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Anna Vinci

Il Patto Sporco, un libro che viene da lontano

di Anna Vinci
Mi è stato chiesto dagli amici di “ANTIMAFIADuemila”, e li ringrazio, di parlare del libro, "Il Patto Sporco. Processo Stato-Mafia, nel racconto di un suo protagonista" di Nino Di Matteo e Saverio Lodato (Chiarelettere 2018). Tanti prima di me, l’hanno fatto, con abilità di studiosi: magistrati, giornalisti investigativi, compagni di battaglie di Nino e di Saverio, e tanto è stato detto sulla piaga, di cui parla il libro. Della Trattativa Stato-Mafia, patto sporco specchio di altri patti sporchi, che sono il cuore di molte nefandezze del nostro Paese.
Cerco di farlo, per come so, lasciandomi andare al piacere della lettura di questa pregna intervista, chiacchierata, visto anche l’amicizia tra i due protagonisti - credo possa usare la parola - che ha il pregio tra i tanti, di comunicare l’urgenza di chi indaga ancora e ancora sulla verità dei fatti, il giornalista, e la passione nel raccontare e raccontarsi, di chi sente l’esigenza di combattere e di sperare sempre, il magistrato.
Diceva Paolo Borsellino, in un’intervista poco prima della sua morte, a chi gli chiedeva se avesse ancora speranza: “Se disperassi dell’uomo, di qualsiasi uomo, non sarei più cristiano”. Questo essere cristiano, credere in Cristo, nella possibilità di salvarsi dell’essere umano, da qui l’esigenza del rispetto dell’umanità in ogni uomo, è presenza costante in Nino Di Matteo, nel suo operare che traspare in ogni passaggio del libro, che la valentia professionale di Lodato fa emergere. Si ritrova in Di Matteo, quando si ha il piacere di conoscerlo, di frequentarlo, lui una persona che fa bene al cuore. Ce ne sono nel nostro paese, lontane per lo più da ribalte, luoghi d’impudichi racconti, orinatoi mediatici, in passato occasione per gli uomini di sconce confidenze. Ne sono vittime ahimè, anche le donne.
il patto sporco integraleLa vita, però, è un puzzle complesso, se non sempre complicato, e contemporaneamente ai Di Matteo, ci sono persone che fanno male al cuore. Così come ci sono azioni criminali e altre che contrastano il crimine. E c’è la giustizia rispettata, quella disattesa e la giustizia camuffata. C’è l’infamia del potente, c’è l’accondiscendenza del suddito. Ci sono burattini e burattinai. Ci sono i fatti di chi lavora, i misfatti di chi delinque.
Questa è l’Italia e molto altro ancora. Qualcosa che da troppi anni scuote le coscienze e costruisce, come in un gioco di Matrioska, gabbie una dentro l’altra per sfibrare la nostra resistenza. I “servitori dello Stato” sono i più colpiti da tanta strisciante, subdola, volontà di occultare scomode “verità”, per Istituzioni che non hanno fatto piazza pulita - non hanno voluto o potuto? - d’intrighi eversivi, strappi costituzionali, P2, piduisti, collusi, mafiosi in pectore, affiliati a Cosa Nostra, presentabili impresentabili. Depistaggi, patti sporchi che da decenni rendono malsana la nostra democrazia.
Servitori dello Stato, donne e uomini, che quando, nel loro concreto operare, stanno per giungere alla verità sono ostacolati dallo Stato (da chi dovrebbe rappresentarlo). I modi sono tanti, alla base c’è sempre la solitudine nella quale si vorrebbero relegare. Non per niente è con un riferimento alla solitudine e alla verità, al prezzo pagato per cercare e indagare, che inizia il libro: “Dottor Di Matteo, venticinque anni d’inchieste e di solitudine, di ricerca accanita della verità, di successi e momenti di amarezza, ma anche d’isolamento e di vita blindata [...] Ma quando ha inizio l’incubo di una vita blindata giorno e notte? Il primo servizio di scorta lo ebbi nel dicembre del 1993, alla procura di Caltanisetta”.
Vogliamo soffermarci a immaginare la vita del dottor Di Matteo in questi anni, che mentre scrivo stanno scivolando verso i ventisei. La sua vita e quella della moglie e dei figli. L’attesa inquieta dei suoi cari, la sua volontà di andare avanti, la forza dei compagni di battaglie, che non lo lasciano solo: Saverio, Giorgio, Lorenzo, Aaron, Miriam, Anna, i tanti ragazzi e ragazze di “ANTIMAFIADuemila” (così da molti anni li chiamo, per quel loro avere nell’indignazione, l’energia della giovinezza, lo stupore davanti alla vita) e quei volontari della sua “Scorta civica”. Le cittadine e i cittadini che lo ammirano e lo incoraggiano. Le persone per bene che ancora resistono nelle Istituzioni, le onorano e ci rappresentano.
Leggetelo il libro, facendovi guidare anche da questo pensiero, se potete. Per addentrarvi nelle giornate del dottor Di Matteo e pensare ad altri che forse avete incontrato nella vostra strada. Servitori dello stato, eroi borghesi. Prendo in prestito l’espressione dal titolo del libro di Corrado Stajano su Giorgio Ambrosoli, mai titolo fu più appropriato, nell’accostamento tra due parole opposte nel nostro immaginario: “Borghese”, normalità, conformismo, conservazione; “Eroe”, tramandato da atavici miti: un essere straordinario, fuori della norma, ribelle, vicino agli dei... Nell’eccezionalità rivestita di normalità, sta la suggestione dell’espressione. In Italia gli eroi borghesi, infatti, hanno modi tranquilli, uno stile sobrio, buon senso. Sono lavoratori instancabili. Non sono degli aizza popolo. Dei Masaniello, che sollecitano la “pancia” del popolo, illudono di salvare, cavalcano il consenso, sfruttando sentimenti “bassi”: rabbia, livore, desiderio di vendetta. Dimenticano che il consenso va plasmato, anche rischiando. Sono pavidi, non hanno coraggio. I nostri, non cercano di sovvertire il sistema, ne fanno parte, ma quando incontrano la storia, quella con la “S” maiuscola, cercano di cambiarlo. Pensiamo ad Ambrosoli opposto a Sindona, a dalla Chiesa opposto ai terroristi e alla cupola di Cosa nostra, a Falcone e Borsellino alla organizzazione mafiosa. Pensiamo a Tina Anselmi e alla P2. Pensiamo a Nino Di Matteo e al Patto Sporco.


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Tina Anselmi e Anna Vinci in uno scatto d'archivio


Permettetemi, prima di continuare, una precisazione alla quale tengo. Un plauso a Saverio Lodato - che certo non ne ha bisogno - ma che tuttavia sento di fare, della sua capacità di restare “accanto” al protagonista del racconto, facendolo emergere nella sua verità, che è alla base del lavoro di giornalista. Condurlo per mano verso se stesso. Difficile quando si scrive, così come lo è nella vita “incontrarsi”.
Di Matteo è riuscito a incontrarsi e a non tradire se stesso, la sua vocazione, il suo talento, i suoi affetti, la sua fede.
Ancora incrocio la mia esperienza professionale con le pagine del libro, dalle quali emergono chiaramente le dure prove umane e professionali, che Di Matteo ha affrontato: anni in prima linea, rischiando la vita, lui e i suoi “angeli custodi”. È andato avanti perché non ha mai lasciato vincere le sue paure, incertezze, perché pur avendo timore per sé e per i suoi cari, egli ha continuato a tenere gli occhi ben aperti, ha guardato la verità scomoda, “l’altra faccia della Luna”. Espressione usata dall’onorevole Anselmi (Intervento alla Camera dei deputati, 9 gennaio 1986) riferendosi alla “ricognizione poco edificante, dell’altra faccia della luna” che la Commissione sulla loggia P2 di Licio Gelli (Ottobre 1981, luglio 1984), da lei presieduta ha portato avanti. E che ha documentato “[...] la presenza di uomini affiliati alla loggia in buona parte delle vicende più torbide che hanno attraversato il paese nel corso di più di un decennio. Da vicende finanziarie, come quelle di Sindona e di Roberto Calvi, sino a episodi di eversione violenta del sistema, troviamo che la loggia P2, con la sua segretezza, costituisce il luogo privilegiato nel quale entrano in contatto e si intrecciano ambienti disparati, che hanno in comune il fatto di voler agire fuori della legalità repubblicana”. Ho voluto ricordare queste parole, perché credo che il dottor Di Matteo ne possa capire appieno il valore, avendo egli stesso dovuto affrontare realtà, ugualmente poco edificanti, luoghi oscuri, in cui, anche se con altri burattini e burattinai, presentabili impresentabili, entrano in contatto e s’intrecciano ambienti disparati, brutta gente, infida, pericolosa, per la legalità repubblicana.
Di Matteo sta andando avanti, per i motivi conosciuti, ai quali ho accennato, e soprattutto, perché è “lui”.
Mi spiego, a tutti è concessa una prova nella vita, pochi hanno il coraggio di affrontarla, perché la prova è chiara ma non il prezzo da pagare, non del tutto. Nino Di Matteo ha quel coraggio. Accetta per fare il suo dovere. È il suo modo di mettersi al servizio delle Istituzioni, di noi tutti: individuare il marcio, contribuire a isolarlo, eliminarlo, per rendere lo Stato migliore, per difendere il suo Paese. Questo chiaramente emerge dall’incontro con Lodato, questo è quello che Di Matteo, fin da giovane magistrato, vuole fare. Solo che sarà andando avanti che scoprirà che il marcio si radica nelle stesse Istituzioni che lui è chiamato a difendere, ecco il Patto Sporco, ecco l’ignominia della Trattativa Stato-Mafia. Ecco la scia di sangue che lorda le Istituzioni, ecco l’intuizione, alla base della relazione conclusiva di maggioranza di Tina Anselmi, relativa ai servizi segreti, non deviati in alcuni settori, ma semplicemente “devianti”, quindi impegnati a deviare. Dalla strage degli angeli custodi di Moro, 16 marzo 1978, uomini delle Istituzioni che facevano il loro dovere: Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, passando attraverso i cinquantacinque giorni della prigionia di Aldo Moro fino alla sua esecuzione, il 9 maggio. E ancora l’assassinio di Giorgio Ambrosoli l’11 luglio del 1979, e la strage di Bologna il 2 agosto del 1980, morti, calunnie, devianze, depistaggi fino ai giorni delle stragi di Mafia del 1992/93... e ancora.


vinci galatolo pace milazzo

Catania, 8 marzo 2018. “Donne, ingegno e responsabilità”
In foto da sinistra: Josephine Pace, Alfia Milazzo, Anna Vinci e Anna Galatolo


E questo, mentre uomini di potere, oggi come ieri, amoreggiano con i peggiori detentori dei più nefasti segreti, in una complicità trasversale indecente. Basti pensare a quel Francesco Cossiga, specchio - quanto per puro caso? - dei successi e degli insuccessi della loggia P2 di Licio Gelli. L’uomo diventa Ministro degli Interni nel 1976, si dimette l’11 maggio del 1978, due giorni dopo la morte di Moro, per rispuntare quale Presidente del consiglio nell’agosto del 1979, fino all’ottobre del 1980. E poi ancora, dopo alcuni anni di silenzio, eletto senatore nel 1983 e lo stesso anno Presidente del Senato e, nel giugno del 1985, Presidente della Repubblica, con il consenso più ampio nella storia della Repubblica (al primo scrutinio 752 voti su 997, 74,3%). Se avete tempo, confrontate la storia della P2 in quegli anni, tra periodi di quiescenza e altri di rinvigorimento, con quella di Cossiga. Dimenticavo: il 3 dicembre del 1985, Licio Gelli indirizzò una lunga lettera al neo eletto Presidente, diciamo, volendo leggere con occhi attenti, una chiamata in correo. In sintesi, la richiesta della riabilitazione di se stesso e dei suoi amici, intramezzata ad attacchi a Tina Anselmi e all’ex Presidente, Sandro Pertini. Scrive tra l’altro Gelli, nella lettera, che per la sua Loggia e la sua storia, è giunto il momento decisivo perché: “Ho ragione di ritenere che la maggior parte degli italiani abbia aperto gli occhi e si renda conto di essere stata strumentalizzata, mentre veniva bombardata dal concerto di illusionisti, giornalisti, magistrati ammalati di protagonismo, speculatori finanziari, bancarottieri, ladri di Stato”.
Cambiano i tempi restano le parole, le calunnie, il linguaggio in codice, l’impudicizia del baro. Tutto ciò conosce bene il dottor Nino Di Matteo ed emerge, senza ombra, di dubbio nel dialogo con Saverio Lodato.
Mi è piaciuto terminare queste mie riflessioni ritornando alla P2, e quindi a Tina Anselmi, di cui noi tutti conosciamo la forza della battaglia quanto solitaria e coraggiosa contro “l’altra faccia della luna”. Ripensando, ormai anziana, ai lontani iniziali Ottanta, l’Anselmi commentava: “Non sono stata ammazzata, perché credevano che come donna non sarei andata fino in fondo”. C’è, inoltre, tra la signora di Castelfranco Veneto e il gentiluomo palermitano, una corrispondenza, non solo d’intenti, ma anche nel modo di procedere, radicata in una fede robusta, intima, di rara forza, che stupisce e incanta.

P. S.

Noi tutti dobbiamo molto agli eroi borghesi. È in gran parte grazie a loro, a lei dottor Nino Di Matteo, se questa Italia sofferta, ha ancora uno Stato di diritto, se la democrazia pur malferma, regge agli arrembaggi di una classe dirigente troppo spesso costituzionalmente analfabeta. Persone che confondono il rispetto del voto degli elettori con il “patto” - ancora la parola - con gli stessi. Che dimenticano che un governo si deve fare carico delle esigenze dei cittadini e delle cittadine, tutti, non solo di coloro che li hanno votati. Cinici, che usano il potere per prepararsi ad altre elezioni e passare all’incasso in seguito al rispetto del Patto. I metodi piduisti, si sono tanto a fondo infiltrati nel nostro tessuto connettivo?

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