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Giorgio Bongiovanni

Le bugie dei vincitori

Aristotele e Platonedi Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
24 ore. Un giorno intero è passato dal verdetto di assoluzione per Mori e Obinu. Altrettante ore sono trascorse in un delirio di commentatori di ogni specie. Tutti pronti a voler distruggere “processi inutili” e “persecutori” con tanto di richiesta di “citare in giudizio” tutti gli accusatori che “hanno imbastito processi pretestuosi”, così da “allontanare dalla magistratura chi ha tentato vanamente di crocifiggere Mori”. A questo coro appassionato si è aggiunto anche quello di coloro che pretendono che i pubblici ministeri “chiedano scusa” in quanto continuano a “torturare le persone” e finiscono per “non pagare mai”. E se i magistrati della Procura Generale di Palermo, Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio (che hanno rappresentato l'accusa al processo di Appello nei confronti di Mori e Obinu), sono i primi a finire sotto questo tiro incrociato, il “pool trattativa” capitanato dal pm Nino Di Matteo è indubbiamente quello sul quale infierisce maggiormente lo "sport nazionale" del “tiro al magistrato”. Ecco allora che la parte “migliore” del nostro Paese esce allo scoperto in ogni suo ambito. Tutti pronti a profetizzare il fallimento prossimo venturo del processo sulla trattativa attualmente in corso davanti la Corte di Assise di Palermo. Tra gli “eretici” iscritti nella blacklist degli “inquisitori” di Mario Mori ritroviamo il colonnello dei Carabinieri (oggi in pensione), Michele Riccio, sul quale, in queste ore, si è tornati a parlare come il “teste chiave” del processo Mori che di fatto “non è stato creduto” dai giudici. Al di là del libero convincimento del giudice, ci sono dei passaggi della requisitoria di Roberto Scarpinato che meritano di essere ripresi. A futura memoria. Nel sottolineare la durezza del trattamento riservato a Riccio dalla Corte, nel processo di primo grado, lo stesso Scarpinato aveva evidenziato che “il Tribunale al fine di demolire la credibilità del Riccio non ha esitato a definirlo come soggetto affetto da manie persecutorie e calunniatore facendo ampio uso di documenti non utilizzabili: decreti di rinvio a giudizio, decreti di archiviazione, e addirittura richieste di archiviazione formulate dal pubblico ministero”. Per il Procuratore Generale era invece del tutto oggettivo che le dichiarazioni di Riccio “inchiodano gli imputati alla loro responsabilità”. Dopo aver citato l’unica sentenza definitiva di condanna per Riccio, relativa ad alcune operazioni antidroga, Scarpinato aveva sottolineato la similitudine dei reati per i quali erano stati imputati Obinu e Ganzer davanti alla Corte di Appello di Milano. “Riccio non si è mai messo in tasca un solo euro”, aveva rimarcato il magistrato. “Stiamo parlando di una persona che pur potendo diventare ricca con la droga, se fosse stato disonesto, non ci ha guadagnato un euro e che addirittura non accettava regali dai suoi infiltrati. Questo è l'uomo. Un ufficiale con un passato operativo brillantissimo, appartenente alla scuola e alla filiera del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Un uomo che viola le regole, che commette reati per contrastare altri reati per fare carriera, uno per cui il fine giustifica i mezzi”. “Non risulta da nulla che egli sia stato un calunniatore affetto da manie persecutorie”, aveva ribadito Scarpinato. “Dalle dichiarazioni di Riccio  resta un nucleo di verità che proietta una luce sinistra sulle inerzie degli imputati”, aveva quindi sottolineato il Pg. Quelle stesse “inerzie” che, però, la Corte di Appello non ha ritenuto collegate ad una metodologia ben precisa di Mori e Obinu. In mezzo a questo circo mediatico - a dir poco surreale - dove si assiste ad un ribaltamento della realtà, restano però alcuni punti fermi. Tra questi spicca il coraggio di chi ha voluto perseguire la ricerca della verità – secondo il criterio della legge uguale per tutti – in un'Italia anestetizzata, pavida e (salvo rare eccezioni) del tutto indifferente. Il coraggio e la determinazione di uomini come il col. Riccio dimostrano che, comunque, è giusto lasciare traccia di verità scomode, per le quali sono morte troppe persone sull'altare di vere o presunte “ragioni di Stato”. “Questa vicenda mi ha offeso!”, ha dichiarato il generale Mori. Ebbene c'è una parte di questo Paese che è altrettanto “offesa” dai tanti misteri che ruotano attorno all'ex Comandante del Ros. “Misteri” dietro i quali si intravedono stragi e omicidi eccellenti indegni di uno Stato di diritto. Se è vero che Aristotele ha affermato che le bugie dei vincitori diventano storia, allora oggi non è un giorno felice per la giustizia e per la verità.

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