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Anna Vinci

Il bisogno di verità

anselmi-tina-2di Anna Vinci
“La verità la ricercano solo coloro che hanno la forza di sopportarla”. Una frase che ho sentito da Tina Anselmi, nei periodi di lavoro comune. “Ci vuole molta forza, infatti, per sopportare la solitudine che tale ricerca comporta, bisogna mettere in conto di pagare da soli il prezzo del proprio impegno e del proprio servizio alla Repubblica”. La rivedo come nella ultima visita che le feci l’altro anno e risento la sua voce, prima che si ammalasse, dall’accento veneto cantilenante. “Il mio accento è della Castellana, di Castelfranco, le sfumature sono importanti. Voi romani...”. Sapeva essere ironica e prendersi in giro. Era severa, dura all’occorrenza, nella difesa dei suoi ideali, nel rispetto dei valori nei quali credeva, nelle battaglie politiche. Racconto questi episodi per ricordare che Tina vive a  Castelfranco, convive dignitosamente con la malattia, accudita dall’amore della sua famiglia e, oltre la casa, tutto un paese è con lei, nei pensieri di molti, nelle preghiere di coloro che credono e negli incontri, quando le amiche di tutta una vita le fanno visita. Ci sono emozioni che arrivano con un sorriso che si fa strada nelle pieghe del volto, una stretta di mano più forte, anche così ci si parla quando ci si conosce e si ha molto condiviso.

Questo evocare la solitudine, alla quale si va incontro, mi riporta a una frase di Giovanni Falcone: Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone di alleanze, perché si è privi di  sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello stato che lo stato non è riuscito a proteggere. Tina Anselmi non avrebbe mai dimenticato che, con una trasversalità degna di miglior causa, la criticavano: Che fissazione questa Anselmi con Gelli e la massoneria. Già, che fissazione. E ricordava come sul suo banco di parlamentare un giorno – era presidente della Commissione bicamerale sulla loggia P2 – trovò un mazzo di fiori, non era un omaggio, era un memento.
Mi sembra la frase di Tina Anselmi, una suggestione da cui cominciare per questi appunti sullo stato delle cose delle ultime settimane, da quel 27 maggio in cui le urne diedero un responso impensabile. La parola impensabile, tuttavia, mi obbliga prima di proseguire, a una domanda: perché impensabile? Come è possibile che i sondaggisti, gli opinionisti, insomma, tutta la grancassa che si muove in questi casi, avessero valutato male, e quanto male. Non cercavano di capire, non erano interessati alla verità, ma solo a schierarsi, vittime di se stessi, della loro vanità, della loro sete di potere? Se la risposta è affermativa, possiamo immaginare quanti errori commettano dietro le quinte, lontano dai riflettori e, purtroppo, non possiamo venirne a conoscenza. Quanta disinformazione, anche in buona fede: perché no?
Un partito con il 40,08%! Ha sorpreso tutti. Si parlava addirittura di sorpasso da parte del Movimento 5Stelle. Che strano questo nostro paese. Un partito, con un tale successo elettorale, non si vedeva dal tempo della DC di Amintore Fanfani, nel 1958, quando Matteo Renzi era ben lontano dall’essere progettato, ma che dico progettato!? I suoi stessi genitori erano bambini, quella generazione di bambini che avrebbe dato vita, nell’adolescenza, al Sessantotto. Il papà del Matteo non era tra questi, prese un’altra strada, aderì alla Dc, alla fine degli anni Sessanta un ragazzo che aderiva alla Democrazia Cristiana era una mosca bianca. Almeno così si pensava, già ma chi lo pensava? Noi, la meglio gioventù, noi che sognavamo un modo migliore, che credevamo di essere tanti, ma eravamo pochi – il risveglio fu duro – e volevano raccontarci e raccontare una nuova storia, purtroppo, tra di noi, una minoranza del movimento, ma i più facinorosi, che all’inizio urlavano di più, poi non si limitarono a urlare, i più fanatici, imboccarono la strada delle armi. Coloro che non volevano cercare la verità, ma volevano solo imporre la propria verità, che dentro avevano rabbia e disperazione, sapevano solo distruggere. Portatori di morte, in quanto dentro pur giovani erano già morti. E ritorno alle parole di Tina Anselmi, che usava il linguaggio per comunicare, e al suo bisogno di verità. Lei che aveva 17 anni quando aderì alla lotta armata, come staffetta partigiana con il nome di Gabriella, era il settembre del 1944, e aveva messo in conto di morire o far morire – “fortunatamente” ne fu risparmiata – quando le chiesi cosa rispondeva a chi avrebbe voluto equiparare i giovani partigiani ai giovani di Salò, ebbe due risposte. Una folgorante, l’altra più esplicativa. La prima: “Se avesse vinto la Repubblica di Salò, formata da molti giovani, alleati con Hitler, l’Europa sarebbe stata una camera a gas”. L’altra: “Basta leggere le lettere dei partigiani condannati a morte, molte erano donne, moltissimi giovani, per cogliere il loro inno alla vita, si impegnavano per amore della vita, per dare ai loro figli un futuro migliore. Noi amavamo la vita e quanto. E la vita voleva dire, pace e giustizia, rispetto, dignità, per tutti. Noi ogni giorno ci auguravamo che la guerra finisse, che con la nostra azione contribuissimo ad affrettare la pace, a risparmiare morti e dolori, e violenza. Voi ci vedete ora, ma guardateci oltre le nostre rughe, ritroverete le ragazze e i ragazzi che fummo. Noi volevamo vivere. I terroristi hanno un’ideologia di morte e portano appunto la morte, il terrore. Il Nazismo si fondava sul terrore.”
Ricordo la manifestazione a Roma nel 1977, mi sembra di rivedermi, risento le emozioni di quei momenti quando nel corteo, eravamo a Roma, all’altezza di via Cavour, era una giornata fredda, si percepiva una violenza che cresceva, era palpabile, affaticava, ricordo che mi sentivo stanca, eppure a quante manifestazioni, e cortei e marce, anche più lunghe, avevo partecipato. Il respiro mi mancava, perché mi mancava lo spazio, era lo spazio che stavano sottraendo al libero corso delle mie emozioni. La violenza si espandeva e io avevo paura. E non ero sola. Mi guardai intorno. Alcuni cominciarono, forse sbagliando – ma cosa avremmo potuto fare?! – a lasciare il corteo, tra cui io, a cercare di allontanarsi, diciamo a fuggire. Quelle strade che per tanti anni, dal 1968, e poi anche con il movimento femminista negli anni Settanta, erano le nostre, ora più non ci appartenevano. Quello fu l’anno della uccisione di Giorgiana Masi, anche così avevano cominciato a sottrarci la città, e fu l’anno del corteo in risposta a quella sottrazione, quello del 14 maggio a Milano, dove comparve la P38 che divenne, con solita pigrizia di tanti, l’emblema di quell’anno funesto che non fu solo funesto. Anche se... Poi sarebbe giunto il 1978. E la città fu macchiata di sangue innocente. Roma precipitò in una lunga notte, quel 16 marzo in cui a Via Fani fu rapito Aldo Moro e furono assassinati i giovani della sua scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. Chi di noi non ricorda, come avviene per gli avvenimenti che segnano una vita, individuale e collettiva, anche quando ancora non si sa che l’avrebbero segnata, dove si trovava in quella mattina di primavera?! Personalmente, mi trovavo in Via Asiago 10 a Roma, la sede della Rai, degli studi di registrazione della radio, con la giornalista Irene Bignardi, conducevo la trasmissione Sala F, dall’idea di una grande capostruttura Rai, Lidia Motta. F, era il nome dello studio da dove andavamo in onda. F, come femmine, donne che parlavano con i radioascoltatori. Pensavamo di  essere al centro del mondo, eravamo giovani, oltre dieci anni più giovani dell’attuale Primo Ministro, sì, un tempo i ventenni non avevano bisogno di dichiarare di voler rottamare, c’era un maggior ricambio generazionale e a 39 anni si era già matusa, i giochi erano fatti. Ebbene, stavo entrando con la Bignardi nella sala di regia, per prendere gli ultimi accordi, da lì a poco saremmo andati in diretta. Squillò il telefono interno, era la signora Motta: la scaletta era stata cambiata, c’era stata una strage a Via Fani, uccisa la scorta dell’onorevole Moro, forse anche lui, ci avrebbe richiamato al più presto, intanto noi dovevamo stabilire un filo diretto con il giornale radio e prepararci a condurre in quella mattina terribile. Erano le 09.23 sull’orologio della stanza di regia, non l’ho mai dimenticato. Tutto era accaduto da venti minuti. E ancora mi tornano in mente, riguardo a quei 55 giorni di prigionia, che seguirono il rapimento del Presidente della DC, l’assassinio della scorta e che si conclusero con un altro lutto, la morte decretata da un tribunale del popolo dello stesso Moro, le parole di Tina Anselmi che fu la staffetta tra la famiglia Moro e il partito, in un difficile compito di mediazione al quale il 9 maggio mise completamente fine:  “[...] Se addirittura si arriva all’assassinio politico vuol dire che la controparte è spietata, e userà con spietatezza il suo potere. [...] Che cosa ricordo di quei terribili giorni? Troppo e troppo poco. Non posso dimenticare il clima pesante, il senso di claustrofobia: le stanze dove ci si riuniva sembravano sempre anguste, non che fossimo più di prima, ma l’angoscia, l’impotenza le occupavano tutte. [...] I tempi del dramma volevano che il passato fosse azzerato e che ci confrontassimo con ciò che accadeva, con occhi nuovi. Ma come pretendere che ciò si realizzasse? Alcuni ne furono capaci. Alcuni. I meno politici, i più umani. Ma le risposte da dare ai brigatisti non dovevano essere riposte politiche? [...] Noi dopo quei giorni, non saremmo più stati quelli di prima. Dopo l’affare Moro si è aperta una ferita nella nostra intelligenza e nella nostra umanità”. Quella ferita non si è mai rimarginata, per alcuni più di altri è dolorosa, per coloro che furono colpiti nei propri affetti. I giovani uomini e le donne che oggi pretendono, giustamente, di occupare la scena, la nuova classe dirigente, sono nati in quegli anni turbolenti e avanzano a modo loro, come noi negli anni Settanta avanzammo a modo nostro, con i nostri errori e le nostre piccole e grandi vittorie. E quei 55 giorni di lenta agonia di un uomo e di una Nazione, non possono non rimandare ad altre agonie, i 57 giorni tra il 23 maggio del 1992, la strage di Capaci, dove insieme a Giovanni Falcone e alla moglie Francesca Morvillo morirono tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e la strage di Via Mariano D’Amelio il 19 luglio 1992, in cui persero la vita insieme al giudice Paolo Borsellino, i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e prima agente della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina; unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione, in gravi condizioni.
anselmi-vinciDopo quel 1978 che sembrava ci avesse fatto vivere un attacco estremo, mai vissuto prima, contro lo Stato di diritto, dopo cosa accadde? Ci fu un altro assassinio emblematico, l’11 luglio del 1979, un servitore dello Stato che faceva il proprio dovere, fu mandato allo sbaraglio da quello stesso Stato, che non seppe – ma volle fino in fondo? – proteggerlo. Giorgio Ambrosoli che stava indagando, conoscendo bene i rischi del suo lavoro, sui loschi affari di Michele Sindona, fu ammazzato dal killer William Joseph Aricò, Sindona sarebbe stato condannato nel 1986 come mandante dell’assassinio. Proprio lui che era ricevuto dal Gotha finanziario italiano, salvo alcune eccezioni che pagarono duramente la loro onestà, tra i primi, il governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi [1975–1979] e il vicedirettore Mario Sarcinelli.
Un truffatore, un criminale, piduista, per anni fu considerato un raffinato banchiere, che frequentava da Andreotti in giù la meglio classe dirigente, politici e non solo, questa è la vera tragedia italiana che sembra non finisca mai: contaminazioni, racconti falsati, verità usa e getta, finanziamento illecito ai partiti, favori, appalti. E tutto ciò all’insegna dell’impunità. Non pagare il prezzo, questo sembra essere, oggi, ancora più di sempre e più generalizzato, l’imperativo categorico italiano. Noi siamo un paese che è diventato il paese dei balocchi di Pinocchio, senza responsabilità, colpa, giudizio, condanna, espiazione, tanti bamboccioni, non trentenni come diceva Padoa Schioppa, ma adulti e vecchi. Eterni bambini che desiderano ascoltare una fiaba, bambini paurosi: che la voce della mamma non taccia, tenendo lontano il mondo inquietante della notte, lasciandoli immersi in un dormiveglia che culla e rassicura. E se la mamma si allontana, che ci sia almeno una fata turchina accanto al bambino. Anche dal deficit di presenza femminile nei luoghi di potere, si misura il malessere di una democrazia. I bamboccioni vogliono giocare tra di loro, e che le bambine stiano a guardare. Tutt’al più, quelle che sono più attente alle regole, disciplinate, servizievoli, rispettose e graziose, possono partecipare a qualche momento di gioco. Guai alle ribelli.   
Proseguiamo, nella narrazione, nel ricomporre insieme il puzzle, di quei tre anni orribili tra il 1978 e il 1981, quando, seguendo la pista di morte e di affari, di sangue e soldi, lasciata dal piduista Sindona, i giudici Giuliano Turone e Gherardo Colombo giunsero a Castiglion Fibocchi, alla perquisizione della ditta Giole (divisione giovane di Lebole) di Licio Gelli. Avevano trovato questo nome su una agenda di Michele Sindona, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sul suo finto rapimento. Licio Gelli, “un abile direttore generale, abile soprattutto nelle pubbliche relazioni” che fin dagli anni Cinquanta, sembra mettere a frutto le sue esperienze nei servizi segreti fascisti, ma anche, così si dice, partigiano quando ormai gli alleati stavano vincendo, insomma doppiogiochista. Si racconta - si racconta, si dice, fino ad una certa data sono d’obbligo, nella vita di Gelli - di una collaborazione con la Cia, grazie alla conoscenza di Michael Ledeen. Di certo si sa che fece carriera, come materassaio: nel 1956 diventa direttore della Permaflex di Frosinone. Feudo elettorale di Giulio Andreotti.
Il finto rapimento di Sindona fu attuato da Joseph Crimi, medico legato alla famiglia mafiosa italoamericana dei Gambino per camuffare la fuga che avrebbe portato Sindona a Palermo, da New York dove era indagato, fra le altre cose, per il crack della Franklin National Bank istituto di credito da lui acquisito nel 1972 che nel giro di due anni si trovò a essere debitore di un miliardo di dollari nei confronti della banca centrale americana. Durante la perquisizione alla ditta Giole, tra tanti documenti sul malaffare del nostro paese, corrotti e corruttori – tangenti, ancora ieri come oggi – fu scoperta la lista degli affiliati alla P2, era il 17 marzo del 1981. Attraverso Sindona, la storia di Gelli, della P2, si ricongiunge a quella della mafia. Anche i mafiosi hanno investito denari nelle banche di Sindona, si dice che Sindona sia tornato in Sicilia non solo per cercare protezione, ma perché teme di più Cosa Nostra che lo Stato, sa che la mafia non perdona: Sindona, piduista, scaricato dal Venerabile, quale banchiere di fiducia. Gelli scende in Sicilia in quel 1979 della fuga da New York e cerca Pippo Calò, il cassiere della mafia, per annunciare di aver trovato un altro esperto banchiere, Roberto Calvi a cui affidare i denari da investire, da riciclare, Calvi morirà nel giugno del 1982, assassinato a Londra.
Cosa contenevano queste liste? Nomi di uomini di potere, di vari settori, con una grande rappresentanza di alti gradi delle tre armi, 22 generali dell’Esercito, 4 dell’Aeronautica, 8 ammiragli, 12 generali dei Carabinieri, 5 della Guardia di finanza. E c’erano i vertici dei servizi segreti, quelli che, durante il rapimento Moro, Ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, avevano la massima responsabilità sulle indagini: Vito Miceli, a capo del Sios e successivamente direttore del Sid, Giuseppe Santovito del Sismi, Walter Pelosi del Cesis e Giulio Grassini del Sisde, che erano di nomina politica, ma anche i funzionari più importanti, di consolidata carriera interna. Fra questi il generale Giovanni Allavena responsabile dei fascicoli Sifar, il colonnello Giovanni Minerva è considerato uno degli uomini in assoluto più importanti dell’intero Servizio militare del dopoguerra ed il generale Gian Adelio Maletti, che con il capitano Antonio La Bruna, anch’egli iscritto, fu sospettato di collusioni con le cellule eversive di Franco Freda e per questo processato e condannato per favoreggiamento. Una ferita, quei 55 giorni, ancora aperta sulla pelle del nostro paese, come tutti gli avvenimenti che incrociano la storia della P2, che lascia dietro di sé ancora troppi segreti, troppi buchi neri che certo non aiutano a ricostruire la storia di un  paese, il nostro, dove si sono perpetrate stragi di civili, come in nessuna altra nazione europea. Dopo piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969,  e piazza della Loggia, a Brescia, il 28 maggio 1974,  quella della stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980, e per il depistaggio delle indagini relative a Bologna, fu condannato nel 2005 in via definitiva Licio Gelli. E questo signore, quando già c’era stata la chiusura della Commissione presieduta dall’Anselmi, con la relazione conclusiva di maggioranza, scrive a Francesco Cossiga da poco eletto presidente della Repubblica con un atteggiamento di supponenza, era il 3 dicembre 1985. Cossiga era stato eletto il 24 giugno 1985 (con 752 voti su 977, al primo scrutinio!). L’anno prima il 15 luglio era stata chiusa la Commissione sulla P2. “Il partito dei ‘pacificatori’, aveva vinto, si era rinunciato a fare chiarezza, per interesse, per quieto vivere, per codardia, si stava facendo morire, un’altra volta, quelli che avevano cercato la verità. Dopo pochi anni scoppia Tangentopoli e nello stesso anno, nel 1992, Cosa Nostra compie le sue stragi più efferate. Stragi, come da prassi dei servizi segreti, prima la mafia colpiva il singolo ‘colpevole’. Prima...”.
Gelli, tra l’altro, oltre a un tono farneticante in alcuni punti della lettera, parla in termini offensivi del predecessore di Cossiga, Sandro Pertini. Chi gli dà questo potere? “[...] Un periodo buio, quello che abbiamo vissuto con il falso scandalo della P2, Signor Presidente. In esso, per gusto, per cinismo o per incoscienza, molti si sono lasciati coinvolgere, spesso per il male sottile del protagonismo. E mi riferisco, senza ombra di irrispettosità per la carica che ha ricoperto, e per la Sua venerandissima età, al Suo Predecessore, al Presidente Sandro Pertini. Era, o almeno doveva essere,  Lei me lo insegna, il garante della nostra Carta Costituzionale e non doveva esprimere valutazioni strettamente personali che svolgevano un ruolo di anticipazioni su procedimenti penali in corso. Neppure all’ex Presidente Pertini la popolarità conferiva il privilegio dell’infallibilità”.
Non bisogna dimenticare. Serve? Ha un valore? Penso di sì, se vogliamo vivere in un paese migliore, e quindi fare i conti con gli impuniti che hanno comandato, che hanno depredato le risorse dello Stato. Quanto costano allo stato italiano, l’evasione fiscale, le tangenti, l’illegalità, quanto economicamente e in infelicità degli onesti?! Se non sappiamo da dove veniamo come possiamo andare verso il futuro, vivere l’oggi? Come possiamo evitare di compiere gli stessi errori? Anche a questo serve conoscere la storia della P2, la battaglia dell’Anselmi, fare i conti con i tanti nomi che ritornano e analizzare una modalità di comportamento che resta immutata nei decenni. Serve ricordare le parole del presidente Pertini che, allorché Tina Anselmi andò da lui per dargli una copia della relazione, le disse, come documenta Tina Anselmi in uno foglietto del suo diario tenuto durante i lavori della Commissione: “10/5/1984 h.18,30. Visita a Pertini. Mi ringrazia per quello che ho fatto per il Paese e per l’Italia. Mi conferma la sua stima e la sua amicizia, per il coraggio che ho. Annota che nel Palazzo non si avrà la volontà di andare a fondo e di accogliere la mia relazione”. Questo non volere andare a fondo, ancora ce lo portiamo addosso. Pericoloso, inquietante, inquinante. Perché quando in una democrazia, c’è spazio per operare nel sommerso, per impossessarsi delle istituzioni dall’interno, come era nel Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, allora: “[...] Io credo che se la loggia P2 è stata, come è stata, un meccanismo di controllo e condizionamento, allora è evidente che in questa vicenda noi siamo tutti perdenti o tutti vincenti: perché se la loggia P2 è stata, come è stata, politica sommersa, essa allora è in realtà contro tutti noi! Noi tutti che sediamo in questo emiciclo poniamo, a premessa indeclinabile del nostro impegno, la pubblica dichiarazione del nostro credo politico sulla base del quale cerchiamo il consenso ed il voto degli elettori. Questo è il sistema democratico che in quaranta anni abbiamo voluto e costruito con il nostro quotidiano impegno: in questo sistema non vi è e non può esservi posto per nicchie nascoste o burattinai di sorta, perché il sistema che ci siamo dati, nel quale i cittadini hanno vissuto con grande tolleranza verso ogni forma di opinioni e costumi, è tale che in questo paese chi ha idee da affermare o interessi da difendere, è libero di farlo; se qualcuno si nasconde, certo ha qualcosa da nascondere!”.*

* Tratto dell’intervento di Tina Anselmi alla Camera dei Deputati il 9 gennaio del 1986.

Nota
Le frasi virgolettate sono di Tina Anselmi, tratte dai libri che Anna Vinci ha scritto e da conversazioni private tra l’onorevole e la sua biografa.

* Articolo pubblicato su Antimafia Duemila n. 1-2014, riproposto oggi in occasione del compleanno di Tina Anselmi

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