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Giorgio Bongiovanni

Caso Moro: gli assassini di Stato liberi e arroganti

moro aldo br vert internadi Giorgio Bongiovanni
“C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto”. Le parole dell'ex br Barbara Balzerani sono di quelle da restare basiti. La donna che prese parte al rapimento dell'onorevole Aldo Moro e condannata all’ergastolo per omicidio e sequestro di persona (in libertà dal 2011) a margine della presentazione del suo libro a Firenze decide di togliersi un sassolino dalla scarpa. E lo fa proprio nel giorno del quarantesimo anniversario della strage di via Fani quando, rivolgendosi alle vittime, rivendica il fatto che “non è che la storia la puoi fare solo te”.
Dopo cinque processi e numerose commissioni parlamentari d’inchiesta, senza contare le inchieste giudiziarie collaterali, emerge come i brigatisti che parteciparono al sequestro e alla detenzione dell'esponente Dc (da Mario Moretti, in giù) e all'assassinio dei componenti della scorta - Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino - furono quantomeno vicini agli ambienti dei servizi segreti. Per questo, a quarant'anni da quel 16 marzo 1978, le dichiarazioni della Balzerani contro le vittime della strage terroristica suonano portatrici di un messaggio: noi, assassini di Stato, godiamo di impunità. E in un Paese che gira al contrario assassini e stragisti sono a piede libero e partecipano ad eventi culturali, anzichè essere detenuti al 41 bis fino a quando non raccontano tutto ciò che sanno su una delle pagine più nere della storia italiana. Una domanda su tutte: chi furono i burattinai che mossero i fili del rapimento di Aldo Moro? Che permangano aspetti inquietanti sulla vicenda dell'onorevole Dc è stato evidenziato anche dalla commissione d’inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni. Ad esempio, sul fatto che Moro sarebbe stato prigioniero in via Massimi, proprio vicino via Fani, dove si trova un’elegante palazzina nel ’78 proprietà dello Ior, nella quale è stato individuato un covo delle Br. Proprio questa fu, infatti, una delle prigioni del politico democristiano. Così come è sufficientemente provato che il memoriale di Valerio Morucci è “approssimativo e arrangiato”. O che Alessio Casimirri, componente della colonna brigatista centrale nel rapimento Moro tuttora latitante in Nicaragua, sarebbe scappato, secondo molti, grazie ad un regolare passaporto falso che sarebbe stato fornito dai servizi segreti. È lo stesso Fioroni a scrivere che le modalità con cui il brigatista lasciò l’Italia non furono mai veramente chiarite e che oggi resta imprendibile per le autorità italiane, a fronte di una richiesta di estradizione mai andata a buon fine. Risuonano ancora le parole di Steve Pieczenik, consigliere di Stato USA chiamato al fianco di Francesco Cossiga per risolvere la condizione di crisi, quando in un'intervista disse che “con la sua morte (di Moro, ndr) impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa”.
Sono solo alcuni dei passaggi più cupi che, della strage di via Fani, consegnano un quadro quantomeno inquietante sui rapporti tra br e ambienti istituzionali e dei servizi segreti.
Tornando alle dichiarazioni della Balzerani, resta inaccettabile che chi prese parte a quel massacro ne insulti le vittime, per giunta nel quasi più totale silenzio mediatico. Ipotizzando l’assurdo, quali sarebbero le reazioni se un giorno Leoluca Bagarella presentasse un suo libro, senza disdegnare di criticare aspramente le vittime della violenza stragista di Cosa nostra? Immaginiamo il finimondo. Per questo la politica del “due pesi e due misure” non deve trovare spazio quando si parla di vittime e stragi.

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