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Giorgio Bongiovanni

Alla ricerca dell’agenda rossa di Paolo Borsellino / Giovanni Arcangioli- le parole che non ti ho detto

arcangioli-frame-valigettadi Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 14 maggio 2013
Nel primo verbale del 5 maggio 2005 reso all'autorità giudiziaria da Giovanni Arcangioli il carabiniere è alquanto confuso. Ma paradossalmente altrettanto circostanziato. «Il giorno 19 luglio del 1992 – inizia a raccontare Arcangioli – mi trovavo nel mio ufficio quando fui informato che vi era stata un'esplosione e quindi mi recai nel posto indicatomi in via d'Amelio. Mi era stato detto che verosimilmente vi era stato un attentato al dottore Borsellino». «Allorchè giunsi sul posto – dichiara l'ufficiale – la scena del delitto non era stata ancora perimetrata anche se erano già arrivati elementi del Battaglione Carabinieri che stavano provvedendo a delimitare la zona. Vi erano all'opera i Vigili del fuoco e per quanto posso ricordare arrivò per primo il magistrato Dottor Ayala che abitava nei dintorni; vi erano poi abitanti dei palazzi e semplici curiosi».

«Esaminai la scena – prosegue Arcangioli – e avendo rinvenuto i resti del Dottor Borsellino mi fermai immediatamente in attesa dell'arrivo degli esperti e di coloro che avrebbero dovuto attivare le indagini. […] Sul posto arrivò il Dottor Teresi ed anche il Dottor Di Pisa magistrato di turno. Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due e sicuramente non il Dottor Di Pisa mi  informarono del fatto che doveva esistere una agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all'interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all'interno di una borsa». «Se non ricordo male – evidenzia Arcangioli – aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi». «Uno dei due predetti magistrati – specifica poi l'ufficiale – aprì la borsa e constatammo che non vi era all'interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati. Si tratta di un ricordo molto labile e potrebbe essere impreciso». Successivamente gli investigatori chiedono all'ufficiale la ragione per la quale, a seguito del rinvenimento della borsa di Paolo Borsellino, non abbia redatto una normale relazione di servizio. «Sul momento – replica Arcangioli – non ho ritenuto di redigere alcuna nota in merito alla vicenda della borsa perché ho pensato che avendola consegnata ad un Magistrato non vi fosse necessità di tali adempimenti formali ed anche perché non attribuivo alcun valore alla borsa, dato che non conteneva alcuna agenda». Gli inquirenti verbalizzano. I primi chiari segnali di una testimonianza a dir poco reticente cominciano a manifestarsi.  
Meno di un anno dopo lo stesso ufficiale dei carabinieri comincia a correggere le sue dichiarazioni. L'8 febbraio 2006, Arcangioli rivede le sue affermazioni in una nuova luce. E' la sua seconda deposizione. «Intendo precisare – esordisce l'ufficiale dei carabinieri – che una volta rinvenuti i resti del Dottor Borsellino, in uno scenario globale che vorrei più tardi precisare, non è corretto quanto da me dichiarato laddove è detto che mi fermai immediatamente, in quanto ripensando a ciò che avvenne continuai ad espletare altre attività non ben definite». Gli inquirenti lo ascoltano attenti mentre le sue contraddizioni emergono inevitabilmente. «Non ho ricordo certo dell'affermazione relativa al fatto che il dottor Ayala e il dottor Teresi mi ebbero ad informare dell'esistenza di un'agenda tenuta dal dottor Borsellino. Ripensando a quei momenti posso però ritenere di affermare che non era presente il dottor Teresi in quanto ricordando, sebbene soltanto tramite alcuni flash, di cui ho ancora memoria mi sembra di averlo avvicinato all'ingresso di via d'Amelio». «Non ricordo con certezza – sottolinea il tenente Arcangioli – se io o il dottor Ayala aprimmo la borsa per guardarvi all'interno, mentre ricordo che all'interno vi era un crest dell'Arma dei carabinieri e non ricordo se vi fosse qualche altro oggetto. Mi sembra ricordando bene, che vi fossero dei fogli di carta. Così come non posso confermare di aver io stesso o uno dei miei collaboratori deposto la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati, mentre ritengo di aver detto di rimetterla o di averla rimessa io stesso nell'auto di servizio del dottor Borsellino». Gli investigatori gli chiedono nuovamente conto della sua dichiarazione del 2005 relativa alla mancata relazione di servizio sul ritrovamento della borsa del giudice. «Sul momento non ritenni di redigere alcuna annotazione – ribadisce laconicamente Arcangioli – perché non attribuivo alcun valore alla borsa non avendovi rinvenuto niente per la prosecuzione delle indagini e quindi ritenevo di non avere svolto alcuna attività di iniziativa che richiedesse la redazione di tale atto. All'inizio si era incerti sulla competenza a procedere, tanto è che pensavo che procedessimo come Nucleo Operativo, poi ci fu detto che procedeva il Ros e, da ultimo, fu stabilito che procedeva la Polizia di Stato». Mentre gli inquirenti prendono atto delle sue affermazioni, Arcangioli chiede di poter aggiungere ulteriori elementi. Ma così facendo peggiora solamente la sua posizione. «Non riesco a ricordare – afferma il carabiniere contraddicendo la sua prima versione – se mentre mi recavo sul luogo della strage mi fu detto per radio che una delle vittime era il Dottor Borsellino». Nel passaggio successivo l'ufficiale evidenzia che le discrepanze nelle sue attuali dichiarazioni sono dovute al fatto che nell'interrogatorio del 2005 non conosceva «l'oggetto dell'esame stesso» mentre ora ha avuto modo di «riflettere meglio sugli avvenimenti». Gli inquirenti gli contestano immediatamente la questione della sua conoscenza dell'esistenza di un'agenda all'interno della borsa di Paolo Borsellino. «Non ritengo di aver parlato nel verbale del 5 maggio dell'esistenza di un'agenda – replica meccanicamente Arcangioli – in quanto il “non ricordo” all'inizio del periodo era da intendersi riferito sia all'intervento di uno dei due magistrati sia alla precisazione dell'esistenza di un'agenda tenuta dal dottore Borsellino». Ma per gli investigatori è solo questione di riprendere in mano il verbale del 2005 così da rileggergli  il quartultimo rigo nel quale egli stesso afferma che «constatammo che all'interno (della borsa, nda) non vi era alcuna agenda». Per i magistrati che verbalizzano è evidente che il tema dell'esistenza di un'agenda «fosse stato oggetto di discussione». Arcangioli ascolta in silenzio, non può che arrendersi all'evidenza. «Non ricordo – prosegue poi l'ufficiale – se ho rimesso personalmente ovvero ho incaricato un mio dipendente di rimettere la borsa all'interno dell'auto del Dottor Borsellino. Ciò ho fatto per la considerazione che non contenendo la borsa da me esaminata alcun elemento utile ai fini dell'indagine, ma soltanto un crest e pochi altri piccoli oggetti di cui non ricordo nulla, ho ritenuto opportuno ricostruire la situazione preesistente in quanto, ritenendo ancora di procedere avremmo potuto inventariare tutto successivamente». Il procuratore Renato Di Natale chiede ad Arcangioli di ricordare i suoi movimenti una volta prelevata la borsa di Paolo Borsellino. La ricostruzione dell'ufficiale esce completamente da ogni logica e parametro coerente. «Prelevata la borsa – ricorda il tenente colonnello – mi spostai andando verso i palazzi di fronte all'abitazione della mamma del dottore Borsellino, non ricordo se scendendo in direzione di via Autonomia Siciliana o in direzione opposta. Ricordo comunque di non avere mai superato, portando la borsa, il cordone “di Polizia” che sbarrava l'accesso alla via d'Amelio». […] «Posso comunque affermare con certezza – sottolinea l'ufficiale – che quando ho aperto la borsa per esaminare il contenuto mi trovavo nel luogo che già ho indicato e cioè sul lato opposto della via d'Amelio rispetto alla casa della madre del dottore Borsellino. Non so dire però a quale altezza rispetto all'asse longitudinale della strada». Di Natale insiste per sapere di più sull'eventuale apertura della borsa del giudice in presenza di altre persone. «Quando ho aperto la borsa – ribadisce Giovanni Arcangioli – credo di ricordare che era con me il dottor Ayala; credo anche di ricordare che vi era altra persona, di cui però non so indicare alcun elemento identificativo. Non sono in grado di ricordare in alcun modo se qualche persona nella circostanza sopra indicata mi chiese di visionare il contenuto della borsa». Alla domanda su chi gli abbia ordinato di recuperare la borsa del giudice assassinato Arcangioli esclude Vittorio Teresi e lo identifica in Giuseppe Ayala. «La verifica del contenuto (della borsa, nda), per quanto ricordo, fu una iniziativa condivisa con il dottor Ayala». Poi però la scena del prelevamento della borsa viene ulteriormente sfumata. «Non sono in grado di ricordare – specifica l'ufficiale – chi materialmente abbia prelevato dall'autovettura del dottore Borsellino la borsa dello stesso. In particolare non riesco a ricordare se la prelevai direttamente io ovvero se fu altra persona di cui comunque non conservo memoria». Arcangioli prosegue affermando di non ricordare se il prelievo materiale sia stato effettuato da Giuseppe Ayala, ugualmente non ricorda se in quel preciso momento accanto a lui vi fosse un ufficiale dei carabinieri in divisa. Gli inquirenti gli contestano che proprio la circostanza della presenza dell'ufficiale dei carabinieri è stata riferita da Giuseppe Ayala. «Insisto nel dire che non ricordo tale circostanza – rimarca con forza Arcangioli – e quindi non posso né affermarla né escluderla». L'ufficiale dei carabinieri ribadisce di aver «verbalmente riferito» al suo superiore dell'epoca, l'allora capitano Marco Minicucci, in ordine al contenuto della borsa di Paolo Borsellino, senza però ricordare il momento esatto nel quale avrebbe comunicato ciò. Arcangioli non ricorda bene quando ha parlato con Minicucci dopo il suo interrogatorio del 2005, né tanto meno se si sia trattato di un colloquio diretto o di una telefonata. «Il col. Minucucci – ribadisce l'ufficiale dei carabinieri – mentre mi trovavo alla fine di via d'Amelio, nei pressi della via Autonomia Siciliana, mi comunicò che erano state date disposizioni affinchè alle attività investigative della strage procedesse il Ros-sezione Anticrimine. Ricordo che nel ricevere tali disposizioni mi trovavo vicino al dottore Teresi». Alla domanda degli inquirenti se si ricordi di aver consegnato per brevi istanti la valigetta di Borsellino ad altri colleghi presenti in quel momento in via d'Amelio Arcangioli replica con una reiterata indolenza. «Non ricordo, pertanto non posso affermare né escludere che tale fatto sia avvenuto. Comunque posso dire che se uno dei colleghi del Ros o di altro reparto mi avesse chiesto di visionare il contenuto della borsa non avrei avuto motivo di rigettare tale sua richiesta». «Quando ricevetti la comunicazione relativa alla competenza inizialmente attribuita al Ros a condurre le indagini – prosegue Giovanni Arcangioli – mi trovavo in fondo a via d'Amelio angolo via Autonomia Siciliana, dal lato dell'abitazione della madre del dottore Borsellino. In quel momento avevo già provveduto a rimettere o fare rimettere a posto la borsa nell'auto del dottore Borsellino». «Non ricordo – conclude Arcangioli – che cosa riferii all'epoca al capitano Minicucci circa la destinazione finale della borsa, e quindi in particolare non ricordo se dissi di averla rimessa nell'autovettura o diedi altra versione. Comunque non potevo non dire a Minicucci la verità». Il mistero del riposizionamento della borsa del giudice Borsellino all'interno dell'autovettura non viene minimamente chiarito. Alle 14,45 il verbale si chiude senza che Arcangioli intenda aggiungere altro.

Tratto dal libro: “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” (Bongiovanni – Baldo, ed. Aliberti)

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