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Giorgio Bongiovanni

Non di sola mafia (Prima parte)

20160128 dossier ndranghetaLa ‘Ndrangheta dentro il Sistema criminale: nomi, storie, strategie
di Giorgio Bongiovanni e Miriam Cuccu

“C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. Sono le parole di Sebastiano Altomonte, massone considerato personaggio di spicco negli ambienti di Reggio Calabria, intercettato mentre si trovava in auto con la moglie. Parliamo di ‘Ndrangheta, ma non solo. Di massoneria, di politica e molto di più. Sono gli “invisibili”, quel complesso circuito di personaggi e ambienti che gioca su più tavoli, ma allo stesso tempo si incontra e si accorda nel nome di obiettivi e strategie comuni. Non solo appartenenti a tutte le mafie, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, ma anche broker, intermediari finanziari, massoni, politici locali e nazionali, commercialisti e avvocati.
“Perché c’è la visibile e l’invisibile (…) noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta” dice ancora Altomonte consegnando agli inquirenti che lo ascoltano in diretta, sul finire del 2007, un’ulteriore chiave di lettura per leggere quell’intricato crocevia di interessi che sta gradatamente emergendo da più inchieste e dibattimenti. A cominciare dalla “Sistemi criminali”, condotta da Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia e poi archiviata, e sul versante calabrese da processi come “Meta” e “Bellu lavuru” (in quest’ultimo confluirono le dichiarazioni registrate di Altomonte). Sempre più elementi indiziari corredati dalle parole dei collaboratori di giustizia hanno permesso ai magistrati di sondare questo livello ulteriore e superiore, in particolare in Calabria il pm reggino Giuseppe Lombardo, incontrato in occasione di vari colloqui. Una struttura, quella “invisibile”, che demanda al “basso”, alle singole mafie, le strategie di rango elevato da perseguire per il bene di tutte le compagini criminali. E che rimane sconosciuta alle articolazioni periferiche della ‘Ndrangheta e delle altre organizzazioni. Un simile progetto nasce, sul finire degli anni ’60, in un’epoca di grandi trasformazioni anche politiche.

Le radici
Il progetto preliminare viene per la prima volta affrontato in Calabria nel 1969 con la riunione a Montalto. È in questo momento che ci si rende conto dell’esistenza di una serie di progetti politici che riguardano la creazione e l'entrata in funzione delle regioni. Serve gente particolarmente capace per un investimento di tale portata, nel quale la ‘Ndrangheta intuisce subito di potersi ricavare un considerevole spazio. E soldi, un’enorme quantità di denaro che le regioni si troveranno a dover gestire.
La battaglia per la costituzione della regione, però, in Calabria avviene in maniera tutt’altro che pacifica. Già all’epoca era a Reggio che veniva riconosciuto il ruolo di capoluogo, ruolo che rischiava di essere assegnato a Catanzaro. Una decisione guardata con favore dagli ambienti massonici, i quali operarono una serie di pressioni in questa direzione: per la Reggio che conta era una ghiotta occasione per spegnere i riflettori sulla città, vera culla di affari criminali e massonici, e accenderli così su Catanzaro.
Occuparsi di determinate questioni significava necessariamente coinvolgere alcuni soggetti appartenenti a livelli superiori. Così in Aspromonte, quando si parla del tentato golpe Borghese e in previsione dei Moti di Reggio (la sommossa scoppiata l’anno dopo proprio contro lo spostamento del capoluogo a Catanzaro) oltre alla ‘Ndrangheta così com’è conosciuta si riunisce, in un secondo momento, anche la sua controparte invisibile. Non più di una ventina di capacissimi soggetti il cui “curriculum” viene riconosciuto in tutto il mondo, un circuito ristretto al quale partecipano solo alcuni dei capimafia calabresi (del peso di Giuseppe De Stefano, Giovanni Tegano e Pasquale Condello “il Supremo”), oltre a massoni e pezzi istituzionali. Soggetti che nel corso degli anni sono stati sostituiti dalle nuove leve, ma il cui prestigio rimane intatto ancora oggi. Tanto più per il fatto che, attualmente, pochissimi appartenenti alla componente riservata si trovano in carcere. E quei pochi sono stati condannati per reati minori riuscendo in questo modo a celare ancora meglio, rispetto ad un’assoluzione, la loro reale appartenenza.
È in quell’occasione che nasce la Santa, una sorta di sovrastruttura rispetto all’organizzazione tradizionale e costituente l’anello di collegamento tra la ‘Ndrangheta e la massoneria, all’epoca il massimo grado per il ‘ndranghetista, in seguito superato dal Vangelo, dal Trequartino e dal Quartino.

Verbali insabbiati
“Un’ulteriore strategia di auto-protezione verso attacchi esterni ed interni”, quindi “segreta persino rispetto agli ordinari affiliati ‘visibili’ ossia quelli dei quali è nota (…) l’appartenenza all’organizzazione ‘ndranghetistica”. Così la sentenza Meta (che ha provato come le famiglie Libri, Condello, Tegano e De Stefano fossero alla guida di una supercosca nata all’indomani della guerra di mafia a Reggio dall’85 al ‘91) descrive la struttura “riservata”, “composta da soggetti significativamente definiti dagli stessi indagati come ‘gli invisibili’ (…) la cui adesione alla ‘Ndrangheta, anche per ragioni di maggiore tenuta della stessa organizzazione, è e deve rimanere ignota agli stessi altri affiliati”. Per arrivare a disegnarne i contorni (seppure ancora ci sia molto da indagare) decisive sono state le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, centinaia di verbali sui quali c’è ancora molto da approfondire, nonostante questi permettano di trovare numerosi riscontri da almeno un ventennio.
Nino Fiume, destefaniano “di adozione” e per anni braccio destro di don Peppe De Stefano, spiega nelle sue recenti dichiarazioni parlando del “livello superiore”: “Toccare il termine massoneria è una cosa che è conosciuta e risaputa, ispirata ai principi filantropici di una volta, ma delle cose deviate e delle amicizie che hanno avuto loro (i De Stefano, ndr) e coltivate, sono cose che li hanno tenuti un pochettino sempre, tra virgolette, in protezione”. “Sono di quelle persone che si aiutano tra di loro per ben tre volte – continua, invitato dal pm a spiegarsi meglio – a patto che non venivano i vecchi patti... era a patto che non venissero fatti crimini contro le istituzioni”. Precursori di Fiume, pentiti dal ’92, sono Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca, alias Alfa e Delta, collaboratori chiave nel processo Olimpia che hanno svelato i legami tra ‘Ndrangheta, massoneria ed eversione nera. Alle loro dichiarazioni fu dato ulteriore peso solo dopo che iniziò a parlare anche Pietro Marrapodi, notaio trovato impiccato il 28 maggio 1996, colui che dopo aver abbandonato la massoneria denunciò i malaffari calabresi e la contiguità di alcuni magistrati reggini con la ‘Ndrangheta e che, evidentemente, era diventato scomodo per molti.

Tutti i componenti riservati
C’è da dire che non tutti aspirano a diventare “invisibili”. Sono molti gli ‘ndranghetisti che, seppur capaci, scelgono di non correre il rischio di oltrepassare la linea oltre la quale non si può più uscire, se non da morti. Troppi sono gli oscuri segreti della storia della Repubblica condivisi solo tra quei “pochi eletti”, rappresentanti degli ambienti più svariati: politici, operatori finanziari di altissimo livello, una schiera di commercialisti e di intermediari, i cosiddetti broker, anelli di congiunzione per le più disparate attività. E soprattutto avvocati, l’”asso nella manica” che può garantire il collegamento tra l’interno e l’esterno del carcere, persino quello duro (il 41 bis) che viene così pesantemente depotenziato per molti dei boss detenuti, ancora facenti parte della componente riservata. Tra questi i Tegano, i Condello e i De Stefano: per quest’ultima cosca a spiccare è Giuseppe De Stefano, uno dei figli di don Paolo, ucciso in un agguato nel 1985. È proprio Giuseppe, classe ’69, che a soli 23 anni rappresenta tutta la ‘Ndrangheta con un ruolo tale da consentirgli di prendere parte alle riunioni insieme ai rappresentanti delle altre grandi mafie. Oggi, nonostante sia in carcere, è ancora considerato un soggetto dotato di un enorme carisma. Nel corso di un interrogatorio alla presenza del magistrato Giuseppe Pignatone, Giuseppe De Stefano disse a Lombardo: “L'ho chiamata per farmi interrogare perché la volevo conoscere, per sapere da lei come era riuscito a capire quello che ha capito”. Capire cosa? Forse l’esistenza del livello invisibile di cui anche la ‘Ndrangheta fa parte?

La massoneria: una grande coperta per i “sussurrati all’orecchio”
A fare da indispensabile collante è la massoneria, grazie alla cui copertura anche il boss e il politico si stringono la mano senza remore. Sotto questa grande coltre massoneria legalizzata e non si fondono, dove la prima può occultare una serie di personaggi che fanno capo alla seconda. Sono i cosiddetti “sussurrati all’orecchio”, tramandati solo verbalmente e introvabili negli elenchi delle logge. Molti appartengono alle grandi mafie, esponenti della “massoneria coperta” che è parte integrante di quel sistema criminale invisibile.
Da sempre la massoneria, soprattutto calabrese (la Calabria è la regione con la percentuale più elevata di “densità massonica”) è stata tenuta in gran conto dagli altri ambienti di potere non solo mafiosi, come nel caso del progetto separatista in Sicilia, accarezzato da Cosa nostra con il sostegno delle logge dal ’91 al ’94, in pieno periodo stragista. È proprio a cavallo di quegli anni, nel ’93, che l’allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo, decise di dimettersi. Di Bernardo, sentito dai pm che conducono l’indagine e il processo sulla trattativa Stato-mafia (nello specifico sulla possibilità di un ruolo rivestito da logge massoniche, servizi segreti ed eversione nera nelle stragi) confermò di essere venuto a conoscenza del fatto che in quel periodo stavano per accadere fatti gravi, senza specificare cosa. Il massone lasciò la guida del Grande Oriente e prima di dimettersi andò dal duca di Kent, massima autorità massonica, per segnalargli il rischio di ingerenze criminali legate a mafia e 'Ndrangheta.  Un incontro, quello tra il Gran Maestro e il duca, che portò quest'ultimo a revocare il riconoscimento al GOI.

L’ombra dei servizi segreti
Già negli anni ’70 e ’80 alcune famiglie calabresi, i De Stefano, i Nirta e i Papalia, presero parte a riunioni costanti dentro e fuori dal carcere con appartenenti ai servizi di sicurezza. Parole di Stefano Serpa, ‘ndranghetista affiliato ai Papalia oggi pentito, che nel 2010 depose al processo per la strage di Piazza della Loggia. Uno dei tasselli dai quali emerge il ruolo dei servizi segreti, o quantomeno la consapevolezza, di molti dei grandi misteri della storia del nostro Paese.
Serpa descrisse in particolare la posizione dell’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino (deceduto nel 2014 dopo una lunga carriera segnata da molte ombre), particolarmente legato alle cosche Nirta, Papalia e Barbaro: “Il colonnello Delfino riceveva da Antonio Nirta informazioni relative ai sequestrati che prelevati nell’hinterland milanese venivano ‘acquistati’ dallo stesso Nirta, dai Papalia, dai Pelle e Barbaro. Sempre il Nirta forniva all’ufficiale informazioni che gli permettevano di liberare i sequestrati. Dopo che questi, nella maggior parte dei casi, avevano già pagato il riscatto. E ove non l’avessero già fatto – continuò Serpa – era il Nirta che acquistava il denaro, non nella misura corrisposta dai familiari dei sequestrati ma in entità inferiore, in quanto il resto andava al colonnello Delfino”. Il pentito calabrese parla per essere stato depositario delle confidenze del boss Nirta durante il periodo di comune detenzione, aggiungendo che Delfino era “massone con legami alla P2 di Licio Gelli” e che vantava un legame con Paolo De Stefano.
La Strage di Piazza della Loggia a Brescia, quella di Piazza Fontana a Milano, il tentato golpe Borghese, la strage sulla linea ferroviaria Firenze-Bologna, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, fino ad arrivare alle bombe del ’92 e ’93… in tanti grandi misteri italiani si intravede l’ombra, più o meno nitida, dei servizi. Anche se è necessario fare dei distinguo (tra informatori vicini ai servizi ed effettivi appartenenti agli 007) la loro posizione, specialmente in sede investigativa, è sempre stata difficilissima da ricostruire. Mai completamente invischiati dentro le trame del cosiddetto “sistema criminale integrato” eppure spesso perfettamente a conoscenza di piani eversivi e informazioni riservate, di eccidi orditi con la complicità di più ambienti accomunati dai medesimi interessi, spesso politici. E depositari di informazioni che rischiano di rimanere confinate all’interno dei loro circuiti, anche quando potrebbero avere notevole rilevanza giudiziaria. “Sono quelli che sanno meglio di tutti. - ha più volte evidenziato Lombardo - Spesso e volentieri a mio modo di vedere lavorano per raccogliere informazioni che rimangono esclusivamente all’interno di determinati circuiti, ed è lì il rischio in cui si annidano poi i problemi che cerca di affrontare Palermo in sede processuale, perché è chiaro nella mente del mafioso – ha proseguito il pm – che se viene un esponente di un apparato istituzionale a parlare con te sta trattando. Ecco perchè spesso e volentieri abbiamo gente che nelle udienze sbotta dicendo 'io ho lavorato per lo Stato e ora lo Stato mi fa processare, dove sono i miei referenti dell'epoca?', ovviamente i referenti non si trovano mai, questo è il problema. Da questo punto di vista il rapporto tra noi e gli apparati di sicurezza non è di collaborazione. Certo - ha commentato - non hanno quell'approccio trasparente per quanto riguarda il contrasto alle mafie che bisognerebbe avere”.

Il “Dell’Utri” della ‘Ndrangheta
“Invisibile” a tutti gli effetti e considerato ottimo soggetto da piazzare al Parlamento Europeo perché lì, di soldi, ne arrivano tanti. E tanti ne ha fatti girare, realizzando opere pubbliche con tanto di certificazione antimafia alla mano nonostante fosse già condannato per associazione mafiosa. Parliamo di Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia arrestato a Dubai nel 2013, passato alla storia come uno dei tre deputati che nel 1995 votò contro la conversione in legge del decreto che istituì il 41 bis per i boss mafiosi. Il suo nome emerge già nella richiesta di archiviazione di “Sistemi criminali”, quando il pentito Pasquale Nucera descrive l’annuale riunione avvenuta a Polsi nel settembre 1991 alla quale partecipava, “seppure defilato, Matacena junior ‘il pelato’”, oltre a esponenti di tutte le mafie e a Giovanni Di Stefano, colletto bianco legato alla mafia siciliana e calabrese vicino a Milosevic “che gestisce il traffico di scorie radioattive e la fornitura di armi militari a paesi sottoposti ad embargo, principalmente la Libia”. Era lui a garantire l’investimento di capitali esteri, grazie anche ai quali veniva finanziato il progetto di scissione in Italia.
Alla riunione, racconta ancora il pentito, si parlò di “un progetto politico” da attuare ricorrendo “ad uomini nuovi per formare un partito che fosse espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al successo elettorale attraverso una campagna terroristica”. Quella alla Madonna di Polsi, prosegue Nucera, “corrispondeva alla riunione delle gerarchie tradizionali della ‘Ndrangheta”, ma queste erano sottostanti ad un “vertice gerarchico molto più ristretto nel cui ambito si prendevano le decisioni strategiche che poi, a Polsi, venivano discusse solo per un rispetto della forma ed al fine di mettere al corrente tutti gli affiliati di quanto, in realtà, veniva deciso altrove”. Una descrizione che fa il paio con le dichiarazioni di Filippo Barreca, così come di altri collaboratori palermitani, sul “più alto e ristretto livello della gerarchia della ‘Ndrangheta” al quale “appartengono anche elementi della massoneria deviata e – aggiunge Nucera – anche dei ‘servizi deviati’”.
Come poteva essere ammessa la presenza di Amedeo Matacena a Polsi al cospetto di personaggi di così alto profilo se non fosse stato parte integrante degli stessi circuiti? Figlio dell’armatore che diede inizio al traghettamento nello Stretto di Messina, l’ambizione di Matacena junior ha fatto sì che fosse fatto su di lui il grande investimento piuttosto che sul padre, uomo di “vecchio stampo” ma grazie al cui capitale Amedeo riesce a farsi spazio in politica. “La sua preoccupazione - ha spiegato il pm Lombardo riferendosi alla vicenda processuale dell'ex deputato di Forza Italia - non è scontare la pena ma la misura di prevenzione che a quella condanna può seguire, in quanto diventa uno straordinaria occasione per me di andare a verificare tutta una serie di relazioni. Matacena da condannato per mafia aveva relazioni con apparati istituzionali ed io ho perquisito nella sua vicenda diversi appartenenti ai servizi”.
La sua storia sembra assumere sempre di più gli stessi contorni di quella dell’ex senatore FI Marcello Dell’Utri, anche lui condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, entrambi verso il Libano per trascorrere la propria latitanza (Dell’Utri riuscì ad arrivarci anche se poi venne arrestato, Matacena ci provò) e con lo stesso obiettivo perseguito dagli stessi apparati: salvare Matacena e Dell’Utri dal carcere dopo che le condanne per mafia divennero definitive.
“I parallelismi tra la latitanza di Dell'Utri e Matacena sono sconvolgenti nella misura in cui si ha la prova che lì c'è qualcosa di sovraordinato che muove tutti i burattini e dice: ora c'è Marcello da sistemare, tra un mese ci sarà Amedeo, ma tutti verso il Libano, perchè lì ci sono ragioni politiche chiare. Ogni tanto - ha proseguito Lombardo parlando ancora di Matacena - mi manda messaggi pubblici da Dubai, si fa intervistare. Quando sembrò che l'estradizione fosse ormai agli sgoccioli fece sapere al Pd che appena arrivava in Italia sarebbe andato dal dottore Lombardo a dire dove fossero i conti cifrati delle tangenti Telecom”. (continua)

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