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Giorgio Bongiovanni

Dalla Chiesa, via Carini e la strage di Stato

dalla chiesa e la mogliedi Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
Trentaquattro anni dopo quello che non si può dimenticare

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”.
Così il boss corleonese Totò Riina, indiscusso capo di Cosa nostra, ha descritto l’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982, assieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta, Domenico Russo. Un massacro avvenuto in pochi attimi quando i killer della mafia hanno affiancato le auto in movimento sparando all’impazzata con i kalashnikov AK-47.
In quel suo “flusso di coscienza”, assieme al compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, Riina ha manifestato tutta la propria ferocia. La stessa messa in altre stragi ed attentati e che vorrebbe mettere in atto anche oggi contro il pm di Palermo Antonino Di Matteo.
La sera in cui morì il generale, vero Padre della Patria, sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Difficile non essere d'accordo se si pensa che a trentaquattro anni di distanza su questa strage restano inquietanti ombre.
E’ vero che per l’assassinio sono stati condannati all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Altrettanto vero è che, sempre all'ergastolo, sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia lo stesso Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Tuttavia non si conoscono i volti dei mandanti a volto coperto, probabilmente uomini di Stato. Quel che appare evidente è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra.
In un dialogo intercettato tra Giuseppe Guttadauro, medico e capomandamento di Brancaccio, e Salvatore Aragona, altro medico vicino ai boss, si parla apertamente di un favore fatto a qualcuno. “Salvatore… - diceva Guttadauro - ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. Rispondeva dunque Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose...”. “E perché glielo dovevamo fare questo favore...” concludeva ancora Guttadauro. L’intercettazione è del 2001 e queste parole si aggiungono a quelle del pentito Tullio Cannella, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva... Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”) e a quelle di collaboratori di giustizia come Francesco Paolo Anzelmo e Gioacchino Pennino.
Il primo aveva detto che non era stata determinata dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori”; mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.

Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non ha mai potuto esercitare. Cosa avrebbe fatto se li avesse avuti per tempo? Possiamo immaginarlo se consideriamo quanto lo stesso generale disse a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Tanto che il “Divo” Giulio, come scrisse lo stesso generale nel suo diario, “sbiancò”. E’ facile pensare, poi, che avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, scavando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con la politica, l’economia e la parte più occulta e deviata del potere.

Dalla Chiesa aveva già avuto successo contro le Brigate Rosse ed è molto probabile che sarebbe riuscito ad estirpare anche questo cancro. Non ne ha avuto il tempo proprio per quei “poteri mancati”. Nella stessa sentenza di condanna dei boss è scritto che “si può, senz'altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Che 34 anni dopo non si conosca ancora il volto di quei mandanti resta un fatto grave così come grave è la presenza di punti oscuri che vanno oltre l’omicidio e portano alla scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale su cui sta indagando la Procura di Palermo.

Due storie differenti e particolarmente inquietanti. Qualcuno entrò nell’abitazione del prefetto a Villa Pajno durante la notte fra il 3 e il 4 settembre 1982. Arrivò fino alla cassaforte e la svuotò. La mattina del 4 settembre i familiari di Dalla Chiesa cercarono la chiave per aprire quella cassaforte ma senza successo. La chiave ricomparve solo il pomeriggio dell'11 settembre, nel cassettino di un segretario. Quando la cassaforte fu aperta, però, dentro non vi era più nulla a parte una scatola (vuota a sua volta).
La valigia di pelle del generale, invece, è stata ritrovata nel 2013 nei sotterranei del tribunale di Palermo. Era priva di documenti.
Eppure nel verbale di sopralluogo della polizia scientifica, conservato nel fascicolo giudiziario sulla strage di via Carini, viene certificato che poco dopo le 21.30 del 3 settembre 1982 Carlo Alberto dalla Chiesa (già morto da una quindicina di minuti dentro la sua auto) teneva tra le gambe una borsa piena di carte. In un altro verbale, datato 6 settembre, vi è anche una lettera di trasmissione della squadra mobile di Palermo alla Procura della Repubblica ma qui si fa cenno solo alla borsa del generale. E i documenti? Scomparsi nel nulla. Documenti che si aggiungono a quei tanti, troppi, pezzi mancanti di verità che hanno contraddistinto la storia del nostro Paese.
Segmenti di storia che al momento restano nell’ombra. Chi ha trafugato quei documenti? Possibile che in quelle carte vi fosse qualcosa di indicibile? Possibile che il generale avesse scoperto parte di quel “Gioco grande” di cui tempo dopo parlava Giovanni Falcone? Possibile che è per questo motivo che si è resa necessaria la loro morte? Dalla Chiesa… Falcone… Borsellino… vittime del Sistema criminale integrato che oggi resta più forte che mai e che è pronto ad “eliminare”, professionalmente e fisicamente, coloro che si contrappongono al loro potere e che vogliono trovare la verità su queste morti.
E’ una storia che si ripete, speriamo, senza ulteriori sacrifici.

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