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Giorgio Bongiovanni

Via d'Amelio oltre i depistaggi, cercate i mandanti esterni











I mandanti esterni che ci sono
Della presenza di mandanti esterni dietro le stragi ha parlato più volte il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e nei giorni scorsi gli stessi pm nisseni, ascoltati in Commissione antimafia, hanno affrontato l’argomento. Nella Procura nissena, tra i primi magistrati ad indagare sui mandanti esterni a Cosa nostra nelle stragi sono stati Luca Tescaroli e Nino Di Matteo, con quest’ultimo che è recentemente tornato chiedere la riapertura del fascicolo. Di Matteo, oggi pm del processo trattativa Stato-mafia, ha seguito parte del “Borsellino bis” (anche se quell’indagine lo ha visto tra i protagonisti solo a partire dall'ottobre-novembre del 1994) ed ha istruito interamente, insieme al pm Anna Maria Palma, il Borsellino ter che, diversamente dai primi due processi sulla strage di via d’Amelio, non è stato messo in discussione.

di matteo 610 c paolo bassani 2014

Il pm Nino Di Matteo


Proprio in questo dibattimento emersero diversi elementi sui coinvolgimenti esterni alla mafia per le stragi. Un processo che ha portato alla definitiva condanna di boss del calibro di Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Michelangelo La Barbera, Cristoforo Cannella, Filippo Graviano, Domenico Ganci, Salvatore Biondo (classe '55) e Salvatore Biondo (classe '56). Nella sentenza di primo grado la corte scriveva: “Risulta quanto meno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare” una “forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica”. Ricostruzioni basate sui pentiti Pulvirenti, Malvagna, Avola e, non da ultimo, Cancemi, il quale, si legge nella sentenza di primo grado, ha dichiarato come “Riina era solito ripetere che con quelle azioni criminose avrebbero messo in ginocchio lo Stato e mostrato la loro maggiore forza. E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come Borsellino avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa nostra e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia”. Cancemi disse anche che Riina era stato “accompagnato per la manina” nell’organizzazione di quelle stragi.
Ciò che viene accertato anche nelle sentenze definitive è che c’è stata un’accelerazione anomala dell’esecuzione della strage di via d’Amelio.

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