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Giorgio Bongiovanni

Strage Capaci, rinvenute tracce di Dna di una donna

capaci 1000Elementi presenti su guanti di lattice
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
Il 23 maggio 1992 nei luoghi della strage di Capaci non c'era solo la mafia. L'ipotesi è tutt'altro che una “chimera”. Tracce genetiche riconducibili a una persona di sesso femminile sarebbero state accertate su alcuni reperti recuperati dalla polizia scientifica (un sacchetto di carta, una torcia elettrica, un tubetto di mastice marca Arexons e dei guanti di lattice), nei pressi del luogo dove avvenne “l'Attentatuni” che portò alla morte Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. L'indiscrezione è stata riportata questa mattina dal quotidiano La Repubblica, in un articolo a firma del collega Salvo Palazzolo.
Già durante l'inchiesta che ha portato al processo “Capaci bis” era emerso che nella pila all'interno della torcia vi era almeno un’impronta – quella dell’indice della mano destra – di Salvatore Biondo, uno dei boss già condannati per la strage.
La Procura di Caltanissetta, che prosegue le indagini sui soggetti esterni coinvolti nelle stragi, ha compiuto degli accertamenti ulteriori. Così è emerso che nei due guanti di lattice, chiamati “Reperto 4 A” e “Reperto 4 B”, conservati in un armadio blindato dentro due buste sigillate col timbro “Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo”, vi erano tracce di Dna. Le analisi sono state compiute da uno dei maggiori esperti del settore, Nicoletta Resta, professoressa associata di Genetica medica dell’Università di Bari, che ha lavorato in parallelo ai poliziotti della Scientifica di Roma.
I risultati sono chiari e le impronte dimostrano che assieme a Biondo vi era qualcun altro.
Nella relazione presentata ai magistrati, Resta spiega: "I risultati mostrano chiaramente un profilo misto derivante da almeno tre individui diversi dove però la componente attribuibile ad uno o più soggetti di sesso femminile risulta essere maggiormente rappresentata".
Chi c'era dunque assieme ai boss? La consulenza è adesso agli atti del processo bis per la strage di Capaci ed il procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone, che conduce le indagini con gli aggiunti Lia Sava, Gabriele Paci e con il pm Stefano Luciani, ha disposto ulteriori accertamenti.
Per quanto riguarda il Dna maschile estratto all’interno del “Reperto 4 A”, non apparterrebbe a nessuno dei mafiosi condannati all'ergastolo e, a quanto pare, nemmeno a Giovanni Aiello, l'ex poliziotto deceduto lo scorso agosto e sospettato di essere un killer di Stato. Gli accertamenti scientifici avrebbero anche escluso che il Dna possa appartenere ad una sua amica, tale Virginia. Entrambi erano indagati dalla procura di Catania per acluni omicidi ma il fascicolo sarebbe stato archiviato per mancanza di riscontri alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

limiti bongiovanni c emanuele di stefano

22 Maggio 2015, Palermo. La scrittrice Stefania Limiti all'evento intitolato "Ibridi connubi", organizzato da ANTIMAFIADuemila al Conservatorio “V. Bellini” (© Emanuele Di Stefano)


Mistero femminile
Non è la prima volta che si paventa l'ipotesi di una presenza femminile ai tempi delle stragi. Diversi testimoni videro una misteriosa donna nel 1993, in via Fauro e in via Palestro. Di questi si parla, secondo quanto riportato da “La Repubblica”, anche in una relazione del segretario generale del Cesis, Giuseppe Tavormina all'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino (protocollo numero 2119.18.3/453/4 del 6 agosto 1993). Nel documento si dà atto che fra le "risultanze emerse in sede di gruppo di lavoro interforze" ci sono degli identikito.
In via Palestro i testimoni “hanno riferito di una donna bionda sui 25 anni e di un uomo sui trent'anni. Secondo un teste la donna poteva anche portare una parrucca”. Poi si fa riferimento ad “un uomo con i capelli lunghi, raccolti, e una donna bionda, indicati da due testimoni pochi minuti prima dell'arrivo dei vigili urbani e dei vigili del fuoco, a bordo di una Fiat Uno grigia, nello stesso luogo dove è stata posizionata l'auto per l'attentato”.
Di una donna parlano anche alcuni collaboratori di giustizia come ad esempio Consolato Villani e nei mesi scorsi giornalisti come Stefania Limiti (autrice del libro “La strategia dell'inganno”) avevano fatto sempre riferimento al “mistero della donna bionda”.
La presenza di soggetti esterni all'organizzazione mafiosa dietro le stragi era stata ipotizzata anche dall'ex pm della Direzione nazionale antimafia Gianfranco Donadio che aveva anche fatto partire diversi "atti d'impulso" verso la procura di Caltanissetta, per altri accertamenti.
Tra le ipotesi avanzate anche l'esistenza di un “secondo cantiere”, di supporto a quello targato Cosa Nostra, ma con un’origine diversa da quella mafiosa. Una tesi che la Corte d'assise presieduta da Antonio Balsamo, nelle motivazioni della sentenza del processo Capaci bis aveva escluso.
La Corte, comunque, non escludeva affatto che “ambienti esterni a cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti ed incoraggiandone le azioni”.

riina lorusso 1000

Tra interrogativi e “mandanti esterni”
Sono tanti gli interrogativi che restano aperti sulle stragi del 1992 e del 1993. Totò Riina, nel 2013, al suo compagno di socialità, Alberto Lorusso, raccontava di aver detto ai suoi sodali che se fosse circolata all’interno di Cosa Nostra la piena verità sulla strage sarebbe stata la fine dell’organizzazione mafiosa. Di che verità parlava il Capo dei capi? Forse si riferiva a quei contatti con “soggetti importanti” di cui ha più volte raccontato il collaboratore di giustizia Totò Cancemi? Quando con ANTIMAFIADuemila lo intervistammo ci disse chiaramente che Riina era stato “preso per la manina per fare le stragi”.
Quel che è certo è che i nuovi elementi lasciano intravedere l'opera di altre mani oltre a quelle mafiose. Ciò significa che certe teorie erano tutt'altro che “deliranti” o “folli”. La Procura nissena, dunque, non può fermarsi nella ricerca di verità concentrandosi sui soli concorrenti esterni. A venticinque anni di distanza è il momento di spingersi anche oltre, per dare un volto a quei mandanti esterni (che ci sono) che le stragi le hanno volute e persino ordinate.

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