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Giorgio Bongiovanni

Parole (e silenzi) come pietre

via-damelio-repl-dgAnalisi e osservazioni sul libro “Dalla parte sbagliata”
Le repliche della giornalista di Servizio Pubblico Dina Lauricella e dell’avvocato Rosalba Di Gregorio
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 27 agosto 2014
E’ del tutto legittimo che un avvocato possa scrivere un libro elencando l’iter e le conseguenze delle false dichiarazioni di un falso pentito. E’ ancora più legittimo che lo stesso avvocato chieda giustizia per coloro che, a causa delle menzogne di quel pentito, si sono fatti 20 anni di galera. Detto questo, però, è indispensabile entrare nel merito del libro “Dalla parte sbagliata” (ed. Castelvecchi), scritto a quattro mani dall’avvocato palermitano Rosalba Di Gregorio e dall’inviata di Servizio Pubblico Dina Lauricella, per contestare alcune tesi in esso contenute. Per semplificare lo si potrebbe definire una lunga arringa difensiva di un avvocato di mafia che difende una vittima di quelle bugie (Gaetano Murana, ndr), coadiuvata da una giornalista in prima linea. Ma sarebbe indubbiamente riduttivo. Nelle 190 pagine l’avv. Di Gregorio racconta tra l’altro le condizioni aberranti dei detenuti al 41bis al carcere di Pianosa e il “trattamento” riservato ai loro familiari con la conseguente morte dello Stato di diritto. Che nessuna emergenza potrà mai giustificare.
Era il 1992 ed erano state fatte da poco le stragi di Capaci e Via D’Amelio. In quel periodo il carcere dell’Ucciardone veniva chiamato “Villa Ucciarda”: i boss mafiosi pasteggiavano con aragoste e champagne, brindando per la buona riuscita degli omicidi “eccellenti”. Ma dopo la strage di via D’Amelio lo Stato si era visto costretto a rispondere con fermezza. Quella fermezza che, nelle supercarceri di Pianosa e l’Asinara, spesso si era trasformata in vera e propria crudeltà. Ma la violenza delle stragi non era stata meno crudele e aveva lasciato sul campo morti, feriti, invalidi e tanti familiari di vittime di mafia violentati nell’anima.  

Un puzzle da ricostruire
Nel libro emerge prepotentemente la forte avversione nei confronti di alcuni collaboratori di giustizia. La pista “Scarantino”, indicata dall’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra (seguita inizialmente dai pm Paolo Giordano, Ilda Boccassini, Fausto Cardella, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, ai quali si è aggiunto successivamente Nino Di Matteo), appare sin da subito un terreno del tutto scivoloso. E su questo punto va dato atto all’avv. Di Gregorio di essere stata tra i primi a non aver voluto credere alle “verità” dell’ex picciotto della Guadagna. Nel testo vengono infatti evidenziati i momenti salienti della sua travagliata “collaborazione”, le sue successive ritrattazioni e relative contro-ritrattazioni. Man mano che si procede nella lettura ci si addentra nella palude di un effettivo “depistaggio” di Stato sul quale non si è ancora riusciti a fare luce. Ma proprio in virtù di determinate interpretazioni dei fatti contenute nel libro, a nostro parere del tutto discutibili e non condivisibili, è importante rimettere insieme i pezzi di questo puzzle.

Carte a confronto
Per replicare ad alcune tesi del libro abbiamo attinto principalmente a due documenti giudiziari provenienti dagli archivi della Procura e della Procura Generale di Caltanissetta: la memoria depositata nel mese di settembre del 2011 dal Procuratore Sergio Lari (relativa alla richiesta di revisione del processo per la strage di via D’Amelio) e la successiva richiesta di revisione del “Borsellino I” e del “Borsellino bis” avanzata a metà ottobre dello stesso anno dall’allora Procuratore Generale Roberto Scarpinato.

Riflettori su Brancaccio e la Guadagna
Nel testo pare di sentire un vecchio refrain: sulla base delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino le indagini hanno lasciato da parte i fratelli Graviano del mandamento mafioso di Brancaccio. Se andiamo a focalizzare la questione vediamo che non è andata esattamente così. Il coinvolgimento nella fase esecutiva della strage di via D’Amelio del mandamento di Brancaccio, dei Graviano, degli uomini di più stretta fiducia dei Graviano (ad esempio: Lorenzo Tinnirello, Francesco Tagliavia e Cristoforo Cannella) era stato già consacrato nei processi “Borsellino ter” e, in parte, anche nel “Borsellino bis”. Paradossalmente alcuni di questi uomini, compresi i vari Tagliavia, Tinnirello e gli stessi fratelli Graviano, erano stati chiamati in causa anche dall’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino, frettolosamente dichiarato inattendibile in toto. Il pentito, oltre a chiamare in causa alcuni soggetti che oggi vengono ritenuti estranei alle stragi, ha indicato alcuni mafiosi del mandamento di Brancaccio oggi più che mai pienamente coinvolti e definitivamente condannati per le stragi. Se infatti è vero che Scarantino ha mentito, è altrettanto vero che ha riferito particolari poi confermati dall’ex boss di Brancaccio Gaspare Spatuzza, suo grande accusatore. Uno su tutti: il nascondiglio in cui venne nascosta la Fiat 126 successivamente imbottita di esplosivo. Scarantino si autoaccusa di averla portata lui stesso, ma sarà smentito poi da Spatuzza, il vero ladro dell’autovettura. E allora come faceva Scarantino a sapere che il mezzo era stato portato nel garage di Giuseppe Orofino così come poi è realmente accaduto? Se effettivamente è stato “imboccato” parola per parola “dall’esterno”, è un dato di fatto che ha imparato a memoria elementi falsi ed elementi veri. E soprattutto, se è corretta l’ipotesi secondo cui sono stati i poliziotti agli ordini di Arnaldo La Barbera ad organizzare questo depistaggio come facevano costoro a sapere le indicazioni giuste? In parte anche la stessa Di Gregorio se lo domanda.

Errore o depistaggio?
Nell’istanza della Procura Generale il dott. Scarpinato spiega che se Spatuzza ha detto la verità bisogna comprendere se la diversa versione dei fatti cristallizzata nelle indagini del pool Falcone–Borsellino, diretto da Arnaldo La Barbera, sia stata il frutto di un “clamoroso errore investigativo prima, e giudiziario poi”, magari determinato “dall’ansia” di dare una risposta immediata all’opinione pubblica “allarmata e disorientata dall’escalation stragista”, o se invece è il risultato di un “vero e proprio depistaggio”. Con riferimento a questa seconda ipotesi il procuratore generale specifica che bisogna cercare di capire “se si fosse voluta coprire la responsabilità di ‘soggetti esterni a cosa nostra’ astrattamente riconducibili, secondo un ventaglio di ipotesi suggerito anche da spunti investigativi contenuti in altri procedimenti, ad apparati deviati dei servizi segreti ovvero ad altre istituzioni od, ancora, ad organizzazioni terroristico-eversive”. Nel documento si legge che molte delle fonti di prova e delle acquisizioni effettuate nell’ambito dei vari processi celebrati in passato “mantengono la loro validità”, in quanto solo una parte degli elementi conseguiti in quei processi “vengono travolti” dalle rivelazioni di Spatuzza e, soprattutto dai riscontri che sembrano effettivamente attestare “la genuinità” di quest’ultimo. “Ad essere travolte – evidenzia Scarpinato – sono quelle decisioni e quelle valutazioni basate direttamente o indirettamente sulle dichiarazioni di Salvatore Candura (l’altro falso pentito che si era autoaccusato del furto della Fiat 126 realizzato su ordine di Scarantino, ndr), Francesco Andriotta (l’ambiguo personaggio che aveva riferito agli inquirenti delle ipotetiche confidenze che avrebbe ricevuto in carcere da parte del picciotto della Guadagna relative all’effettivo coinvolgimento dello stesso Scarantino nella strage di Via D’Amelio, ndr) e Vincenzo Scarantino, oltre che sulle acquisizioni investigative e sulle analisi di polizia giudiziaria basate sull’erroneo presupposto della loro veridicità”. Di contraltare vi sono, tra le fonti di prova acquisite all’epoca, quelle “della cui genuinità non vi è alcun motivo di dubitare (dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, accertamenti tecnico scientifici, esito di deleghe d’indagine, verbali di s.i.t. etc.)” che, anzi, “vengono ulteriormente rivalutati” alla stregua delle nuove acquisizioni investigative provenienti non soltanto dalle dichiarazioni di Spatuzza, ma anche da altre “fonti dichiarative” tra cui l’ex autista di Giuseppe Graviano, Fabio Tranchina.

Tracce di sentenze
Della responsabilità di Giuseppe Graviano nella strage di via D’Amelio si è tornati a parlare grazie alla nuova ricostruzione di Gaspare Spatuzza. Ma nei procedimenti “Borsellino ter” e in parte nel “Borsellino bis” erano già state individuate le responsabilità dei boss di Brancaccio (nella fase esecutiva) e di quelli di Porta Nuova, Noce e San Lorenzo (nelle perlustrazioni eseguite la mattina del 19 luglio). Nella sentenza del “Borsellino Bis” i giudici Pietro Falcone e Wilma Mazzara avevano scritto che alla luce di determinati specifici elementi si poteva ritenere “provata” la “diretta partecipazione di Graviano Giuseppe, quale responsabile del mandamento di Brancaccio, nella deliberazione della strage di via D’Amelio”. Per la Corte di Assise di Caltanissetta sussistevano “ulteriori e decisivi elementi di prova” che dimostravano “in modo inequivoco la personale partecipazione di Graviano Giuseppe anche alle fasi materialmente esecutive della strage”. “Invero – sottolineavano –, va ricordato che siffatta partecipazione emerge non solo dalle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo, (...) ma soprattutto dalle precise e circostanziate dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Ferrante Giovan Battista, Cancemi Salvatore e Galliano Antonino, che per la loro intrinseca attendibilità e per i riscontri oggettivi acquisiti in dibattimento appaiono pienamente idonee a provare la attiva partecipazione di Graviano Giuseppe alla organizzazione ed alla esecuzione della strage di via D’Amelio”. Nel processo di primo grado del “Borsellino Ter” lo stesso Scarantino aveva parlato del coinvolgimento nella strage di esponenti mafiosi come Francesco Tagliavia e Renzino Tinnirello, indicando anche la partecipazione del boss Giuseppe Graviano.

Il ruolo dei pentiti
Le contraddizioni e reticenze dei collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Antonino Giuffrè e Giovan Battista Ferrante (citate nel libro) sono alquanto rappresentative del travaglio interiore che spesso vivono alcuni pentiti quando si ritrovano a ricostruire vicende particolarmente complesse e spinose. Con questo, però, non si può, con disprezzo, azzerare completamente il loro contributo per il raggiungimento della verità sulla strage di via D’Amelio. Al di là del fatto che a Brusca, Cancemi (deceduto nel 2011) Giuffrè e Ferrante, a fronte della propria collaborazione con la giustizia, è stato riconosciuto l’articolo 8 (che prevede benefici penitenziari per i collaboratori di giustizia), è importante rileggere quanto scritto sui suddetti pentiti dal Procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.  

Da Cancemi a Brusca
“Sono estremamente chiare – scrive il magistrato nella sua memoria –, tanto per fare un esempio, le dichiarazioni rese da Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, i collaboratori di giustizia, cioè, che all’epoca dei fatti facevano parte della commissione provinciale di cosa nostra ed avevano uno stretto rapporto con Salvatore Riina, del quale, pertanto, avevano potuto apprezzare le strategie poste in essere a partire dai primi mesi del 1992. Alle dichiarazioni del Grigoli (Salvatore, ndr) e del Di Filippo (Pasquale, ndr) si aggiungono, poi, quelle, di fondamentale importanza ai fini che ci occupano, rese in più occasioni da Cancemi Salvatore”. Per lo stesso Lari quindi “possono considerarsi sostanzialmente sovrapponibili le dichiarazioni di Giuffrè e quelle di Brusca circa i partecipanti alla riunione della commissione provinciale del dicembre 1991, convergenti anche sul luogo della riunione, da individuarsi o nella casa di Guddo (Girolamo, ndr) o in quella di Priolo (Vito, ndr); ed assai simili anche sul contenuto della riunione stessa. Oltre al dato fattuale, un’ulteriore conferma alle dichiarazioni dello Spatuzza (Gaspare, ndr) proviene da quelle rese da Giovanni Brusca, che contribuiscono, innegabilmente, a vestire di concretezza l’analisi formulata, sia pur deduttivamente, dall’ex reggente del mandamento di Brancaccio e la rendono perciò condivisibile e, a parere dell’Ufficio, aderente alle intenzioni ed agli scopi che cosa nostra intendeva perseguire in quel preciso momento storico”.

Da Brusca a Giuffrè
Nella memoria della Procura di Caltanissetta viene affrontato ugualmente il ruolo di “Manuzza”.
“Non si può, infine, non osservare che anche Antonino Giuffrè - altro autorevole membro della commissione provinciale di cosa nostra, sia pure non direttamente impegnato nella esecuzione delle stragi, poiché tratto in arresto nel marzo del 1992 e schieratosi, dopo la sua scarcerazione del 1993, con quel gruppo ‘moderato’ che aveva manifestato netta contrarietà alla prosecuzione degli attentati sul territorio siciliano - ha reso dichiarazioni che si pongono sullo stesso solco di quelle del Cancemi e del Brusca”. “Le conoscenze del Brusca – dichiara Lari – si sono rivelate fondamentali al fine di poter ricostruire le modalità attraverso cui si giunse alla deliberazione dell’attentato (avendo egli descritto le riunioni del febbraio-marzo 1992 a casa di Girolamo Guddo, nonché i contatti avuti con Salvatore Riina in cui discusse del dialogo con ambienti istituzionali che questi stava portando avanti), mentre alcun tipo di contributo il collaboratore aveva potuto fornire circa le fasi strettamente esecutive del fatto delittuoso, nelle quali egli, pur avendo dato la sua disponibilità, non era stato direttamente coinvolto”. “Si rivelano preziose – ribadisce il Procuratore di Caltanissetta –, ai fini della presente memoria, le dichiarazioni più volte ripetute dal Brusca in merito all’incontro avuto, tre giorni prima della realizzazione dell’attentato in via D’Amelio, con Biondino Salvatore (braccio destro di Totò Riina, ndr). Una conferma, sia pure indiretta, alle dichiarazioni del Brusca si rinvengono in quelle rese da Salvatore Cancemi, il quale ha riferito di avere avuto, dopo la strage di via D’Amelio, più occasioni di incontro con Salvatore Riina (rammentando, in particolare, una riunione avvenuta a casa di Guddo Girolamo, dietro Villa Serena)”. Per Sergio Lari “vale la pena ricordare, inoltre, che anche Antonino Giuffrè ha indicato in Renzino Tinnirello il personaggio di collegamento tra ‘il mandamento’ di Santa Maria del Gesù (con a capo Pietro Aglieri, ndr) e quello di Brancaccio e che Cancemi Salvatore aveva già rimarcato che il Tinnirello lavorava negli stupefacenti assieme a Carlo Greco ed ai fratelli Graviano ed, infine, che Di Filippo Pasquale aveva parlato di analoghi rapporti del Tinnirello (e di Giuseppe Barranca) con Pietro Aglieri”.

Da Spatuzza a Ferrante
“Egualmente rilevante ai fini che qui rilevano – si legge ancora nella memoria della Procura nissena – è il contributo offerto da Ferrante Giovan Battista, uomo d’onore della famiglia di San Lorenzo sin dal 1980 e dal luglio del 1996 collaboratore di giustizia, dopo aver attraversato una prima fase in cui aveva manifestato soltanto l’intenzione di una sua dissociazione dall’ambiente di cosa nostra”. Le dichiarazioni di Ferrante nell’ambito del processo “Borsellino bis” risultano quindi “coerenti con il quadro sin qui delineato e non valgono certamente ad inficiare il contributo fornito dallo Spatuzza”. Allo stesso modo “si incastrano perfettamente con le dichiarazioni rese da Tranchina (Fabio, ndr) quelle rese da Ferrante Giovan Battista il 5 maggio 2005 e, precedentemente, nel c.d. ‘Borsellino bis’”. In definitiva “le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza circa l’incontro avvenuto nella settimana precedente l’attentato con Giuseppe Graviano (in cui questi gli impartì le direttive sulle modalità con cui procedere al furto delle targhe da apporre alla Fiat 126), saldandosi con quelle di Galliano e Ferrante (nonché con quelle di Brusca e Cancemi di cui si è detto), sono dimostrative del fatto che la settimana precedente la strage sia stata quella in cui si sono concretamente poste le condizioni per dare esecuzione al piano ideato”.

Il confronto dimenticato
Nel libro viene anche citata l’aspra querelle scaturita dalla richiesta degli avvocati Di Gregorio, Marasà e Scozzola (in un primo momento inevasa) di poter leggere i verbali di confronto tra Vincenzo Scarantino e gli ex boss: Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Il 13 gennaio 1995 quei “faccia a faccia” avevano indubbiamente rivelato l’inconsistenza della caratura mafiosa del picciotto della Guadagna. “Tu sei un bugiardo – aveva detto Cancemi a Scarantino – chi è che ti ha detto questa lezione? Chi te l’ha fatta questa lezione? Dicci la verità, devi dire la verità, ma chi ti conosce, ma chi sei? Ma questa lezione chi te l’ha fatta?” (…) “Ma veramente date ascolto a questo individuo? Signori giudici, questo sta offendendo l’Italia, tutta l’Italia sta offendendo costui!”. “Attenzione, state attenti è falso, non credete nemmeno a una virgola di quello che vi sta dicendo”. (…) “Queste parole gliele hanno messe in bocca, gli hanno fatto una lezione e ora la sta ripetendo”. Osservazioni decisamente profetiche, quelle di Cancemi. Il deposito posticipato di questi atti al processo “Borsellino bis” era costata una denuncia da parte dei tre legali nei confronti dei pm Annamaria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo per “comportamento omissivo”. A loro volta i magistrati avevano denunciato per calunnia i tre avvocati. Il 25 febbraio 1998 il Gip di Catania aveva definitivamente archiviato l’inchiesta sui sostituti procuratori di Caltanissetta in quanto priva di alcun “comportamento omissivo”.

L’enigma del blocco motore
Un altro “mistero” di cui il libro si occupa riguarda la cosiddetta presenza “tardiva” del blocco motore della Fiat 126 in via D’Amelio. Secondo la linea difensiva quel blocco motore sarebbe “comparso” in via d'Amelio solo alle ore 13 del giorno dopo la strage, il 20 luglio 1992. In questi anni, sulla specifica questione, sono state fatte vere e proprie battaglie da parte dell’avv. Di Gregorio per dimostrare la consistenza delle sue supposizioni. Che ovviamente sono state riportate fedelmente nel suo libro. In risposta alle ipotesi dell’avv. Di Gregorio di una collocazione “successiva” (allo scoppio dell’autobomba) di quegli 80 kg di ferro bruciato, vengono in aiuto le dichiarazioni del Procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari e del suo sostituto Stefano Luciani. Sentiti entrambi davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia (presieduta da Giuseppe Pisanu) il 26 marzo 2012, i due magistrati chiariscono la vicenda. “Presidente – esordisce Lari –, il senatore Li Gotti chiedeva come si è accertato che il blocco motore di via D’Amelio si trovasse sul posto. Anche se potrei rispondere anch'io a questa domanda, mi sembra giusto far rispondere il dottor Luciani”. Il dott. Luciani sintetizza quindi le circostanze relative a quello che era stato considerato dalla difesa un mistero irrisolto. “La tesi che il blocco motore della Fiat 126 non si trovasse in via D'Amelio il giorno stesso era stata avanzata dalla difesa già nel corso del cosiddetto processo ‘Borsellino uno’, se non ricordo male (di fatto è nel Borsellino bis, ndr). Quella tesi però era stata avanzata solo sulla base del materiale che, all’epoca, era presente agli atti del fascicolo. Il lavoro che noi abbiamo fatto è stato quello di prendere tutto il materiale fotografico presente: non solo quindi quello del tempo, ma anche quello che successivamente è stato acquisito. Basti pensare che la questione Arcangioli (il carabiniere ripreso mentre si allontanava da Via D’Amelio con la valigetta di Paolo Borsellino in mano, ndr) emerge molto tempo dopo, perché il materiale viene rinvenuto nello studio di un fotografo palermitano. Quindi, abbiamo preso tutto il materiale fotografico e tutti i filmati girati nell'immediatezza, non solo quelli ufficiali delle forze di polizia (polizia, carabinieri, Guardia di finanza e Vigili del fuoco), ma anche quelli delle televisioni private e pubbliche. Tutto quello di cui avevamo contezza e che avevamo a disposizione è stato consegnato alla polizia scientifica che, senza ombra di dubbio, ha certificato la presenza del blocco motore in via D'Amelio già il giorno della strage”. Di seguito è il procuratore Lari a sottolineare un ulteriore dato: “c’è addirittura una foto in cui si vedono ancora le fiamme e il blocco motore. Quindi, è chiaro che si tratta del momento stesso in cui i Vigili del fuoco stavano operando sul posto”.

Misteri infiniti
Alcuni passaggi del libro possono comunque dare uno spunto di riflessione sui buchi neri, dentro i quali è finita la verità su questa strage, rimasti tuttora inesplorati. E sono effettivamente tanti. Dal canto suo nell’istanza di revisione il pg Roberto Scarpinato evidenzia come le dichiarazioni di Spatuzza pur offrendo una “solida e convincente ricostruzione” di un importante segmento della fase esecutiva di via D’Amelio, “non contribuiscono però a fare piena luce su tutte le fasi attraverso cui si giunse alla realizzazione dell’attentato”. Secondo Scarpinato restano ancora “delle lacune” sulle modalità attraverso cui vennero studiate le abitudini di vita di Paolo Borsellino nel periodo precedente la strage, cosi come “sulle modalità attraverso cui la Fiat 126 della Valenti Pietrina venne condotta in via D’Amelio dal garage di via Villasevaglios, o, ancora, sull’identità di tutti i soggetti che si trovavano appostati sui luoghi nel momento in cui vi giunse il magistrato e che azionarono a distanza il micidiale congegno esplosivo”. Quindi “non può certamente escludersi che qualche uomo d’onore del mandamento di Santa Maria del Gesù sia stato impegnato in alcuna delle descritte operazioni”, così come “non può escludersi che Pietro Aglieri o Carlo Greco (o magari entrambi) possano aver fatto parte del commando appostato in via D’Amelio”.

L’ombra di Gaetano Scotto
Un aspetto da focalizzare resta indubbiamente quello legato a Gaetano Scotto. L’ex boss dell’Acquasanta è il fratello di Pietro Scotto, l’impiegato della ditta telefonica “Elte” condannato in I° grado nel “Borsellino I” (e poi assolto definitivamente) con l’accusa di aver messo sotto controllo il telefono della sorella del magistrato, Rita (dove in quel periodo abitava la madre di Borsellino), al fine di conoscere con precisione il momento in cui questi si sarebbe recato sul luogo dell’agguato. Secondo Scarantino sarebbe stato Gaetano Scotto a chiedere a suo fratello Pietro di manomettere la linea telefonica. Partendo da questa accusa l’ex boss dell’Acquasanta era stato condannato all’ergastolo nel “Borsellino Bis”; a seguito delle dichiarazioni di Spatuzza, però, è oggi tra i destinatari del processo di revisione per la strage di via D’Amelio. Ma la figura di Gaetano Scotto è molto più “ibrida” di quel che appare. Dal suo cellulare, nel febbraio del ‘92, era partita una telefonata diretta al Cerisdi, la scuola per manager che sorgeva sul Monte Pellegrino all’interno del Castello Utveggio. Le successive indagini per scoprire un eventuale “ruolo” del Sisde (all’interno del castello), con riferimento all’eccidio di via D’Amelio, non ebbero riscontri oggettivi. Ma le tracce dei contatti dello stesso Scotto con esponenti dei Servizi Segreti, sui quali il pm Di Matteo avrebbe voluto investigare ulteriormente (così come l’ex componente del pool Falcone e Borsellino Gioacchino Genchi), emergono anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. “Vincenzo Galatolo (ex reggente del mandamento dell’Acquasanta, ndr) mi disse che Gaetano Scotto andava verso l’Utveggio per incontrare persone dei servizi” riferisce agli inquirenti il pentito Angelo Fontana. Secondo Fontana sarebbe stato proprio Scotto a fornire il detonatore che, nel giugno del 1989,  all’Addaura, avrebbe dovuto far esplodere la carica piazzata davanti alla villa di Giovanni Falcone. Dal canto suo il pentito Vito Lo Forte ha riferito di aver saputo di un coinvolgimento dell’ex boss dell’Acquasanta nell’omicidio dell’agente Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio. Lo Forte ha contestualmente dichiarato che lo stesso Scotto avrebbe avuto contatti con l’uomo dei Servizi soprannominato “faccia da mostro”, alias: Giovanni Aiello.
A richiamare prepotentemente in causa la possibile manomissione della linea telefonica della casa di Rita Borsellino è lo stesso capo di Cosa Nostra, Totò Riina, intercettato nel carcere di Opera, mentre parla con il suo compagno di ora d’aria, l’esponente della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso. Dopo aver lanciato la sua condanna a morte a Nino Di Matteo, Riina continua a narrare pezzi di storia di Cosa Nostra. Tra questi viene captato un dettaglio inedito sulla strage del 19 luglio 1992. Riferendosi al giudice Borsellino Riina, abbassando il tono della voce, dice: “Si futtiu sulu” (si è fregato da solo). Con questo bisbiglio e con un dito alzato ad indicare un citofono l’anziano boss lascia intendere che Paolo Borsellino avrebbe direttamente innescato l’autobomba premendo il campanello della casa di sua madre. “Fu un colpo di genio”, specifica  quindi Riina a Lorusso, sottolineando di aver “detto ai picciotti di stare lì per impedire che qualcuno suonava”. Il capo di Cosa Nostra aggiunge poi di aver saputo l’orario d’arrivo dello stesso Borsellino in via D’Amelio dai suoi uomini che “ascutaru” (ascoltarono). Ed è con queste parole che il boss rimette in piedi l’ipotesi di un’eventuale intercettazione (a suo tempo azzerata dall’assoluzione di Pietro Scotto) sulla linea telefonica di casa Borsellino. Che sarebbe stata richiesta da Gaetano Scotto, o da altri? E su indicazione di chi?

Alla ricerca della verità
In una terra come la Sicilia, dove le parole e i silenzi pesano come pietre, è fondamentale evitare ulteriori sovraesposizioni di chi è stato condannato a morte dalla mafia. Nell’articolo "La vera storia del giudice Di Matteo" abbiamo già individuato i dati oggettivi della vita professionale del magistrato palermitano evidenziando contestualmente i falsi storici che ruotano attorno alla sua precedente attività di pm a Caltanissetta nell’ambito dei processi sulla strage di via D’Amelio. In un momento così delicato come quello che stiamo vivendo, con un Paese che manifesta una evidente insofferenza (per usare un eufemismo) alla ricerca della verità sul biennio stragista ‘92/’93, bisogna stare attenti a non isolare chi, nonostante pericoli tangibili, conduce instancabilmente quella ricerca. Il rischio che questo libro possa essere strumentalizzato per colpire quei magistrati e quelle stesse indagini nei confronti delle quali una parte del potere sta facendo di tutto affinché non si arrivi alla verità, screditando chi sta lottando e approfittando della buona fede e dell’ignoranza di buona parte dell’opinione pubblica, è tutt’altro che peregrino.

Le repliche della giornalista di Servizio Pubblico Dina Lauricella e dell’avvocato Rosalba Di Gregorio

Egr. Direttore, leggo una lunga recensione che avete dedicato al libro che ho scritto con l'avvocato Rosalba Di Gregorio, "Dalla parte sbagliata" e ritengo doveroso un solo intervento per amor di professione.
Il libro non è un atto d'accusa verso eventuali mandanti o esecutori del depistaggio, compito che spetterà alla Procura di Caltanissetta, ma un racconto giornalistico che si limita a mettere insieme elementi di verità. In tal senso vedo la logica del cui prodest più appropriata al dibattito politico. Il compito di un giornalista è quello di riportare i fatti e la strada della verità va percorsa con onestà e senza paura.
I fatti sono che sette innocenti hanno scontato 17 anni di 41bis, che documenti fondamentali ai fini stessi delle indagini non sono stati depositati agli atti e che il perno di un processo così imponente come quello sulla strage di via D'Amelio sia stato, per ben tre gradi di giudizio, il falso pentito Vincenzo Scarantino. Emblema vivente di una verità perduta.
Altrimenti la critica andrebbe indirizzata a chi, i processi Borsellino uno e Borsellino bis ha chiesto venissero revisionati, il dott. Scarpinato e andrebbe estesa anche ai giudici che hanno ritenuto di confermare l'intattendibilita di Scarantino (il GUP di Caltanissetta e la Corte d'Appello di Catania, che ha disposto la scarcerazione dei sette ingiustamente condannati).
Grazie per l'opportunità di replica,
Dina Lauricella


Gent.ma Dina Lauricella,

concordiamo sul fatto che il compito del giornalista sia quello di riportare i fatti. A fronte di ciò nel nostro editoriale abbiamo volutamente inserito stralci di documenti della Procura di Caltanissetta sui quali abbiamo basato le nostre tesi. Nell’introduzione abbiamo altresì evidenziato la totale legittimità di una pretesa di giustizia per chi, a causa delle menzogne di un “pentito”, è stato incarcerato ingiustamente al 41bis nelle peggiori condizioni. Senza alcuna remora abbiamo scritto dei ritardi nel deposito di determinati documenti per i quali un Gip non ha riscontrato, però, “comportamenti omissivi” da parte della Procura nissena. Siamo d’accordo sulla gravità del fatto che Scarantino sia stato il perno centrale per 3 gradi di giudizio, ma allo stesso modo va evidenziata l’inquietante anomalia che vede oltre alle molteplici falsità partorite dall’ex picciotto della Guadagna anche alcune circostanze veritiere che sono state riscontrate. Ed è su questo punto che va fatta piena luce.
Cordialmente
Giorgio Bongiovanni
Lorenzo Baldo    


Grazie per l'articolo, Direttore. Ogni critica e osservazione è sempre utile e benvenuta!
Però, mi chiedo:
1) perchè minimizza sui confronti NON depositati nel Borsellino Bis , fra Scarantino, Cancemi, La Barbera e Di Matteo? Lei stesso scrive che da questi emergeva chiaramente l'inattendibilità di SCARANTINO....
Non ritiene che siano stati tutti elementi sottratti a Difese e Giudici e utili per l'accertamento della Verità? Non mi sembra così irrilevante il rispetto della legge e dei diritti delle difese. Non in uno stato di Diritto.
2) perchè continua a spostare Graviano, Tinnirello, Tagliavia nel Borsellino ter, gestito dal dott. di Matteo, visto che, invece, erano tutti imputati del Borsellino bis?
Neppure Scarantino era al ter!
3) perchè scrive che Scarantino è stato" frettolosamente" dichiarato  in toto inattendibile? Ci sono le pronunzie di un giudice (il GUP di Caltanissetta, nel processo stralcio del Borsellino Quater), del Procuratore Generale Scarpinato, e della Corte d'Appello di Catania. Mi sembra che molti giudici e pubblici ministeri abbiano condiviso questa "inattendibilità", affermata, tra l'altro, dallo stesso SCARANTINO nelle sue ultime dichiarazioni.
Non pensa, invece, che sia stato " frettolosamente " dichiarato attendibile , senza riscontri?
E, poi, le pare "poco tempo" i 20 anni trascorsi dalla strage ed i 17 anni di carcere duro per gli innocenti?
4) Direttore, come fa la sua profonda religiosità ad avallare lo Stato di vendetta, al posto dello Stato di Diritto? ( il riferimento è chiaramente, a Pianosa). Molti, in tutto il mondo, hanno criticato il trattamento che gli USA hanno inflitto, dopo l'11 settembre, a Guantanamo. Non credo si possa giustificare il maltrattamento di un detenuto in nessun caso. Se affermiamo cosa diversa, rischiamo una pericolosa deriva antidemocratica.
5) questo trattamento non sarebbe neanche giustificato che fosse vero che nel 1992 ( che è anno diverso dal 1982!!!) all 'Ucciardone si mangiavano ancora ostriche. Ma in realtà questo dato non risulta proprio. Dopo gli anni del Pool antimafia, l'Ucciardone era, grazie a Dio, cambiato.
Non è bene confondere i tempi se si mettono a posto i pezzi del puzzle.
6) non pensa che Ferrante collima con Tranchina e Spatuzza, ma non con Scarantino?
7) Non le pare grave che il blocco motore sia stato cercato solo dalla nuova Procura di Caltanissetta e non da quella che ce lo portava come unico riscontro a Scarantino? Questi accertamenti, chiesti allora dalle difese, non andavano fatti IMMEDIATAMENTE, e non dopo 17 anni?
Il mio " Diario" racconta il processo Borsellino Bis, non il Borsellino Quater (che è stato istruito e condotto in ben altro modo).
E mi fermo qui per non allungare ulteriormente quella che lei chiama " la lunga arringa" per Murana non senza sottolineare che arringare  fa parte della mia Professione e ne sono onorata.
La ricerca della Verità, Direttore, che lei ha sempre sostenuto in ogni caso ed a spada tratta, è attività talmente nobile e sacra da non poter subire "fermi" neppure dinanzi a " rischi di strumentalizzazione di parole e silenzi come pietre". E poi cosa le dice che dietro la strumentalizzazione, che vi è stata allora, di SCARANTINO non vi siano contatti con le attività che una parte deviata dello Stato pose in essere negli anni delle stragi? Può la giusta ansia di verità di noi tutti, e dei familiari in primis, fermarsi davanti alle necessità di un unico processo, quello della trattativa di Palermo? E poi, mi spiega perché la verità sul Borsellino Quater dovrebbe danneggiare questo processo? Perché uno dei PM che utilizzarono SCARANTINO e' un PM del processo trattativa? Sinceramente, il processo Borsellino Quater e' nato da tanto di quel tempo (2008) da non poter far avanzare alcuna richiesta di "star fermi".
Se si fanno indagini non si fanno "contro" qualcuno, ma per accertare cosa e' accaduto.
I processi e le indagini vanno fatti tutti. E della verità non si deve avere paura. Mai.
Come si sul dire, "male non fare, paura non avere".
Avv. Rosalba Di Gregorio


Gent.le avv. Di Gregorio,
non riteniamo di aver minimizzato sui ritardi dei depositi di determinati documenti, di fatto sul punto specifico l’archiviazione del Gip di Catania ha definito non omissiva la condotta della Procura di Caltanissetta. Alla luce di quanto è emerso in questi anni è evidente che si può discutere ulteriormente sulle relative dinamiche e tempistiche. Ma bisogna tenere presente, però, che nei confronti della Procura nissena dell’epoca non è stata riscontrata alcuna omissione.
Per quanto concerne il riferimento a Graviano, Tinnirello e Tagliavia (di cui scriviamo in rif. al Borsellino Bis) è stato messo, così come abbiamo rimarcato, in quanto vi è ancora l’erronea convinzione che sulla base delle dichiarazioni di Scarantino le indagini avessero lasciato da parte i fratelli Graviano del mandamento di Brancaccio. E così non è.
Il termine “frettolosamente”, utilizzato con riferimento all’ipotetica totale inattendibilità di Scarantino, non riguarda l’ambiente giudiziario, bensì quello giornalistico. Che, in buona o cattiva fede, ha semplificato la figura dell’ex pentito riducendolo a un totale menzognero. Per quanto riguarda la “frettolosa attendibilità” concessagli in toto di cui ci scrive, si ritorna alla questione iniziale: Scarantino ha mentito, ma anche raccontato fatti veri. Che poi su determinati aspetti non siano stati eseguiti i necessari riscontri è un altro paio di maniche.
Nessuno ha mai scritto che 20 anni di ingiusta detenzione siano “poco tempo”, né tanto meno abbiamo mai avallato uno “Stato di vendetta”.
Che si sia esultato e brindato all’Ucciardone dopo la strage di Capaci è un dato di fatto.
Per quanto riguarda Ferrante sicuramente non coinciderà con Scarantino, ma anche in questo caso rientriamo nella questione del mix di verità e falsità che hanno caratterizzato le dichiarazioni dell’ex pentito.
In merito alla questione del blocco motore, gli stessi magistrati nisseni hanno sottolineato che determinate indagini sono state fatte con il materiale del tempo e con quello acquisito diversi anni dopo.
La ricerca della verità, gentile avvocato, va difesa sempre: soprattutto nel nome dei familiari di tutte le vittime. Nei confronti dei quali siamo tutti debitori.
E’ del tutto plausibile che, vent’anni fa, dietro la strumentalizzazione di Scarantino, si possa essere nascosto uno “Stato-mafia”. Quei “sistemi criminali” che inevitabilmente ruotano attorno a figure “ibride” come quelle di Gaetano Scotto su cui in molti preferiscono tacere.
Nessuno ha mai detto che il Borsellino Quater danneggia il processo sulla Trattativa. Se mai assistiamo a biechi tentativi di delegittimazione del processo Trattativa e del pm Di Matteo attraverso vere e proprie strumentalizzazioni del suo passato professionale alla Procura di Caltanissetta. Con il rischio effettivo di indebolire un delicatissimo procedimento osteggiato da più parti. Il “taglio” della recensione del vostro libro da parte di Filippo Facci, pubblicata su Libero lo scorso 22 luglio, è solo un piccolo esempio di una strumentalizzazione del vostro testo finalizzata ad una vera e propria delegittimazione.
A nostro avviso tutto ciò è inammissibile.
“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, disse Gesù Cristo 2000 anni fa. Senza alcuna “paura” nei confronti di una verità che potrà liberare il nostro Paese continueremo quindi a fare il nostro dovere.
Giorgio Bongiovanni
Lorenzo Baldo



Fonti:

- Memoria dell’Ufficio del Procuratore della Repubblica illustrativa di nuove prove  ex. art. 630 C.P.P. lettere C) e D) Proc. n. 1595/08 R.G.N.R. Mod 21 D.D.A.

- Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Caltanissetta / Nr. 792/11 R.Pareri / Richiesta di revisione (art.629 e segg. c.p.p.) / Richiesta di sospensione della esecuzione della pena (art. 635 c.p.p.)  

- Commissione Parlamentare Antimafia / audizione del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari 26/03/2012

- Sentenza della Corte di Assise di Caltanissetta al processo “Borsellino bis” 13/02/1999

- Antimafia Duemila n. 68/2012


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