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Giorgio Bongiovanni

Il silenzio del Premio Nobel San Suu Kyi sulla strage in Birmania (Myanmar)

aung san suu kyidi Giorgio Bongiovanni
Gentile Aung San Suu Kyi,
le scrivo con grande amarezza e delusione alla luce delle notizie che giungono in Occidente riguardo la crisi scoppiata in agosto nello Stato del Rakine nel suo Paese Myanmar. Le testimonianze di diversi rifugiati Rohingya sopravvissuti alla distruzione dei propri villaggi raccontano violenze terrificanti contro l’umanità messe in atto dall’esercito birmano.
Alcuni generali dell’esercito sostengono invece che sono gli stessi Rohingya ad incendiare le proprie case per poi fuggire in Bangladesh ma a noi questa versione non convince per nulla e non possiamo verificarla dal momento che il governo ha impedito l’ingresso di osservatori internazionali e giornalisti nelle regioni interessate.
Quando condusse la lotta non violenta contro il regime militare birmano che le tolse la libertà per quasi trent'anni, l’abbiamo sostenuta come giornalisti e con la passione degli attivisti. Sono state molte le voci in occidente che si sono sollevate in sua difesa e la sua protesta pacifica ha commosso tutti, tanto che nel 1991 i giudici di Oslo, giustamente, hanno deciso di conferirle il Premio Nobel per la pace.
Ora quel messaggio di pace, che per anni ha trasmesso con la sua coerenza, sembra essere stato tradito dopo il suo silenzio, durato ben tre settimane, riguardo le violenze contro i Rohingya.
Perché, per levare ogni dubbio non chiede pubblicamente al governo Birmano, che venga permesso l’ingresso ai giornalisti ed osservatori internazionali così che possano raccontare cosa succede in quelle regioni?
A metà settembre infatti ha rotto il silenzio ma le sue parole non sono servite a chiarire la situazione, perché se da una parte ha condannato “tutte le violazioni ai diritti umani e la violenza fuorilegge” ed ha evidenziato che è impegnata “alla restaurazione della pace e della stabilità e dello stato di diritto”, dall’altra nel suo discorso non ha mai nominato i Rohingya e nemmeno condannato in modo diretto i militari birmani.
Capiamo che prendere una posizione più netta in difesa dei civili della minoranza Rohingya potrebbe costarle dissenso politico ma di fronte ai terribili racconti dei sopravvissuti, riportati dai media internazionali come la BBC (per citarne uno), non c’è appoggio politico che tenga a nostro avviso. Testimonianze come ad esempio quella raccolta da Al Jazeera di Rujuma, una madre a cui è stato strappato il bambino dalle braccia e buttato tra le fiamme per poi venir trascinata in una casa e violentata ripetutamente.
Se lei non ha il coraggio di condannare queste atrocità contro i Rohingya o non riesce ad intervenire, allora restituisca il Premio Nobel per la Pace e ammetta che, purtroppo, la sua missione pacifica ha brutalmente fallito.

Foto © REUTERS / Issei Kato

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