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Giorgio Bongiovanni

Le parole di Graviano, altro che ''show'' mancato

graviano parole tunnelIl silenzio del boss di Brancaccio e le verità che restano
di Giorgio Bongiovanni
Negli ultimi giorni su qualche giornale e televisione è rimbalzata la notizia della “sconfitta” di Nino Di Matteo di fronte alla “via del silenzio” scelta dal boss Giuseppe Graviano che, chiamato a testimoniare al processo trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di non rispondere di fronte ad un'insolita e massiccia presenza di telecamere e giornalisti. Da qui le solite ironie di alcuni giornali, che hanno blaterato del mancato “show” che ha “guastato la festa”. Il tutto accompagnato dal legittimo, ma non condivisibile operato degli avvocati difensori per dare diverse interpretazioni alle conversazioni intercettate in carcere tra Graviano e il compagno di ora d'aria Umberto Adinolfi. Solo nella precedente udienza è stata data battaglia senza esclusione di colpi nel tentativo di dare un senso a un passaggio in cui Graviano secondo l'accusa avrebbe detto “Berlusca” e secondo la difesa “bravissimo”.
Ma la grande stampa dimentica che più di una volta Graviano, nei dialoghi intercettati con la sua “dama di compagnia”, parla di Silvio Berlusconi e di come l'ex premier gli avrebbe “chiesto questa cortesia”: "Berlusca mi ha chiesto questa cortesia... per questo c'è stata l'urgenza”; “Lui voleva scendere... (in politica, ndr) però in quel periodo c'erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa"; "Berlusconi quando ha iniziato negli anni '70 ha iniziato con i piedi giusti” ma poi “pigliò le distanze e ha fatto il traditore". Sono solo alcuni dei riferimenti che Graviano confida al suo interlocutore, dando all'ex premier del “crasto” (cornuto, ndr) colpevole di farlo “morire in galera” anche se “sai che io non parlo”.
Le intercettazioni del capomafia di Brancaccio, come già noto, sono state acquisite dai pm della trattativa Stato-mafia. Un processo-farsa? Fondato su accuse senza prove? Davvero non si direbbe dato che, oltre alla mole di corposi elementi e testimonianze – di cui molti acquisiti lo scorso anno – entrano a far parte del materiale probatorio anche le parole di due dei boss protagonisti della strategia stragista: Giuseppe Graviano e Totò Riina.
Bollate come esternazioni “deliranti” che nessun pericolo facevano presagire per la sicurezza di Di Matteo, che il “capo dei capi” vuole morto a tutti i costi, le parole di Riina e Graviano offrono un ulteriore spaccato degli anni delle stragi e delle ragioni che spinsero a dialogare con lo Stato a suon di bombe. Per non parlare delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, da Antonino Giuffré a Vito Galatolo, alle dichiarazioni del pentito deceduto Salvatore Cancemi, che pur non essendo state pronunciate davanti alla Corte d'assise di Palermo restano comunque una sorta di “testamento” delle dinamiche interne alla Cosa nostra di quegli anni. A parlarne è lo stesso Riina intercettato, riferendosi alla strage di Capaci: Totò Cancemi dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone .... che ci devi inventare, gli ho detto? Lui ha detto ... inc ... gli ho detto: se lo sanno la cosa è finita”. Perché Cancemi, ex boss di Porta Nuova e fedelissimo di Riina, propose al suo capo di “inventare” qualcosa in merito all'assassinio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta? Bisognava forse fornire una versione “ufficiale” al popolo di Cosa Nostra per evitare che si scoprissero determinati retroscena, magari su soggetti esterni alla mafia nella regia delle stragi?
Le insinuazioni del “giornalismo a quattro zampe” – per dirla con Saverio Lodato – non intaccano dunque la portata delle parole di Riina e Graviano che, intersecandosi nel mosaico ben più ampio di elementi probatori sulla trattativa Stato-mafia, restituiscono ulteriori risvolti dai contorni agghiaccianti. Sui quali si impone la necessità di fare luce.

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