Giorgio Bongiovanni e Jean Georges Almendras - 3° Parte
Un complotto mafioso uccide Carlitos Jr.  figlio del presidente Menem

Antimafia Duemila, come quotidiano di denuncia contro il crimine organizzato, è stato invitato a occuparsi di questo caso, raccogliendo informazioni concrete, complementari a quelle ufficiali. Gradualmente abbiamo ricomposto il gran puzzle attorno alla morte del giovane Menem. Una morte dove gli enigmi e gli intrighi del potere non sono mancati.
La stampa argentina ha dato molto risalto alle dichiarazioni della madre di Carlitos che ha sempre sostenuto che suo figlio era stato vittima di un attentato. La Tribuna de Periodistas, nel febbraio del 2013, ha riferito che Zulema Yoma ha affermato che la morte di suo figlio era “il terzo attentato”, lasciando intendere la logica della “pista siriana” che iniziò a imporsi nelle indagini dell’attentato contro l’AMIA, il 18 luglio 1994 (Associazione Mutualità Israelita Argentina in cui fu fatto esplodere un furgone pieno di tritolo).
Possiamo dire, ad esempio, come frutto delle nostre indagini, che ai tempi dell’attentato contro l’AMIA il presidente era il Dr. Saúl Menem, e aveva sigillato un accordo pre elettorale con la Siria, paese di origine dei suoi antenati che avrebbe finanziato la sua campagna elettorale, compromettendosi a sua volta a favorire determinate attività di questo paese arabo in Argentina, una volta assunto il potere. A questo proposito, è noto il suo legame con Ibrahim al Ibrahim, colonnello dell’Intelligence siriano (latitante ricercato dalla polizia) sposato con Amalia Beatriz Yoma, “Amira”, cognata del presidente Carlos Saúl Menem ed addetta all’agenda presidenziale.
Ibrahim al Ibrahim era direttore della Dogana all’epoca in cui Alfredo Enrique Nallib Yabrán (presunto suicida il 20 maggio del 1998), titolare di un’impresa di vigilanza denominata Bridees, che riuniva ex repressori (da cui il nome Bri-de-es=Brigata di ESMA, Scuola di Meccanica dell’Armata), titolare di altre aziende di posta privata (OCASA e InterCar S. A.) e di un'azienda di trasporti (Villalonga-Furlong) nonchè di una ditta di trasporto di denaro (Juncadella). Aziende notoriamente utilizzate, tra l’altro, per il traffico di droga. Attraverso il management di EDCADASSA (di cui le Forze Aeree argentine avevano una quota partecipativa del 55% mentre il restante 45% lo aveva Villalonga-Furlong), Yabrán avrebbe controllato i depositi della Dogana (lo dice Miguel Bonasso nel suo libro “Don Alfredo”), facilitando l’ingresso di materiali del trafficante siriano Ahmed Al Kazar, a cui il governo Menem aveva concesso il passaporto argentino e che aveva realizzato con le Forze Aeree Argentine un’operazione di vendita di aerei Dagger-Miragge. In linea con questa analisi, successivamente “Amira” Yoma è stata indagata dal giudice spagnolo Baltasar Garzón nel cosiddetto “Yomagate” per essere stata fermata con una valigia piena di milioni di dollari apparentemente frutto del traffico di droga.
A questo punto dobbiamo segnalare, ad esempio, che il giornalista Juan Salinas aggiunge un dato non meno significativo: “Vale la pena ricordare che erano molti (non solo Amira Yoma) a portare dagli Stati Uniti valigie Samsonite piene di dollari provenienti dal traffico di cocaina colombiana ed eroina asiatica; e che questi movimenti erano con tutta evidenza frutto di un accordo tra Menem e la Siria (un accordo al quale, io sospetto, hanno partecipato anche i servizi segreti israeliani) a gestire il riciclaggio di quel denaro era un vecchio cubano di Alpha 66 (la collaterale della CIA che organizzò lo sbarco sulla Spiaggia Girón o Baía de los Cochinos)”.
Ma è anche ampiamente dimostrato il vincolo di Menem con l’allora Presidente della Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas (DAIA), Rubén Ezra Beraja, presidente del fallito Banco Mayo.
Come dato aggiuntivo dei vincoli esistenti tra gli uni e gli altri, c'è che l’avvocato che si è occupata del fallimento di due aziende legate a Yabrán è la stessa che ha rappresentato Rubén Beraja nella bancarotta del Banco Mayo, e anche alla DAIA nel caso AMIA. Si sospetta anche che un’impresa appartenente a Yabrán si occupava delle pulizie nell’Ambasciata di Israele e dell’AMIA.
Molti giornalisti e investigatori, come Juan Gasparini, Juan Salinas, Jorge Lanata, Horacio Lutzky e Guillermo Lipis, Daniel Schnitman, Rogelio García Lupo, Christian Sanz e Fernando Paolella, e tanti altri, sostengono che l’esplosione dell’Ambasciata di Israele e dell’AMIA rispondeva ad un’operazione mafiosa collegando quanto detto sopra con il narcotraffico, il riciclaggio di denaro ed il traffico di armi. Le sue affermazioni sono sorrette da elementi sufficienti per approfondire un’indagine giudiziaria in quel senso.
Questa linea investigativa è stata denominata “la pista siriana” e comprometteva seriamente il Presidente Menem, i suoi familiari e gente a lui vicina e - secondo quanto afferma Salinas - metterebbe in evidenza che “già da due decenni i servizi segreti di Israele e degli Stati Uniti triangolano armi e droga attraverso una rete di trafficanti di cui facevano parte gente come il saudita Adnan Khashoggi, il siriano Monzer Al Kassar ed il britannico (ebreo) Judah Eleazar Binstock.
Questa “pista” non è mai stata investigata ed è stata seguita soltanto la linea tracciata e definita dai servizi di intelligenza del governo (SIDE) e dei servizi segreti statunitensi (CIA) e israeliani (MOSSAD), interessati a coinvolgere settori iraniani in entrambi gli attentati. In questo modo si evitava di compromettere il Presidente Menem ed il suo entourage per accusare l’Iran di essere un paese terrorista  (missione della CIA e del MOSSAD).
A questo puzzle complesso, tra vincoli e affari mafiosi, dove ci sono droga ed armi, personaggi ed imprese argentine pubbliche e private, dobbiamo aggiungere alcuni aspetti riportati da vari analisti. E' interessante quanto scritto dal giornalista Christian Sanz, nel suo libro "Uccidete il figlio del Presidente" del 1999.
In uno dei paragrafi più salienti del suo libro, il collega mette chiaramente in evidenza i timori di Carlitos: "Se mi dovesse succedere qualcosa, vecchia (parlando con affetto alla madre), il primo che mi ammazzerà è Ramón', aveva detto inaspettatamente Junior ad una sconcertata Zulema Yoma che non riusciva a capire il perché di una così spontanea confessione. Non fu difficile all'ex first lady indovinare che il Ramón al quale si riferiva suo figlio era lo stesso che svolgeva la mansione di segretario privato del suo ex marito, Carlos Menem. Proprio Ramón Hernández".
In un altro paragrafo Sanz allude direttamente ai particolari vissuti prima del viaggio, tanto da Carlitos quanto dal pilota Silvio Oltra.  
“Erano già passate le 9 del mattino e Junior aveva deciso di viaggiare sulla Renault utilizzata dalla scorta, insieme agli ufficiali della Federal Bauer e Noriega. Prima di arrivare alla residenza presidenziale, cominciò a diffidare sulla sua destinazione quando entrambe le scorte lo informarono che non lo avrebbero accompagnato nel suo viaggio a Rosario. Il capo della sua scorta personale, l'Ufficiale Oscar Barcelona, aveva disposto - sospettosamente - di diminuire quel giorno il numero di agenti e delle volanti che lo avrebbero scortato lungo il tragitto verso la sua destinazione nella provincia di Santa Fé. Carlitos ricordò allora quello che gli diceva sua madre: "Devi cambiare la scorta periodicamente, ‘chancho’". Zulema sospettava del fatto che Barcelona non lo lasciava solo un minuto. Ad aumentare i sospetti il fatto che l'elicottero, nella Residenza de Olivos, non avesse una scorta assegnata o che non fossero state predisposte le più semplici  misure di sicurezza. Secondo un'informazione fornita da Daniel Bellandi, Controllore del Traffico Aereo della Residenza de Olivos, non 'esiste nei registri di entrata ed uscita degli  elicotteri, alcuna annotazione sull'uscita dell'elicottero di Carlos Menem Junior dalla Residenza quel fatidico 15 marzo 1995'".  
Christian Sanz non si limita a questo preambolo e scrive ancora: "Mentre nella sua testa non smetteva di pensare ad affari di armi e droga, bongiovanni giorgio con zulema yomaCarlitos cercava di collegare i dati che lo martellavano e che vedeva coinvolto proprio suo padre in quei traffici. Comunque, pensava a quando fosse stato più tranquillo e avesse avuto più tempo per analizzare attentamente l'informazione che portava nel suo portadocumenti grigio. Gli era ancora difficile comprendere la connessione tra armi e droga in un paese tanto lontano dal Medioriente. Non poteva credere che quegli "affari" avessero penetrato in tale maniera gli strati più profondi di ogni potere politico".
Sul portadocumenti grigio che aveva Carlitos, la Tribuna de Periodistas del 15 marzo 2013 aggiunge: "Lourdes Di Natale, ex segretaria deceduta di Emir Yoma, dichiarò all'epoca che nell'ufficio del suo capo era custodito il portadocumenti appartenuto a Carlitos. Appena si verificò la caduta dell'elicottero, Emir Yoma chiese a Lucho Pineda di entrare quanto prima nell’appartamento di Carlitos e ritirare il contenuto della cassaforte che si trovava a fianco al letto: "Tira fuori tutto ed avvisami senza che lo sappia Zulema", ordinò da San Nicolás".  
Nel libro, Sanz continua il suo racconto sul fatidico giorno: "Per sfuggire da simile pressione, nella sua mente si materializzavano pensieri sulla prossima gara automobilistica alla quale stava per partecipare a Rosario. Era sicuro che sarebbe arrivato tra i primi e già si vedeva mentre festeggiava di fronte all'ovazione della gente. Fu il primo sparo a farlo tornare alla realtà. Non capiva niente. Non  era neanche sicuro che si trattasse di uno sparo di pallottola. Ma i successivi continui spari non gli permisero di pensare troppo. L’unica cosa che sapeva con certezza in quel momento era di essere  vittima di grossi proiettili, sparati da più di un franco tiratore. 'Mi hanno sparato, mi hanno sparato…, ho perso l'idraulica. Fate qualcosa (…)', riuscì a dire Carlitos, tentando di mettersi vanamente in contatto con la sua scorta mentre tentava di manovrare l'elicottero. In seguito si sarebbe appreso che la comunicazione era stata registrata dalla torre di controllo dell'aeroporto di Ezeiza. Junior era fiducioso che la scorta lo seguiva da terra, così come avevano programmato e come faceva normalmente. Era convinto che fosse così è cominciò a discendere per coordinare cosa fare con chi doveva proteggerlo. Quello che non poteva immaginare era che non avrebbe trovato alcun aiuto. L'automobile della scorta lo aveva abbandonato 20 km prima. La sensazione che provò Carlitos nel vedere che avevano liberato la zona si interruppe al momento stesso dello schianto contro i cavi della elettricità che attraversavano la rotta 9. Fu il momento dell'inevitabile fine”.
Il tema della scorta, cioè della sua assenza al momento di precipitare l'elicottero, non è un fatto trascurabile. Inevitabili le domande. Carlitos stesso lo aveva capito mentre era ancora a bordo dell’elicottero prima della fine. Perché sotto la zona era libera. Assolutamente libera. Sanz lo racconta in questo modo: "La stessa mattina di quel nefasto 15 marzo Carlitos seppe che due delle auto di scorta non lo avrebbero accompagnato nel suo tragitto a Rosario. Gli ufficiali Barcelona, Bauer e Noriega viaggiavano - insieme al figlio del Presidente - in una Renault 18 oscura verso la Residenza de Olivos. Rimase sconcertato e senza capire il perché di tale decisione, si rassegnò pensando che il destino aveva voluto che le cose andassero così. Alla Pathfinder nera sulla quale avrebbe viaggiato il suo capo scorta, si era aggiunta un’automobile Spirit bianca con altri tre ufficiali (che dovevano essere quattro): Carlos Ruiz, Adolfo Vallejos e Héctor Rodríguez. I veicoli, occupati dai custodi ed amici di Carlitos, avevano l’ordine di seguire l'elicottero lungo la Ruta Nacional Nº 9. Cercando di rimanere sempre sotto lo stesso ed comunicando per mezzo di Handys e cellulari".
"Inizialmente tutto andava come previsto ma, inaspettatamente, entrambi i veicoli si fermarono in un’area di sosta lungo il Km 191,5 della Ruta, circa 20 km prima che l'elicottero precipitasse a terra. Secondo quanto dichiarato da Oscar Barcelona e Cesar Perla, capo scorta ed amico personale di Carlos Menem Jr rispettivamente, si trattennero nel garage di un gommista "El Pito" per cambiare una ruota del veicolo della scorta che poco prima aveva forato. Nella stessa dichiarazione, fanno sapere che pensavano di fermarsi alla Stazione di Servizio del km 211.5 –precisamente di fronte al punto dove cadde l'elicottero- per fare rifornimento. Sembra completamente assurdo che trattandosi di scortare qualcuno minacciato di morte e che era niente meno che il figlio del Presidente della Nazione, la scorta non avesse preso in considerazione di fare il pieno per evitare di fermarsi. Per quanto riguarda la ruota del furgoncino, non è mai stata trovata la ruota forata. È ugualmente strano che non la abbiano cambiata loro stessi. Oscar Barcelona assicurò che era andata così perché avevano perso la chiave di sicurezza, cosa poi smentita dall'addetto dell’officina del gommista il quale dichiarò che la stessa si trovava sotto il sedile posteriore della Pathfinder".
Su questo episodio, la Tribuna de Periodistas fa alcune osservazioni: "È strano che nonostante le costanti contraddizioni che emergono da parte di chi doveva accompagnare Carlitos, il percorso delle auto sulla strada non sia stato oggetto di indagine dei magistrati titolari dell'indagine. Neanche di fronte alla scarsa credibilità di alcune affermazioni. Ad esempio, secondo l'ufficiale Noriega, nello stesso momento che cadeva l’elicottero, ricevette sul "motorola" della Renault 18 una chiamata dell'Ufficiale Ferrari (assegnato alla scorta di Zulema Yoma), per informarlo del tragico evento, mentre l'Ufficiale Bauer assicurò che Ferrari lo aveva avvisato che c'era stato un incidente quando si trovavano già a Olivos e che, previamente avevano ascoltato attraverso il "motorola" (telefono cellulare)  un avviso della caduta dell'elicottero a Ramallo, quando erano parcheggiati di fronte ad una banca, ma non lo avevano collegato”.
Ma i dettagli di quel giorno raccontano molto. I dettagli dei registri grafici del posto dove si trovava l'elicottero. E Christian Sanz non lo omette nel suo libro.  
"In conclusione, la scorta ha giustificato questa strana fermata per la necessità di 'spostare i caschi (per la corsa), da un'automobile ad un altra', malgrado entrambi le automobili fossero dirette allo stesso punto di incontro: Rosario. Questi presunti caschi che provocarono quel tremendo e stupido ritardo, si trovavano nelle riprese dei resti dell'elicottero lo stesso giorno della tragedia, perché li portava Carlitos stesso nell'elicottero”.
Tribuna de Periodistas non trascura nemmeno questo punto per fare alcune precisazioni essenziali  sulle indagini che nessuno portò avanti: "Trascorsi circa 20 anni da questo attentato, non è stato possibile stabilire ancora con precisione cosa fecero quel giorno i membri della scorta. Non è stato possibile stabilire il numero esatto di persone che viaggiavano in ogni automobile né chi erano. Non si sa neanche quanti telefoni cellulari o apparecchiature di comunicazione possedevano. Ancora meno il numero di chiamate effettuate né a chi, né da quale zona. Quando invece sarebbe stato  semplice se avessero utilizzato il sistema Excalibur che tanti buoni risultati aveva dato nel  caso dell'assassinio di José Luis Cabezas".
Sanz nel suo libro affronta anche il tema specifico di quanto accade ai testimoni. Infatti i testimoni  trovarono gradualmente  la morte, in differenti circostanze. Vediamo alcuni casi dell'esteso elenco: "È un tema molto dolente dove muore gente chiave', mi assicura con paura una persona che è stata minacciata nell’ambito dell'indagine della morte di Junior. Anche se uno si rifiutasse di crederlo, le prove vanno oltre quello che si possa immaginare. Ci sono fatti obiettivi che alimentano il terreno dei sospetti: più di 10 persone sono morte violentemente in un lasso di tre anni, mentre altre sono state minacciate. Tutte loro, in un modo o nell’altro, avevano avuto una viva partecipazione - come testimoni o come investigatori - nell'episodio accaduto quel 15 marzo 1995".
Christian Sanz scrive ancora nel suo libro come dato sconvolgente: "A parte l’efficace relazione  realizzata dai periti della Gendarmeria insieme a tecnici delle parti interessate - che dimostrò che nei resti dell'elicottero c’erano dei resti di pallottole -, il 16 febbraio del 1995, circa un mese prima della morte di Carlitos Menem, l'agente dell’Intelligence Mario Aguilar Rizzi fece arrivare al ministero dell'Interno una lettera raccomandata - con ricevuta di ritorno nº 8804 - avvertendo che i figli del Presidente dovevano essere protetti in modo speciale fino a dopo le elezioni, perché qualcosa di grave sarebbe successa loro. Disse persino che Carlitos Menem “sarebbe stato ucciso mentre volava sul suo elicottero".
Tribuna de Periodistas aggiunge altri dati. Uno riguarda lo stato dell'elicottero dopo la caduta: "È necessario che la perizia della Gendarmeria non sia inclusa nella causa", aveva detto senza mezze parole Carlos Corach al Giudice Villafuerte Ruzo appena seppe che le conclusioni erano determinanti e puntavano direttamente a rafforzare la tesi dell'attentato. I dodici esperti che prepararono il rapporto - dei quali tre erano specialisti in elicotteri e quattro in balistica ed esplosivi- assicurarono in maniera assoluta che esistevano "perforazioni, deformazioni ed irregolarità attribuibili ad impatti di proiettili da arma da fuoco" in cinque punti differenti dell'elicottero Bell Jet Ranger III, targa LV-WFZ serie numero 4263 nel quale viaggiavano Carlitos ed il suo amico Silvio Oltra. E l'altro, alla lettera di un mese prima: "La ricezione di questa lettera fu ammessa dallo stesso ministro dell'Interno all’epoca, Carlos Corach".

Conclusioni
Abbiamo incontrato, non molto tempo fa la signora Zulema, alla quale avevamo promesso di far luce sulla verità dell'assassinio di suo figlio. Pensiamo di aver mantenuto la promessa.
In questa esclusiva ed inedita relazione divisa in tre parti abbiamo conosciuto i particolari che ruotano attorno ad una morte mafiosa, una morte cospirativa, o meglio, un crimine infame. Così come infami sono sicuramente i moventi e le vere ragioni di una tragedia che commosse gli argentini ed il mondo intero. Una tragedia rimasta impunita fino ad oggi.  
Una tragedia dal sapore di mafia. Un'azione canaglia nata da molte altre infamie che hanno un solo vertice, e un solo copione: le mosse fatte da un uomo consumato dal potere, dalla perversione e dell'ambizione.
In definitiva pensiamo che purtroppo e tragicamente il caso di Menen Jr. è un caso tipico del potere che in questo mondo prende piede soprattutto alla fine della 2º guerra mondiale. L'Argentina, come la maggior parte dei paesi del Latino America, nella migliore delle ipotesi è stata condizionata, nella peggiore, completamente manipolata dalla politica imperialista degli degli Stati Uniti d'America, nella peggiore delle ipotesi.
In definitiva pensiamo che l'assassinio del giovane Menem sia un assassinio per vendicarsi del padre. Un padre non giusto, nè buono. Un padre che aveva affari con le più grandi organizzazioni criminali del mondo e  che naturalmente giocava su due tavoli. Soprattutto sul tavolo degli arabi. Pensiamo quindi che l'assassinio abbia varie implicazioni: in primo luogo, gli arabi che si vendicano del “fratello” che non ha rispettato i patti; la Cia, in secondo luogo perché Menem non fece niente per il caso dell'AMIA, l'attentato più grave accaduto in Argentina contro gli ebrei; e terzo, essendo il presidente Menem una mina vagante sul punto di esplodere, era un pericolo per l'establishment degli Stati Uniti, perché non sapevano cosa avrebbe fatto. Apparentemente mostrò una certa politica anti nordamericana ma allo stesso tempo, il presidente Menem era accondiscendente, abbassava la testa di fronte agli Stati Uniti. Quindi noi pensiamo che una serie di implicazioni portarono all'assassinio del giovane Menem affinché suo padre si adattasse ad un determinato ruolo. Infatti, dopo che ammazzarono il giovane, Menem sposò una politica al cento percento a favore degli Stati Uniti d'America.
Torniamo ora al nostro viaggio a Corrientes per incontrare Alejandro: il sicario, e colleghiamo alcuni punti del suo racconto vediamo che ci sono molti riscontri tra le dichiarazioni che ci ha rilasciato con i fatti tragici di dominio pubblico. Tutto sembra incastrarsi.  
Alejandro ci ha rivelato l'anticamera di un crimine mafioso. Ci ha rivelato dettagli e nomi che non erano mai stati divulgati. Dati preziosi. E non possiamo non condividere con voi le sue ultime parole prima di uscire dalla stanza. La stanza nella quale ci ha confessato di avere più fiducia in un giornalismo libero che nella giustizia argentina.  
“Ho avuto varie offerte, però mi pesava la coscienza. Nemmeno Menem sa o seppe dove era maturato l'attentato, la morte di suo figlio. Per me c’entrano le armi. Ha a che vedere con qualche suo affare. Ho cercato di avvicinarmi a Zulema Yoma, ma mi è stato impossibile. Un familiare che è in polizia non vuole che parli di questo, è molto arrabbiato con me. Non ho fiducia nella giustizia argentina. Io so cose che nessuno ha scritto”.
Ma noi le scriviamo per lui. E non gli abbiamo chiuso le porte. Oggi non sappiamo dove sia. Se è vivo o no. La nostra porta è aperta.

Foto di copertina: elintransigente.com

In foto a destra: l'ex first lady argentina Zulema Yoma insieme al direttore Giorgio Bongiovanni (inizi anni 2000)

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