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Back Sei qui: La rivista Terzo Millennio Terzo Millennio Anno V Numero 1 - 2005 N43

Terzo Millennio

Terzo Millennio Anno V Numero 1 - 2005 N43

PARAGUAY,NELLA MORSA DEL MALAFFARE
Cronaca della morte di Salvador Medina
di Giorgio Bongiovanni

ALTI CONNUBI NEL TRAFFICO ILLECITO

Intervista a Pablo Medina
di Giorgio Bongiovannni e Omar Cristaldo

IL CASO MEDINA

Intervista  al Giudice Silvio Flores
di Giorgio Bongiovanni e Omar Cristaldo

"PASTA BASE"

La droga dei poveri
di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras

I DESAPARECIDOS

La lotta delle madri e dei familiari
di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras

E SE PARLASSERO I FRATELLI OREJUELA?
a cura di Monica Centofante






Paraguay, nella morsa del malaffare

Cronaca della morte di Salvador Medina

di Giorgio Bongiovanni

Il cinque gennaio 2001 alle ore 20,00 in una strada sterrata nei pressi di Capiibary, una località del distretto di San Pietro in Paraguay il presidente della “Radio Comunitaria ñemity” Salvador Medina, portavoce di una vera e propria campagna contro il sistema di corruzione del suo Paese, viene ucciso in un agguato.
Dietro l’omicidio del giovane cronista si intravedono sin dall’inizio le ragioni.
Compiuta per mano di un criminale locale la sua scomparsa sarebbe stata decretata, secondo le prime indagini, da un accordo tra diversi poteri che nel territorio di San Pietro esercitavano la loro autorità economica caratterizzando uno stato sociale di povertà e oppressione culturale.
Salvador Medina, promotore di una lotta educativa a favore dei “campesinos”, attraverso i microfoni della sua emittente radiofonica denunciava lo stato di abbandono in cui versavano le famiglie degli agricoltori locali, impoveriti dalla scarsa economia dei loro raccolti e privati dei diritti dell’educazione scolastica del quale godeva invece il ceto superiore. La sua voce riecheggiava in tutta la zona raccogliendo i consensi e l’appoggio della popolazione locale.  
La sera del 5 gennaio 2001 Salvador Medina in sella alla sua moto rientrava a casa con il fratello Gaspar, anche lui giornalista e operatore nella stessa Radio. Dopo qualche compera in città i due ragazzi avrebbero mangiato assieme come avveniva di solito, ma  questa volta ad attenderli dietro un cespuglio c’era un uomo armato col passamontagna. Milciades  Mailyn questo è il suo nome, un ragazzo di soli vent’anni con già alle spalle dei precedenti penali. Un colpo a bruciapelo sparato dritto al cuore e a Salvador Medina restava solo il tempo di guardare il volto coperto del suo assassino e di domandargli il “perché”.
«L’assassino continuava a sparare - ha raccontato Gaspar, sopravvissuto all’agguato - il suo obiettivo era di concludere il lavoro uccidendo entrambi. Ci trascinammo solo per qualche metro, cercammo una via di fuga correndo per un breve tratto ma ormai le forze avevano lasciato mio fratello, “sto morendo - mi disse -  … mi hanno sparato al cuore”».
Gaspar cercò un aiuto ma da quel momento in poi una serie di strane coincidenze lo indussero a pensare che l’omicidio di suo fratello fosse stato organizzato da alcuni gruppi di potere del distretto di San Pietro rientrando così in un quadro criminale più complesso.
Forse una morte necessaria, autorizzata da quella “zona grigia” in cui gli interessi della mafia  spesso convergono con quelli di certi personaggi corrotti legati al mondo della politica.  
«Dopo venti minuti – continua Gaspar - era arrivata una sola pattuglia della polizia rassicurandomi
che altri agenti nel frattempo “coprivano”  tutti i “punti” strategici per evitare la fuga dell’assassino». Ma in realtà le cose andarono diversamente. Il commissariato quel giorno era in festa per una raccolta fondi a favore dell’avanzamento del distretto di polizia, solo due agenti quella sera erano di guardia e le pattuglie erano pressoché disperse. Un comportamento che da subito insospettì i familiari di Salvador Medina. Chiunque avesse voluto uccidere il giovane figlio giornalista lo avrebbe fatto con l’inoffensività della polizia.
Salvador Medina era un ragazzo molto coraggioso, la radio per lui era un mezzo per aiutare il suo popolo ad uscire dalla cultura oppressiva mafiosa che da qualche tempo si era radicata a Capiibary, la sua città. Nato da una famiglia di “campesinos” il giovane ragazzo migrò insieme ai suoi genitori dal Dipartimento di “Caaguazù” a quello di San Pietro in cerca di una terra da coltivare. Come molte altre famiglie si dovettero adattare a una regione molto povera soffrendo l’isolamento, la mancanza d’acqua, di luce, di medicinali e di educazione e quant’altro possa offrire una terra tra le più inospitali del Paraguay .
Insieme ad altri giovani del “campo” fu costretto a trasferirsi nella capitale per cercare un lavoro che gli permettesse di frequentare una scuola. Grazie alla tenacia e al suo spirito di sacrificio riuscì  ad iscriversi alla Facoltà di Diritto dell’Università Nazionale. Si unii alla lotta degli universitari di Asuncion vivendo per tre anni nella residenza universitaria Tegohá del Ceunira “Centro de Estudiantes Universitarios del Interior Residentes in Asuncion” dove si forgiò come dirigente della lotta per la riforma Universitaria. Attraverso questa esperienza Medina acquisì una ricca conoscenza della realtà sociale del Paese, condividendo le storie di moltissimi giovani provenienti da differenti località del Paraguay. Qui iniziò il suo lavoro di giornalista, attraverso i microfoni della Radio Comunitaria Koe Pyahù. Buon conoscitore della lingua locale guarnì, apriva il suo programma alle 5.30 della mattina è già da quelle ore proponeva  ai giovani della città di San Lorenzo musica paraguayana e discussioni sulla realtà nazionale. Il suo spazio al network era caratterizzato da una profonda elaborazione della storia e della cultura del suo popolo cercando di diffondere la conoscenza delle loro radici. Partecipò attivamente alla mobilitazione della “Rete delle Radio Popolari” in difesa dei diritti e della libertà di espressione della società civile. La sua voce divenne presto un ponte tra la realtà della campagna e la città. Era un critico del sistema sociale economico e politico vigente nel Paese e credeva nella necessità di scambi interculturali per migliorare la qualità di vita degli agricoltori.
Medina sosteneva dai suoi microfoni la costruzione di una nuova società sorretta dai valori di solidarietà, tolleranza e giustizia contro la violazione dei diritti umani e la disuguaglianza.
In un’intervista sulle cause della sua morte il Vescovo di San Pietro, Monsignor Fernando Lugo considerato uno dei Vescovi più critici del suo Paese ha riferito della grave situazione in cui versavano varie località della regione. Il prelato analizzando quale potesse essere il mandante della morte di Medina ha osservato che ci sarebbero «territori dove gli omicidi vengono eseguiti su raccomandazione dalla mafia locale» il cui costo partirebbe da 200.000 guaranì in su (1 US$ è uguale a circa 6000 gs). Inoltre nella diocesi del religioso ci sarebbero delle zone intere dominate dai criminali locali definite «zone rosse» a causa delle quali la comunità di Capiibary risulterebbe fortemente compromessa, seguita da quelle di Yryvu Cùa, Resquin e Lima. Si tratta, ha continuato Monsignor Lugo, di regioni  «fortemente influenzate dai coltivatori di Marijuana che dalla zona di Amambay, al confine con il Brasile, si sarebbero insediati in Sudamerica arrivando fino al dipartimento di San Pietro».
Lo stato di terrore diffuso da questi gruppi criminali ha indotto la popolazione a un rigoroso “código del silenzio” secondo cui alla gente sarebbe proibito vedere, ascoltare e parlare più del necessario. Chi volesse sporgere denuncia non avrebbe nessuna protezione da parte delle autorità, mentre i trafficanti mafiosi godrebbero dell’appoggio di uomini potenti e collusi inseriti all’interno degli apparati giudiziari, del settore pubblico amministrativo e della Polizia.
«In questi ultimi 5 anni  – afferma il giornalista Mariano Godoy – la comunità di Capiibary si è trovata in preda a delinquenti che operano impunemente in questa Regione, generando grossi disagi economici tra la gente locale fino a determinare  in molte occasioni il loro esodo».
Secondo le testimonianze dunque la mafia in queste regioni del Paraguay opererebbe indisturbata sotto la copertura di personaggi influenti legati perlopiù al “Partido Colorado”.
Alcune di queste autorità riceverebbero delle grosse tangenti derivate dai proventi del traffico illegale di legname estratto dalla Riserva Forestale del Ministero dell’Agricoltura (ultimamente nominato Parco Forestale). In questo contesto risulterebbero inquadrati gli interessi di una famiglia molto potente a Capiibary, la famiglia Franco. Il traffico dal Parco del Ministero si sarebbe svolto grazie all’influenza politica del governo di Luis Gonzales Macchi, con il benestare dell’ex presidente del “Partido Colorado” Bader Rachid Lichi. «Ben presto la riserva di Stato – racconta la gente locale - si è convertita in una proprietà privata della Fam. Franco, grazie alla quale Justo avrebbe finanziato la sua carriera politica».
«Lo status creatosi a Capiibary – prosegue ancora il Vescovo di San Pietro Fernando Lugo – è di estrema gravità. La lotta per il controllo totale del mercato di legname e di marijuana genera uno stato di terrore in queste province e la morte di Salvador Medina non può essere analizzata fuori da questo contesto giacché perderebbe il suo valore».
In effetti le inchieste del giornalista su radio Ñemity risultavano molto accurate, contraddistinte da fatti, opinioni, nomi e cognomi dei faccendieri. Salvador Medina andava contro il potere corrotto del suo Paese e le sue indagini venivano pubblicate anche nel giornale nazionale ABC Color da suo fratello maggiore Pablo Medina, corrispondente del periodico.
Per questi fatti, la morte del giornalista di Capiibary troverebbe la sua più logica spiegazione.
Le indagini degli inquirenti in effetti riscontrarono fin da subito un coinvolgimento diretto e indiretto di più persone tra cui la potente famiglia di Justo Franco.
Ex Presidente della “Seccional Colorada” e uomo forte di governo, Justo Franco cercò in tutti i modi di nascondere e “coprire” uno dei suoi figli, Luis Alberto Franco di 18 anni, accusato dal giudice Silvio Flores di aver occultato l’arma del delitto.
Il 16 ottobre 2001, dopo nove mesi di indagini un Tribunale di Curugaty condannò Milciades Maylin, appartenente al gruppo di delinquenti additati da Salvador Medina, a venticinque anni di carcere per aver ucciso il giornalista. I presunti autori morali del delitto, Luis Alberto Franco proprietario dell’arma con la quale si commise il crimine, Timoteo Cáceres, direttore della scuola dove lavorava il giornalista anche lui vicino al Partido Colorado e Daniel Inciso Marilin, furono assolti per mancanza di prove.
Nonostante Justo Franco apparisse in qualche modo legato all’omicidio di Salvador Medina e sempre più immischiato con il traffico illegale del Parco Nazionale del Ministero, la sua influenza politica sarebbe stata comunque determinante a mantenerlo fuori dalle indagini giudiziarie. Ma non è tutto.Un mese dopo l’assassinio di Salvador Medina, la mattina del 7 febbraio 2001 alcuni membri del “Clan Franco” furono sorpresi e arrestati mentre trasportavano un carico illegale di tronchi estratti dalla “Riserva Forestal”. Il camion attraversava il territorio che unisce i distretti di Mbutuy e Capiibary. Alla guida del mezzo furono trovati l’altro figlio di Justo Franco, Nelson Anibal Franco Meza (24 anni) e suo nipote Pedro Franco Esquivel (32 anni).
La giustizia stava arrecando a Justo Franco non pochi disagi. La sua ira si scatenò dai microfoni di radio Ñemity (che nel frattempo era passata al nuovo direttore Miguel Gonzáles) contro la famiglia Medina che per un periodo di tempo fu costretta a rifugiarsi in una località nei pressi della capitale. 
Dopo la morte di Salvador infatti, radio Ñemity cambiò gestione prestandosi a una vera e propria campagna di dissuasione sulle ragioni che avevano portato all’omicidio facendolo così rientrare in un quadro di comune criminalità.
L’informazione libera che il giornalista di Capiibary proponeva attraverso il suo piccolo network e quella che altri giornalisti paraguayani uccisi o minacciati di morte cercavano di offrire, hanno evidentemente trovato l’ostilità di una terra assoggettata al potere malavitoso. Una morsa da cui la popolazione non riesce ad uscire, dal momento che anche gli organi statali sono spesso vincolati alle organizzazioni del malaffare.   
La morte di Salvador Medina «non è una morte e basta – afferma il dott. Amado Romero,  avvocato della famiglia Medina, della rete delle Radio Popolari del Paraguay e del sindacato dei giornalisti del Paraguay (SPP) - ma è la perdita di una voce che cercava di costruire una migliore qualità di vita per tutta la sua comunità. […] tutte le società hanno diritto di evolvere per migliorare le proprie condizioni di vita. Queste condizioni hanno inizio con le denunce contro i crimini della società. La mancanza di volontà politica per cercare di chiarire il crimine è un circuito perverso al quale non ci si può rassegnare.»



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Informazioni Generali sul Paraguay


Superficie
406.752 km2
Capitale
Asunción (513.000 abitanti)
Altre città principali
Ciudad del Este (223.000 ab.)
San Lorenzo (203.000 ab.)
Luque (170.000 ab.)
Capiatà (154.000 ab.)
Lambaré (120.000 ab.)
Popolazione
5.800. 000 abitanti (stima 2002)
Lingua
Le lingue ufficiali del Paese sono lo Spagnolo e il Guaraní.
Religione
Cattolica (90%); minoranze protestanti.
Moneta
La moneta paraguaiana è il Guaraní. Il tasso di cambio al 15 marzo 2004 è di 7.342,24 Guaraní per 1 Euro; 5.980 Guarani per 1 US$.
Capo di Stato e di Governo
Nicanor Duarte Frutos
Pena di morte
Abolizionista di tutti i reati



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Storia dell’indipendenza Paraguayana


Nel 1813 il Paraguay si dichiara indipendente, erigendosi a repubblica, sotto il dittatore J. G. Rodríguez Francia, che lotta strenuamente contro gli argentini che minacciano la libertà del nuovo stato. A lui succede il nipote C. A. Lopez, seguito dal figlio di questi F. S. Lopez (1862), che si trova a dover fronteggiare Brasile, Argentina e Uruguay, coalizzati contro il Paraguay.
Tra il 1864 e il 1870 il Paese deve combattere nella Guerra della Triplice Alleanza (Argentina, Brasile e Uruguay); la guerra si risolve in una catastrofe, in cui perdono la vita l'80% della popolazione maschile, compreso lo stesso Lopez.
Le condizioni di pace sono durissime: molti territori passano all'Argentina, mentre il Brasile occupa militarmente il Paraguay fino al 1876.
Tuttavia, la discordia tra i vincitori, permette al Paraguay di mantenere la propria indipendenza; questi fatti favoriscono il sorgere di una classe di ricchi proprietari terrieri, appoggiati dai militari colorado del generale Caballero, in lotta con i liberali radicali, che conservano il potere fino al 1904.
In quell'anno, il generale Ferreira, porta al governo i liberali. Segue un periodo di continui colpi di stato, che terminano con l'arrivo al potere di E. Ayala.
Nel 1928 scoppia una guerra con la Bolivia per il possesso del Chaco Boreal, che si conclude con l'intervento di alcuni paesi latino-americani e degli USA; il trattato di pace del 1938 lascia alla Bolivia un corridoio per lo sbocco sul fiume Paraguay.
Deposto Ayala, il paese torna ai disordini, che finiscono con la dittatura di J. F. Estigarribia, che promulga la nuova costituzione.
Il suo successore, H. Morinigo instaura un regime di terrore contro cui si schierano tutti i partiti nazionali. Rimosso nel 1948, eredita il suo posto il colorado G. Chávez.
Tra il 1954 e il 1989 il Paraguay è sottoposto alla dittatura militare del generale Alfredo Stroessner.
Solo nel 1993 si tengono le prime elezioni democratiche.
Nel 1996 si cerca di ritornare all’antico regime col fallito colpo di stato del generale Oviedo.
A marzo del 1999 l'ex capo dell'esercito e candidato alla presidenza Lino Oviedo viene condannato a 10 anni di carcere da un Tribunale militare straordinario per il tentato colpo di stato del 1996, contro il presidente Juan Carlos Wasmosy. La sentenza viene confermata ad aprile dello stesso anno dalla Corte Suprema di Giustizia che degrada con disonore l'ex generale Oviedo interdicendolo da ogni possibile incarico elettivo. Il suo candidato alla vicepresidenza, Raúl Cubas Grau, prende il suo posto come primo candidato del partito Colorado e a maggio vince le elezioni presidenziali.
Tre giorni dopo il suo insediamento in agosto il presidente Cubas promulga il decreto legge 117, che riduce i 10 anni di carcere inflitti a Oviedo a tre mesi e ne dispone l'immediato rilascio con la motivazione che la condanna era già stata scontata. A dicembre la corte suprema dichiara incostituzionale il decreto 117 e ordina che il generale torni in carcere per scontare interamente la pena. La crisi politica e istituzionale si aggrava quando il presidente Cubas si rifiuta di obbedire. L’ufficiale alla fine dell'anno 1999 è ancora in libertà.
Nel 2000 un nuovo tentativo di colpo di stato di Oviedo.
Nel 2001 decine di militari e poliziotti vengono arrestati dopo il tentativo di colpo di stato avvenuto nel mese di maggio quando carri armati guidati da soldati della prima divisione dell'esercito sparano sul Congresso e conquistano per un breve periodo il quartier generale della polizia ad Asunción Il governo dichiara lo stato di emergenza per 30 giorni e arresta più di 70 militari, agenti di polizia, giornalisti e politici dell'opposizione. Molti sono ritenuti sostenitori dell’ex comandante dell'esercito latitante, Lino Oviedo, responsabile di altri tentativi di colpi di stato e ricercato dalle autorità per l'assassinio del vice presidente Luis Marìa Argaña.
I rappresentanti di Stato tollerano male il contro-potere che rappresentano i mezzi di comunicazione.  Nel 2001 almeno otto giornalisti vengono minacciati e aggrediti, da poliziotti e funzionari.
Nel 2002 vince la presidenza il capo di stato Luis Ángel González Macchi che firma il Protocollo  sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne.
Giungono alle organizzazioni umanitarie continue segnalazioni sui casi di tortura e maltrattamenti contro criminali sospetti, anche minorenni, e un uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza nel corso di manifestazioni e dispute per il diritto alla terra. Il governo si impegna a porre fine all’arruolamento dei minori nelle forze armate. Nel frattempo fanno progressi i procedimenti giudiziari legati ai presunti casi di tortura commessi da decine e decine di membri dell’esercito e della polizia nel maggio 2000, in seguito al fallito colpo di stato.
Il presidente Luis Ángel González Macchi rimane in carica nonostante i numerosi tentativi dell’opposizione di ottenere le sue dimissioni e le grandi manifestazioni contro il suo governo organizzate ad Asunción e in altre città.
Sull’onda degli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti, le forze di sicurezza arrestano circa 17 persone di origine araba. Tre di essi vengono rilasciati, uno invece viene espulso dal Paese ma le Ong temono si tratti di arresti arbitrari a causa della loro etnia. Sui 13 rimasti in carcere pendono accuse legate alla loro condizione di immigrati.
A dicembre dello stesso anno i tribunali brasiliani respingono la richiesta del governo paraguayano per l’estradizione dell’ex generale Lino Oviedo, che nel 1996 aveva guidato un colpo di stato, poi fallito, e che nel 1999 era stato implicato nell’omicidio del vicepresidente Argaña. Nello stesso mese, le autorità giudiziarie del Paraguay chiedono l’estradizione dell’ex generale Alfredo Stroessner, che aveva governato il paese dal 1954 al 1989, per il suo presunto coinvolgimento nel caso di due fratelli torturati e uccisi nel novembre 1974.
A marzo la Commissione interamericana sui diritti umani ha pubblicato il suo terzo rapporto periodico sul Paraguay. A proposito delle violazioni commesse sotto il governo dell’ex generale Stroessner, la Commissione dichiara che «fino ad oggi, la grande maggioranza di quelle violazioni non sono state indagate né punite, né sono state risarcite in qualche modo le vittime di quelle violazioni o i loro congiunti». Il governo del Paraguay rivela di aver progettato un Piano nazionale per la protezione e promozione dei diritti umani, che dovrebbe includere la creazione di una Commissione di verità e giustizia. Ma alla fine dell’anno non era giunta alcuna notizia sull’operatività di tale Commissione.
Il 2003 è segnato dall’instabilità politica e dalla repressione da parte delle forze di sicurezza delle proteste pubbliche contro le politiche economiche del governo e dalla richiesta di dimissioni del presidente Luis Ángel González Macchi. Vi sono state inoltre manifestazioni contro i piani di privatizzazione e la proposta di legge anti-terrorismo, la quale dà una definizione vaga di terrorismo, sollevando il timore che possa essere utilizzata per reprimere il diritto legittimo alla protesta dei sindacati, delle organizzazioni dei contadini e di altri.
Nel frattempo continua la campagna dei sostenitori del generale Lino Oviedo, attualmente in esilio, per ottenere la revoca della sentenza di 10 anni di reclusione inflittagli per il ruolo svolto nel tentativo di golpe del 1996, secondo la tesi che i procedimenti giudiziari a suo carico sarebbero stati viziati.
Fuggito prima nell'Argentina di Menem e poi in Brasile, dove era stato accolto come rifugiato politico, in questi anni l'ex generale non ha risparmiato i gesti clamorosi come quello di comparire, nell'agosto scorso (nonostante il mandato di cattura emesso nei suoi confronti), accanto a Duarte e al brasiliano Lula alla cerimonia di inaugurazione della centrale di Itaipú.
Il presidente Nicanor Duarte Frutos subentra a Luis Angel González Macchi ad agosto 2004.
Sono stati fatti limitati passi avanti nelle indagini sui casi di tortura da parte della forze di sicurezza. Viene  approvata una legge che stabilisce la formazione di una Commissione verità e giustizia sulle violazioni dei diritti umani commesse durante il governo del generale Alfredo Stroessner (1954-1989).
Non hanno successo i tentativi di portare in giudizio il presidente uscente, Luis Angel González Macchi, accusato di corruzione, perché il Congresso vota contro il provvedimento.
Il governo del presidente Nicanor Duarte Frutos si insedia ad agosto dello stesso anno.
Ad aprile dello scorso anno, l’ex vicepresidente Angel Roberto Seifart e altre 18 persone vengono assolti dall’accusa di coinvolgimento nell’uccisione di almeno sette studenti durante le manifestazioni antigovernative del marzo 1999; altri otto imputati, tra cui due senatori, sono condannati a pene detentive che vanno da sei mesi a cinque anni. Secondo quanto riferito, a ottobre vengono archiviate per decorrenza dei termini sulla prescrizione le accuse contro 68 membri delle forze armate accusati di coinvolgimento nelle uccisioni del marzo 1999 e di un tentativo di colpo di Stato nel maggio 2000.
L’informazione continua da essere osteggiata. Molti giornalisti rimangono vittime della criminalità per aver dato vita a un giornalismo autentico, contro la corruzione degli organi di governo e delle sue figure istituzionali legate spesso ai gruppi criminali che gestiscono il traffico illegale di droga, armi, auto, legname e quant’altro. 
Tratto da Amnesty Internationl, Latino America, Wichimedia Fundation,Reporter sans frontiere




Alti connubi nel traffico illecito

Intervista a Pablo Medina
di Giorgio Bongiovanni e Omar Cristaldo


Pablo Medina, lei è corrispondente del giornale nazionale ABC Color e fratello di Salvador Medina. Può dirci qualcosa sulla lotta che Salvador aveva intrapreso contro i gruppi criminali del suo Paese? 
Le situazioni che portarono all’assassinio di mio fratello furono complesse. Una di queste riguardava l’attività di Salvador con la radio comunitaria Ñemity a cui prestò il suo servizio per qualche tempo cercando di darle un autentico ruolo comunitario interessandosi ai problemi sociali locali.
Salvador aveva acquisito una buona conoscenza della lingua guarnì, era stato un ottimo studente all’Università e aveva raggiunto un’eccellente competenza in materia di legalità presso la facoltà di Diritto, ricevendo vari meriti sia a livello accademico sia in ambito giornalistico ed era a conoscenza di tutte quelle situazioni legate al mondo sommerso della delinquenza e attraverso le sue inchieste giornalistiche cercava di allentare la pressione della mafia sulla città, diventando ben  presto un forte alleato della gente comune.
La mafia a Capiibary si era instaurata in due aree, quella dove veniva gestito il traffico di legname dalla Foresta del “Ministerio del Agricoltura y Ganaderia” e quella in cui ci si occupava della produzione di marijuana. Questi gruppi erano collegati tra loro ed entrambi avevano una propria banda inserita all’interno della popolazione.
Via via anche i responsabili della radio dove Salvador lavorava furono assoggettati alla mafia di Capiibary. Ciò arrecò all’interno dell’emittente stessa una grave situazione di disagio e di forte contrasto fra i suoi organismi. Salvador divenne il più disprezzato del gruppo e di conseguenza il più esposto, facile bersaglio delle organizzazioni criminali.
Il suo ideale di giustizia si scontrò con quelli dei poteri locali vincolati alle organizzazioni criminali. Qui ci sono persone molto conosciute come Justo Franco o Orlando Medina, meglio conosciuto come “Tahachi Crocido”che sono legate al traffico illegale di legname. Entrambi fanno parte della milizia e tutt’oggi sarebbero i referenti per le attività illecite su questo commercio. Lo stesso vale per Panfilo Vera, un militare di dubbia moralità che continua ad agire nella più completa impunità perché legato direttamente al potere politico del nostro paese.

Secondo lei chi sono i mafiosi che dal dipartimento di Canindeyú e dalla città di Capiibary hanno partecipato all’omicidio di Salvador Medina?

Bisogna distinguere le due cose. Queste sono due regioni con realtà e problematiche molto diverse tra loro. A Capiibary per esempio esiste una mafia che esporta illegalmente il legname dalla riserva amministrata da un organo statale, inoltre si coltiva e si commercia la marijuana.
Penso che il gruppo di Capiibary non sia legato a quello del dipartimento di Canindeyú. Fra loro non esiste un vincolo diretto, tranne forse in alcuni casi. Sappiamo che a Capiibary ci sono i Franco, i fratelli Justo e Felix che si occupano dell’esportazione di tronchi e del traffico di stupefacenti diretto a “Ciudad del Este”.
A Canindeyù la situazione si presenta in un altro modo essendo direttamente vincolata alla mafia di Capitán Bado e di Pedro Juan Caballero del dipartimento di Amambay. Si passa attraverso Capitán Bado-Itanará-Ypejhú-Villa-Ygatymí e Curuguaty, un tratto di strada di circa 250 km che, per chi conosce la zona lo si può percorrere in 2 ore e mezza. Una volta arrivati a Curugaty la rotta prosegue fino a Salto del Guairá o a Ciudad dell’Este. Salto del Guairá è la capitale del dipartimento di Canindeyú e solo un fiume la separa dalle città brasiliane Mundo Nuevo, Guairá, Brasil. Da qui tutto giunge nelle mani dei trafficanti di frontiera. Persone che trafficano con la droga e la vendita illegale di armi e di veicoli.
Purtroppo per il momento non ci sono statistiche che comprovano ufficialmente quanto accade nei valichi di frontiera, sono dati  che conoscono più direttamente le popolazioni locali.
A Canindeyú per esempio sono noti i referenti principali del capomafia “Beiramar” legato a sua volta a quello di frontiera. Qui lui ha i suoi referenti che noi chiamiamo “Hacedores”, uno di  questi è un certo “Lider Cabral” che, trasferitosi in città da qualche tempo, ha un grande deposito che fin’ora la polizia giudiziaria non è riuscita a smantellare.   
Talvolta anche la polizia, soprattutto quella di frontiera è direttamente coinvolta nei traffici illeciti, alcuni di loro sono anche stati scoperti e arrestati. Qualcuno è riuscito a sfuggire alla giustizia come l’ufficiale “Garcìa”, considerato uno dei massimi trafficanti di marijuana all’interno della “Istitucion Policial” trovato in possesso di un grosso carico di cocaina. Era la prima volta che un agente veniva scoperto sulla rotta del traffico di Capitán Bado - Pedro Juan Caballero -  Curuguaty con una quantità enorme (quasi 4 kg)  di cocaina pura.
Nonostante questi fatti dimostrino la partecipazione delle autorità nei traffici illegali, sui giornali l’argomento è pressoché impossibile da affrontare. Io sono un semplice redattore e non ho gli strumenti necessari per fronteggiare una simile organizzazione.

Anche le autorità di polizia sono assoggettate al potere politico?

I poliziotti che vengono assegnati ai lavori di frontiera non hanno ricevuto un ordine dai superiori della polizia ma dai referenti politici dei vari partiti, sia quello ufficiale di governo sia dell’opposizione. Nonostante tutti sappiano queste cose, nessuno ha il coraggio di parlarne apertamente per paura delle ripercussioni che una cosa di questo genere potrebbe suscitare. Anche per noi è difficile. L’informazione che possiamo offrire ai nostri lettori è sommaria, ma non abbiamo altra scelta, io ho una famiglia e né il mio paese né il mio Stato mi offrono garanzie sufficienti per poter dire certe cose. Conosco politici impiegati al municipio di Curuguaty che sono coinvolti in attività poco pulite ma le autorità giudiziarie e di polizia pur sapendo non osa disturbarle.

Possiamo sapere i loro nomi?

I Rodas e gli Equino, sono stati anche arrestati ma dopo uno o due giorni sono ritornati in libertà.

A chi infastidivano le inchieste sul narcotraffico di Salvador Medina?
Il lavoro di mio fratello era molto legato anche all’attività giornalistica che io portavo avanti qui a Curuguaty con il giornale nazionale ABC Color di cui sono corrispondente. Lui e Gaspar mi passavano tutte le informazioni sulle cosche e sulla mafia. Anche Salvador le commentava attraverso la sua radio a Capiibary ma il suo livello d’informazione non era vasto come quello del nostro periodico. Un’informazione che nel suo caso si estendeva per un raggio di circa 50 km contro quella del “Diario ABC Color” che copriva il territorio nazionale.
Penso dunque che fosse più giustificabile la mia morte piuttosto che la sua. Evidentemente conoscendo direttamente il gruppo mafioso di Capiibary era più facile per loro uccidere lui al posto mio che per di più possedevo grazie al giornale una notorietà maggiore. 

Dottor Medina, nell’ambito dell’inchiesta si sono fatte diverse ipotesi sulla morte di suo fratello. Lei sa la causa reale dell’omicidio? La mafia di Capiibary era davvero implicata?
Secondo me si. Non si giustifica altrimenti. Il suo giornalismo, la sua visione della società, la sua onestà e la sua preparazione intellettuale erano un pericolo per la mafia di Capiibary. Un gruppo che tutt’oggi è implicato nel traffico illegale di legname e di droga e che mai è stato perseguito da alcun Tribunale.
La totale mancanza di controlli nel distretto di Capiibary ha determinato una crescita del mercato clandestino di marijuana diventando così il centro di raccordo più importante del dipartimento di San Pietro. Il nuovo itinerario del traffico illecito attualmente si sviluppa da Capiibary, Curuguaty  fino ad arrivare a Ciudad del Este.  

Quali sono stati gli sviluppi del processo sulla ricerca dei mandanti esterni?

Le investigazioni si sono fermate all’autore materiale, Milciades Maylin un criminale di poco conto incaricato di uccidere mio fratello. Sebbene altre persone abbiano avuto un’implicazione nel crimine sono state rilasciate per mancanze di prove. Per ora il killer è stato condannato in prima e seconda istanza a 25 anni di carcere e attualmente è recluso nella prigione di Coronel Oviedo. La sentenza ora sarà vagliata dalla Corte Suprema di Giustizia, ma i familiari di Salvador chiederanno di aprire un’inchiesta sui mandanti dell’omicidio e noi sappiamo già chi sono.

Può dirci i loro nomi?
Justo Franco è il personaggio principale, il secondo è Miguel Angel Gonzales direttore di Radio Ñemity. Questi due signori che sono i pezzi chiave per capire le responsabilità dei mandanti, avrebbero molte cose da raccontare alla giustizia.  

Entrambi erano legati alla politica del Paese?

Miguel Angel Gonzales non è un’attivista di nessun settore politico sebbene la sua famiglia appartenga all’opposizione. La maggior parte dei suoi fratelli sono insegnanti ma uno in particolare  è legato al commercio di droga ed è socio di Justo Franco.



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Stato di criminalità, utilizzo di prodotti tossici in agricoltura, contaminazione dei corsi idrici nel dipartimento di Canindeyù

Di Giorgio Bongiovanni e Omar Cristaldo

Dott. Medina, può informarci sullo stato di criminalità nella zona di Canindeyú?
Secondo i rapporti della polizia i delitti comuni negli ultimi due anni sono diminuiti, l’emergenza ora riguarda quelli legati alla mafia organizzata che gestisce il traffico di droga, la vendita illegale di armi e di veicoli. I dati su queste attività illecite nel territorio di  Canindeyú sono stabili. Ciò è dovuto al fatto che la situazione viene considerata dalle autorità di polizia uno stato di routine.
In relazione ai delitti minori si registrano furti domiciliari e di bestiame soprattutto vicino alla frontiera. Attualmente proprio noi del giornale stiamo investigando su questi casi. Abbiamo riscontrato che a Ypejhú, Itanará, Villa Ygatimí i furti sono spesso protetti dai funzionari della dogana, dell’immigrazione e quelli del valico di frontiera. Ai confini con il Brasile, in una zona che si estende da Ygatimia, Ypejhú fino ad arrivare a Capitán Bado, Corpus Cristi e Paraños – Brasil si commerciano illegalmente i prodotti di allevamento del Paraguay sotto la protezione dei funzionari del governo.

Qual è la situazione sull’utilizzo di sostanze chimiche nel settore agro-alimentare?

Noi abbiamo pubblicato degli elaborati sull’utilizzo dei pesticidi e dei prodotti agro-chimici vietati nelle aree popolate. Qui c’è una zona molto estesa in cui si effettua la produzione di soja. Un grosso appezzamento di terra che dalla frontiera sta raggiungendo il distretto di Capiibary con 250.000 ettari di campo coltivati arrivando a 450.000 ettari col dipartimento di Canindeyu’. Questa forte produzione implica naturalmente degli scompensi come la deforestazione, la distruzione di foraggio per il pascolo e la soppressione d’importanti corsi idrici. Inoltre varie popolazioni hanno riscontrato delle forti intossicazioni da prodotti chimici usati nei campi.

Questi 450.000 ettari riguardano coltivazioni transgeniche?
No. La coltivazione di semi di soja qui non è transgenica. Abbiamo avuto accesso ai documenti tecnici del Ministero dell’Agricoltura, della divisione per la difesa dell’ambiente e dell’Istituto d’investigazione del Ministero e si scarta la possibilità che ci sia una sola pianta geneticamente modificata.

Quanto ai corsi idrici esistono industrie che attualmente contaminano le acque delle falde acquifere e dei fiumi?
Si. Noi stiamo seguendo alcuni casi in cui le industrie come la “Salto Pilao” sono installate nei pressi del fiume “Rio Curuguaty”. Questo fiume purtroppo è seriamente danneggiato a causa di questo complesso industriale che se da una parte ha contribuito a risolvere il problema dell’occupazione dall’altra sta compromettendo l’equilibrio ambientale contaminando le falde acquifere che si trovano a pochi km da Curuguaty. In questo momento i responsabili sono sotto processo.

Un suo collega in un articolo ha espresso che le mafie: «possiedono solo due lingue, il denaro e la violenza» e che la scelta di disporre le autorità di polizia alla frontiera viene spesso negoziata. Qual’è la sua opinione in riferimento al dipartimento di Canindeyú?

L’osservazione del collega è esatta. La situazione anche qui varia. Ci sono dei crimini che richiedono una esecuzione indiretta ed è facile contattare sicari di frontiera che non costano molto. Appena 500.000 guaraní sono sufficienti per commissionare un omicidio. La vita al confine è vulnerabile e costa molto poco, il potere del denaro qui è fondamentale. Non importa assolutamente nulla, la sua influenza, il suo potere, la sua famiglia, il suo colore o la sua razza, qui il denaro può tutto. A volte succede anche che i sicari si offrano gratis. A me personalmente mi si è presentato un criminale molto conosciuto in città proponendomi di vendicare la morte di mio fratello. Avrebbe ucciso uno degli assassini detenuto nel carcere di Coronel Oviedo per una cifra che non arrivava a 200.000 guaraní. Purtroppo in frontiera i controlli sono pressoché inesistenti ed è doloroso dirlo ma anche le autorità di polizia danno il loro supporto ai criminali.

 




Il caso Medina
Intervista al Giudice Silvio Flores
di Giorgio Bongiovanni e Omar Cristaldo

Buongiorno Dr. Flores, vorremmo conoscere la sua impressione sull’omicidio del giovane cronista di Capiibary.
Salvador Medina era un giornalista di Capiibary, una città del distretto della nostra giurisdizione.
In seguito alla sua morte aprimmo un’inchiesta. All’inizio il quadro dell’omicidio non era molto chiaro poi furono arrestate diverse persone che risultavano implicate nell’omicidio. Il primo Mailyn Milciades, autore materiale del crimine, condannato in appello a 25 anni di carcere, ora la Suprema Corte dovrà decidere la sentenza finale. Parallelamente a questo furono scarcerati per mancanza di prove quelli che erano stati ritenuti i mandanti della morte di Medina. Il Pubblico Ministero disse che non avevamo gli elementi sufficienti per sostenere un’accusa.
Dopo qualche tempo anche l’altro fratello fu assassinato, questa volta in un’altra località, nei pressi di Saltos Del Guaira. L’assassino è ricorso in appello ma sta scontando una pena di 9 o10 anni di carcere. E’ chiaro che la morte di entrambi i fratelli sono dei richiami molto forti per la famiglia Medina.
Che relazione ci può essere fra questi due omicidi?
Personalmente non ho alcun elemento per sostenere che vi siano relazioni, anche perché il secondo caso è fuori dalla mia giurisdizione, secondo i familiari però i due delitti sono collegati.

Saprebbe dire chi avrebbe voluto la morte di Salvador Medina?
Salvador Medina era un giornalista inserito nel contesto sociale del suo Paese. Il suo lavoro in radio era dedicato ad argomentazioni di carattere pubblico e culturale e all’interno della sua comunità era molto amato.
 
Signor Giudice lei è a conoscenza della lotta perseguita dal giornalista assassinato contro i trafficanti di legname ?
Non ne sono a conoscenza anche se devo dire che alcune circostanze suggeriscono dei dati su questo aspetto. Secondo alcuni la verità sarebbe legata ai trafficanti di legname secondo altri la morte potrebbe essere legata ai problemi della scuola dove lui lavorava. Finché non emergeranno altri elementi il quadro del delitto resterà immutato. Proprio in questi giorni la Cassazione deciderà  se confermare la sentenza di primo e secondo grado di giudizio oppure no.
A ogni modo nella zona dove Salvador Medina lavorava  e viveva vi erano diversi problemi di carattere malavitoso. Era un posto dove il traffico di droga e legname erano fatti comuni. Questa realtà è uguale a Saltos. Non si può scartare dunque l’ipotesi che potrebbero essere stati questi gruppi criminali gli autori morali della morte dei due giornalisti.

Ci ha colpito molto la notizia che a Curuguaty sono stati rinvenuti nell’auto di un militare 4 kg di cocaina pura . Cosa può dirci in merito?
Si, questo è il caso di un poliziotto che fu arrestato nella sua tenuta con 1000 kg di marijuana e  di un altro che fu trovato dagli agenti della polizia stradale con un enorme  quantità di polvere di cocaina. Quest’ultimo a cui voi vi riferite, era in servizio a “Pedro Juan Caballero” e si serviva di questa località per raggiungere e trasportare la droga fino a “Salto del Guairá”. Non si può dire che vi siano implicate altre autorità. Quello che invece si può affermare è che i due agenti sono in pieno processo. La nostra normativa processuale dà sei mesi di tempo al “Ministerio Publico” per formulare le sue accuse e oramai l’udienza preliminare  è alle porte.  Il procedimento con molta probabilità passerà al giudizio orale e pubblico.

Secondo quanto ci ha riferito in un intervista il giudice Barrios Ortiz e il presidente uscente della Suprema Corte di Giustizia, il dr. Victor Nuñez, il Paraguay sarebbe un canale del traffico di droga e armi.   
Lei pensa che tali attività illegali vengano gestite dalle famiglie mafiose?
Secondo i dati che riceviamo e per l’importanza che rappresenta il Paese, coincido con i Giudici ossia che il Paraguay potrebbe essere utilizzato da ponte per lo sviluppo di queste attività delittuose. Abbiamo alcune zone nel Paese che presentano però caratteristiche e problematiche differenti. Il nostro territorio per esempio, situato all’interno del Paese, diversamente da “Ciudad del Este” al confine con il Brasile è caratterizzato prevalentemente da una forza agricola e dalla pastorizia. Per quello che mi compete so che molte famiglie s’installano alle frontiere del nostro Paese, ma non sono a conoscenza di famiglie mafiose all’interno del Paese che si occupano del traffico di droga e di armi. Due illeciti che spesso sono legati tra loro. Ci sono casi accertati che dimostrano come alla frontiera ci sarebbero dei luoghi preposti al passaggio della cocaina. La pianta però non potrebbe essere coltivata in Paraguay per le sue caratteristiche climatiche che al contrario facilitano la crescita rigogliosa delle piantagioni di marijuana. Proprio oggi leggevo che hanno dovuto distruggere 66 ettari di marijuana in luoghi veramente inaccessibili.

Crede queste organizzazioni criminali godano della protezione e magari anche dell’appoggio di esponenti politici o militari?

Dai fatti accertati non credo si tratti di vere e proprie organizzazioni ma di casi isolati in cui qualche gruppo ha goduto di appoggi delle autorità.



“Pasta base”
La droga dei poveri
 di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras

Il cinismo non ha limiti soprattutto tra coloro che lo vivono con tanta disinvoltura. Proviamo ad immaginare come dalle viscere del mondo clandestino del narcotraffico si ideano nuove strategie per distribuire una droga che per il suo alto grado di impurità risulta essere letale.
Unico obiettivo? Portare i ragazzi ad un consumo sempre crescente.
Il traffico illecito comprendeva fino a qualche tempo fa droghe come la marijuana, la cocaina, LSD, hashish, solventi, allucinogeni, anfetamine. Oggi la novità è rappresentata dalla “pasta base” di cocaina o “PBC”.
Ma quando si registra in Uruguay l’uso della “pasta base”? Questa è la domanda che si sono posti migliaia di uruguayani, poiché non c’è nessuno di loro che non sia rimasto coinvolto attraverso un parente o una amico da questo terribile male.
Si tratta di una droga che non subisce il processo di raffinazione, viene lasciato a uno stato molto primario del cloridrato di cocaina (polvere di cocaina), contenente una vasta quantità di sostanze impure residuate da alcune sostanze chimiche. La “pasta base” è in definitiva un prodotto chimico contaminato. La “Direccion General de Represion del Trafico Ilicito de Drogas”, il cui titolare è l’ispettore Julio Guarteche, ci ha riferito che l’inizio del consumo di questa sostanza è stato registrato per la prima volta a partire dall’anno 2000, con una incidenza maggiore sui giovani. Dati certi hanno inoltre  dimostrato che l’uso di questa droga è più frequente nelle aree più povere, dove la crisi economica è stata più forte.

La “Pasta Base” costa poco, danneggia rapidamente
il fisico e la psiche
e porta alla morte


La “PBC” è uno stupefacente che non sostituisce la marijuana. Fra le droghe illegali è la più economica, venduta a 50/70 pesos al gr. (dal valore di euro 1,50) abbassa così il potere di acquisto della cocaina, offerta a 150 /200 pesos al gr. a secondo del suo grado di purezza e della valutazione del mercato clandestino.
I consulenti della Direcion General de Represion del trafico ilicito de Drogas hanno però spiegato che non vi è per il momento una statistica sugli indici di consumo che chiarisca quale sia la fascia giovanile più colpita.
Relativamente a chi fa un uso abituale di “pasta base”, i dati ufficiali rilevano un aumento del tasso di criminalità che si ripercuote sulla società e all’interno delle famiglie, generando gravi  crisi e stati di disarmonia e aggressività
Secondo le valutazioni mediche, i soggetti che assumono “pasta base” subiscono un deterioramento fisico molto importante. Presentano una struttura molto debole e un abbassamento del peso corporeo tipico dello stato di dipendenza. Mostrano inoltre un cattivo funzionamento della struttura motoria, sono spesso incoerenti e vivono momenti di depressione, perdono la concezione di ogni valore arrivando perfino a uccidere.
La droga distrugge lentamente la personalità del soggetto abbassando tutto il suo sistema di autocontrollo, lo porta a commettere qualsiasi cosa pur di ottenere la propria dose.

Il mercato clandestino

 Il mercato clandestino funziona in base alla domanda e all’offerta  come qualsiasi altro prodotto. Generalmente il venditore o il distributore è interessato alla vendita per un guadagno personale. Sulla “piazza” uruguayana si osserveranno sempre più venditori di marijuana o di “pasta base” che non di cocaina. Queste droghe sono le più distribuite nel mercato clandestino perché sono economicamente più accessibili, ma secondo gli esperti della pubblica sicurezza non è stato finora possibile risalire a una classificazione che consenta di valutare le varie tipologie in commercio. Per questo motivo lo sforzo delle autorità è concentrato a scoprire i luoghi di vendita, in modo da sostenere le investigazioni dei giudici. 
Nonostante gli sforzi però la lotta al narcotraffico presenta dei punti vulnerabili che limitano l’esito positivo delle operazioni. Uno di questi  riguarda l’applicazione del servizio di controllo. La polizia infatti non può effettuare appostamenti notturni nei luoghi sospetti e questo è un aspetto fondamentale perché la maggior parte delle transazioni avvengono di notte. Un punto a sfavore per la giustizia che si trova a giocare a “guardie e ladri” con un’organizzazione spietata che cambia di continuo i suoi rifugi per cancellare le prove delle sue attività. Le indicazioni più complete per il momento arrivano grazie alla collaborazione dei familiari e degli amici dei tossicodipendenti.
La Direzione Generale di Repressione del Traffico Illecito di Droga, inoltre, lamenta un ritardo nell’ affrontare l’urgenza di questo problema legato spesso alla burocrazia sulla registrazione dei dati sul narcotraffico, deludendo le aspettative della popolazione che nella maggior parte dei casi si aspetta che alla denuncia corrisponda un’immediata procedura penale.
Nel corso della lotta di repressione contro i narcotrafficanti di “pasta base” ci si è accorti dunque del bisogno impellente di costituire dei programmi di riabilitazione, per fronteggiare anche in futuro un elevato indice di richieste.


I narcos boliviani
produttori di “pasta base”


La “pasta base” proviene dalla Bolivia e attraversa i Paesi vicini arrivando prima nel mercato argentino e quello uruguayano tramite la partecipazione dei gruppi criminali appartenenti ai due Paesi. La droga raggiunge Buenos Aires dalla frontiera brasiliana, qualche volta accompagnata da marijuana che giunge dal Paraguay in piccole quantità.  
In Bolivia l’uso della “pasta base” è ridotto e viene gestito perlopiù da piccoli gruppi non organizzati.
Il mercato fiorente rimane quello delle grandi organizzazioni criminali rappresentato dalla vendita del cloridrato di cocaina destinato alle “piazze” statunitensi, europee e dell’Oceania (che hanno il maggiore potere d'acquisto). Anche questa fortuna  registra però il suo momento di difficoltà. La grave crisi economica del Paese e la repressione interna della polizia hanno provocato un rallentamento nelle vendite di coca, disattendendo le richieste dei mercati internazionali che avrebbero trovato appoggio nei gruppi più piccoli trafficanti di “pasta base”.
La forte presa di posizione delle autorità e delle forze dell’ordine, ha dato il via a un programma di repressione in tutta la regione dal 1998 al 2000, per bloccare l’importazione dei prodotti chimici usati nell’elaborazione della cocaina, destinati nelle zone di produzione boliviane, colombiane e in Perù. I risultati furono soddisfacenti soprattutto in Bolivia.


I rischi della “pasta base” di cocaina 

Secondo le valutazioni degli organi di polizia e delle autorità sanitarie, gli effetti negativi sui consumatori di “pasta base” si evidenziano a livello fisico e psicologico in tempi molto brevi. Il problema principale attualmente è far fronte al piano di riabilitazione dei tossicodipendenti, con la costruzione di infrastrutture e un’adeguata assistenza per il loro reinserimento nella società.
Sugli effetti dell’uso della “pasta base” sono state realizzate delle campagne pubblicitarie molto forti mirate a sensibilizzare i giovani uruguayani. I ragazzi devono sapere che soli non riusciranno a uscire da quella grave condizione di assuefazione ma che possono chiedere aiuto al programma di disintossicazione della nostra sanità.
Bisogna dunque essere pronti alla loro richiesta di assistenza qualora questa aumentasse.
Le autorità preposte alla lotta contro la “PBC”, hanno valutato le cause di questo dilagante fenomeno qualificandolo come “sintomo sociale” dovuto a una crisi economica molto forte che l’Uruguay ha dovuto fronteggiare. Secondo le pubblicazioni accademiche della “Junta Nacional de Drogas”, organo dipendente dal potere esecutivo del governo Uruguayano, la sostanza impura tratta dal preparato di cocaina assunta per inalazione, oltrepassa i polmoni e arriva velocemente al cervello determinando uno stato alterato a livello psichico. Un effetto che nel giro di pochi minuti (al contrario della cocaina sniffata) svanisce, lasciando un grado di dipendenza molto alto. Fattori come preparazione, dose, frequenza, consumo, impurità, alterazioni determinano le conseguenze fisiche nei consumatori di “pasta base”, provocandone sensazioni come euforia, malessere, consumo ininterrotto, psicosi e allucinazioni.
Nella prima fase, quella dell’euforia si ha una diminuzione delle inibizioni, esaltazione, cambiamento nei livelli di attenzione, accelerazione dei processi di pensiero accompagnati da  diminuzione dell'appetito, affaticamento, sonno e aumento della pressione arteriosa, cardiaca, respiratoria e della temperatura. 
La fase di malessere si manifesta quando cessa l’effetto stimolante dei primi minuti. Si avvertono sensazioni come angoscia, ansia, astinenza, insicurezza, depressione, apatia, indifferenza sessuale. Il consumo ininterrotto nasce invece dall’esigenza di evitare il malessere.
Dopo varie settimane d’impiego il rischio di una forte alterazione psichica aumenta. Si manifestano segni di irritazione, idee paranoiche, allucinazioni a livello del tatto, della vista, dell’udito e dell’olfatto e una psicotica dipendenza.
L’interruzione del consumo può arrecare sintomatologie caratterizzate da profonda depressione, astenia, accompagnata da stati di inclinazione suicida.
Recenti studi hanno dimostrato che i solventi utilizzati nella lavorazione del cloridrato di cocaina sono responsabili dei danni a livello neuro-psichiatrico che determinano deficit della memoria, diminuzione dell'attenzione, disinteresse al lavoro e allo studio, inoltre posso causare ipertensione, cardiopatia, ischemia, convulsioni, rischio di infarti, emorragie celebrali.
Considerando che vi è anche un alto rischio di contrarre malattie infettive trasmissibili, come HIV, epatite B e C e malattie respiratorie.

Una corsa contro
il tempo


Per concludere, considerando che la "pasta base" sarebbe stata ritenuta dagli esperti “figlia” della crisi economica argentina e uruguayana, è opportuno che questi due Paesi definiscano con urgenza una linea concreta da adottare per il recupero e il riscatto di questi ragazzi, inducendoli a una sempre maggiore diminuzione del consumo della droga.
Tutto infatti ebbe inizio quando i narcotrafficanti boliviani (punto di provenienza della droga) videro che la "pasta base" riscuoteva molto successo tra i giovani, venduta com’era a prezzi molto inferiori ad altre droghe. Nessuno si aspettava un risultato economico così cospicuo che diminuiva però quando il contrasto delle forze di polizia si faceva più intenso.
E in questa vera lotta contro il tempo si trovano le raccapriccianti statistiche ufficiali che riguardano i maggiori consumatori di “pasta base”. Sono i minori quelli che cominciano ad acquistare la droga che hanno dai 12 ai 13 anni in su. Nei periodi di passaggio tra la scuola primaria e quella secondaria, questi giovani sono più esposti alle richieste di consumo e ai luoghi inclini alla distribuzione. L’unico schermo capace di tenerli lontani dai trafficanti è riposto nella solidità della loro educazione familiare. Secondo le autorità infatti il problema della “pasta base” dipende da un fattore culturale che va affrontato mediante campagne di educazione e prevenzione.
Inoltre avvertono le autorità, in Urugay, grazie alla repressione della polizia e al cambiamento culturale delle persone, il consumo di “pasta base” visti i suoi effetti così devastanti, avrà un decorso temporale.
La “pasta base” prodotta in Bolivia però esisterà sempre poiché è lì che si effettua il primo processo di trasformazione della cocaina. Una droga quest’ultima, richiesta in larga scala dal mercato europeo e statunitense per i suoi effetti stimolanti e il suo più lieve impatto fisico.
Nel caso della “pasta base” le cose sono diverse. I giovani tossicodipendenti assumono una sostanza di pessima qualità, suscitando la disapprovazione di tutta la società.
I narcotrafficanti di “pasta base” fin’ora non hanno attuato una strategia a largo raggio come lo è quella delle grandi organizzazioni criminali. Tra le file della Polizia di Stato uruguayano si ha ragione di pensare che la vendita di droga destinata alle fasce giovanili del Paese non si dovrà sostenere  ancora a lungo. In riferimento a questo, le autorità possiedono informazioni che vedono i venditori di “pasta base” intenti ad entrare nel grande circuito per cercare di piazzare una droga qualitativamente migliore, evitando così i grossi rischi di detenzione legati alla “pasta base”.



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Cresce il numero
degli omicidi associati alla “pasta base”


Nel mese di gennaio, la polizia e in particolare il Comando della Divisone Omicidi, si è trovato ad affrontare una realtà molto grave relativa ai crimini legati al consumo di “pasta base”.
Sebbene l’indice di omicidi annualmente arrivava a 80, quest’anno solo nella prima quindicina di gennaio aveva già superato la dozzina.
I poliziotti della sezione omicidi hanno sottolineato in riferimento alla realtà di Montevideo, capitale dell’Uruguay, che il 90 per cento dei delitti sono stati compiuti per cause di “regolamento di conti” o “vendette” inserite nel contesto della droga.
La “pasta base” è la causa dei conflitti tra coloro che la smerciano e la consumano. Il delitto avviene  semplicemente per ottenere il denaro necessario che serve ad acquistarla o per sottrarla alla vittima.
Questi comportamenti sono gli effetti della dipendenza che induce l’individuo alla perdita di cognizione del più basilare valore umano.
   


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Testimonianza


Nel corso degli anni Novanta il business del narcotraffico si è installato definitivamente in Argentina. Una volta che il “Menemismo” ha lasciato il potere, i riciclatori di denaro sporco hanno sottratto via dal paese grande somme di capitali contribuedo alla caduta del sistema finanziario. Ciò è successo in Argentina e in molti paesi del Sudamerica. Ma il problema aveva antiche origini. Le vie del narcotraffico nel paese (che fa passare la droga per Ezeiza, aereoparco o il Rio de la Plata) esistono dagli anni Settanta. Si stabilizzarono negli anni Ottanta e raggiunsero il loro massimo livello negli anni Novanta creando così una narcodemocrazia. Il business ovviamente continua anche oggi e a causa della mancanza di un sistema di controllo rigoroso negli ultimi quattro o cinque anni si è duplicato. Il caso SW non mi sorprende. E’ molto simile a quello che vide protagonista Alberto Fujimori quando negli Stati Uniti, a bordo di una nave dell’armata peruviana, furono trovati 80 chili di cocaina. Una vergogna. In Argentina il traffico di droga ha viaggiato sempre solo ad alti livelli. Per questo credo che i Beltrame o gli Arriete (?) di questo caso potevano conoscere o non conoscere ciò che si faceva però quasi sicuramente non sapevano quello che c’era dietro. E se la domanda è perché l’Argentina le risposte sono facili: un paese di basso profilo, meno sospettabile agli occhi del mondo di altri, come la Colombia o Perù. Un territorio enorme senza grandi controlli. Una legge blanda: chi ha i soldi in Argentina può uscire dal carcere. E non bisogna dimenticarsi dell’ultimo anello della catena: la complicità del sistema politico corrotto che a volte fa parte del business e frena le investigazioni. Perché bisogna dirlo: questo caso non lo scoprirono le autorità nazionali, ma quelle spagnole grazie alla dimenticanza fortuita delle valigie.

Ex agente della Dea in Argentina e esperto in narcotraffico internazionale



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Negli ultimi quattro anni sono aumentati
i casi di confisca della droga


In questo riquadro comparativo si presentano le statistiche sulle confische e le detenzioni riferite al traffico di droga dall’anno 2000 al 2005, distinguendo le diverse tipologie delle droghe illegali come marijuana, cocaina, pasta base, LSD, anfetamine, psicofarmaci, extasi, sostanze inalanti, piante di cannabis, hashish, foglie di coca ed eroina.
La droga di maggior consumo è la marijuana, seguita dalla cocaina.
Dall’anno 2000 al 2003 non si faceva una distinzione tra la “pasta base” e la cocaina, ma a partire dal 2004 abbiamo cominciato a differenziarle. Si è affermato che l’ingresso di “pasta base” in Uruguay è stato registrato a partire dal 2004.
In quest’ultimo anno sono stati confiscati circa 29.543 kg di “pasta base”, 1.251 kg di marijuana e 16 kg di cocaina e fino al 13 gennaio di quest’anno le cifre erano queste: marijuana circa 53 kg e cocaina 156 kg , non sono pervenuti elementi relativi alla “pasta base” fino a quella data.




I desaparecidos
La lotta delle madri e dei familiari
di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras

Mancando pochi mesi all’insediamento al governo della Repubblica Orientale dell’Uruguay della corrente di sinistra nella persona del Dr. Tabaré Vàzquez, leader di “Encuentro Progresista”, è stato pubblicato il libro A tutti quelli,  una relazione diretta sulle “scomparse forzate” delle centinaia di vittime uruguayane risalenti a circa 30 anni fa.
Come un inevitabile schiaffo morale dato al governo uruguayano attuale, indifferente per anni a tanta sofferenza, è emerso pubblicamente il Rapporto delle Madri e dei Familiari degli Uruguayani Detenuti Desaparecidos.
Nella pubblicazione, il cui prologo è a firma del giornalista Tomàs de Mattos, si parla crudamente di ognuno di quei casi. E questo ci ricorda molto un’altra pubblicazione non meno importante: Mai più dello scrittore Ernesto Sàbato, un rapporto profondo e particolareggiato su quanti soffrirono la tortura e la “scomparsa forzata” nella Repubblica Argentina nel periodo della dittatura.
Nel prologo di  A tutti quelli, Mattos dice: “Niente è più difficile di scrivere un prologo;  soprattutto quando si tratta di un libro di speciale trascendenza e che per giunta include di per sé una introduzione e conclusioni, ambedue scritte da chi mi supera nel vissuto del tema”.
E Mattos lo dice a ragion veduta perché il libro di cui ha curato il prologo, nel quale si approfondisce – senza sotterfugi – il lato oscuro di un periodo della storia dell’Uruguay, contiene orrendi episodi che vanno oltre il modo di concepire di molti uruguayani e forse del lettore stesso, perché questi episodi di vita vissuta – per qualunque persona normale – sono fuori del contesto comportamentale dell’uomo che rispetta la sua stessa vita e di conseguenza quella altrui.
Coloro che hanno vissuto il martirio della “scomparsa forzata”, se si vuole, hanno già raggiunto gli onori che travalicano questi tempi. I loro familiari, gli altri uomini e donne giusti reclamano con impegno ammirabile e ragionevole la punizione di chi si è macchiato dell’orrendo crimine dei desaparecidos. E, ciò che più è importante, reclamano che i colpevoli siano smascherati e resi noti alla società uruguayana attuale, affinché siano segnalati, senza quelle ipocrisie che si alimentano sotto i mantelli del potere, come i responsabili delle violazioni riferite nei dettagli e che si devono ripudiare dentro e fuori dalle frontiere del pianeta e dal tempo dell’esistenza dell’umanità.
In un  passo dell’introduzione del libro A tutti quelli, Mattos si chiede: Chi in sostanza sono i responsabili dei desaparecidos? Solo gli esecutori della loro detenzione? Solo chi diresse l’operazione? O anche coloro che per ragioni di comando  supervisionavano i capi dei commandos? O anche coloro che, dentro e fuori del paese, cospirarono nella congiura del golpe di Stato o lo appoggiarono?
Indubbiamente, e secondo qualunque storico, gli avvenimenti ignominiosi della regione del Cono Sud, conseguenza anche del tenebroso Piano Condor, non furono avvenimenti isolati, come oggi non sono isolate le richieste di giustizia inerenti a quegli accadimenti.
Durante l’amministrazione del Dr. Jorge Battle si pretese di dare una soluzione al grido di giustizia che per anni e stoicamente avevano portato avanti le madri e i familiari dei desaparecidos. Di qui la creazione della Commissione per la Pace il cui lavoro sembrò più disarmonico che armonico, specialmente nel momento delle conclusioni, il momento cruciale che disilluse alcuni e accontentò altri. Sfortunatamente la morte improvvisa in un incidente - pochi anni fa – del sacerdote Lui Pérez Aguirre “Perico” – membro della Commissione e vero garante di coloro che soffrirono l’assenza forzata dei loro cari – lasciò orfani molti, specialmente quelli che guardavano alla Commissione con diffidenza giustificata. Infatti secondo il criterio del suo ideologo – il presidente Battle – la Commissione non era altro che una delle strade per ottenere il perdono per gli artefici ed esecutori di una patetica ed assassina metodologia di lotta. Solo che in quei giorni, e deplorevolmente, questa lotta assumeva un diverso colore in base al partito di appartenenza. Secondo alcuni quei crimini erano giustificati, perché consideravano – erroneamente – che il terrorismo di Stato (o la mafia di Stato) fosse l’unico sentiero percorribile affinché trionfassero le ideologie fasciste, intolleranti e assolutamente antidemocratiche. Per questo molti piansero sconsolati la morte di “Perico”, un chierico dalla forte personalità, umanista, coraggioso, intelligente e impegnato da molto tempo con la sofferenza umana e con le cause giuste. Il giorno seguente all’incidente avvenuto presso le terme di Costa Aul, lungo la Costa Est dell’Uruguay, le madri ed i familiari dei desaparecidos persero un punto di riferimento della Commissione, ma prima di tutto un amico, un uomo che aveva sempre compreso profondamente la lotta di queste donne che settimanalmente e per anni si riunivano nella piazza di Montevideo portando le foto ingrandite dei loro figli desaparecidos, reclamando con semplicità la punizione per i colpevoli.
I destini di molti cittadini uruguayani – circa trent’anni fa – sono stati sigillati con il sapore amaro della morte nell’anonimato più perverso. Però non meno perversi furono coloro che pretesero di coprire tali aberrazioni con il mantello dell’impunità nel nome di uno Stato che non necessariamente rappresentava la maggioranza popolare. Un contesto molto urticante per alcuni e benvenuto per altri.
Nella eterna lotta delle ideologie i loro rispettivi militanti in questo momento devono assimilare una nuova realtà: il cambio di governo, l’addio alle vecchie strutture, tradizionali per eccellenza, che hanno calpestato i diritti umani ed oltraggiato coloro che qualche volta hanno combattuto per gli ideali di giustizia e che non solo non furono ascoltati, ma per di più furono torturati, violentati, umiliati e ciò che più conta – per gli effetti sui loro ambiti familiari - fatti sparire fisicamente, ma non ideologicamente.
Non invano e con la sincerità che caratterizza questo tipo di relazioni scritte, nella parte introduttiva del libro A tutti quelli Mattos sottolinea: “Chi apre e scorre le pagine del libro non dovrà inventare le disgrazie altrui sofferte nel passato. Queste disavventure incombono su tutti noi e continuano a far sentire il loro peso nel nostro presente. D’altra parte, chi legge, se cerca risposte, le troverà sempre insoddisfacenti. Secondo me la lettura del libro è inevitabile, perché a partire da ogni disgrazia ci incalzeranno le uniche domande che tutta la atrocità perpetrata da esseri umani contro esseri umani può porre. Senza dubbio seguiteremo nella lettura chiedendo: chi e dove portò i desaparecidos, perché, come può essere successo tra noi? Ma, soprattutto, e questo è ciò che in definitiva importa, questo libro ci chiederà, esigendo da noi la ricerca di una risposta vera: quando e come perdemmo di vista la nostra basilare condizione di esseri sociali? Come è potuto accadere che accettammo la nostra disumanizzazione? Dove andarono a finire i principi, la cultura, la preoccupazione centrale per le persone, per il bene comune? Potremo, sapremo, vorremo rispondere?”



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... “La speranza di ogni giorno e la disperazione di ogni giorno...”


“Vivevo nella parte interna del paese, a Mercedes. Sono stata arrestata dalle Misure di Sicurezza, quando nel febbraio del 1976 giunse a casa mia la sorella di mia nuora. Lei l’aveva chiamata per telefono affinché mi avvisasse che mio figlio stava male a Buenos Aires e che io andassi a trovarlo. Io in verità pensai che non era vero, che mio figlio non stava male, ma che lo avevano arrestato”.
“Per me andare a Buenos Aires era andare in un luogo sconosciuto dove non ero mai stata. Quando venivo a Montevideo non potevo andare in giro da sola perché mi perdevo! Questo per me fu terribile. Sapere che dovevo andare a Buenos per vedere quello che succedeva…Già  mi immaginavo che mio figlio era carcerato. Partii da Mercedes diretta all’Aeroporto di Carrasco dove si trovava la sorella di mia nuora che mi aspettava con il biglietto. Salii la scaletta dell’aereo e cominciò la mia tragedia”.
“Mio figlio è stato in carcere in Uruguay dalla metà del ’72 fino alla fine del ’73. Poiché non si sentiva sicuro nel paese, si recò a Buenos Aires. Noi lo visitavamo, senza dubbio, ma un giorno ci giunse un avviso secondo cui figurava in una lista di desaparecidos in Argentina”.
“Nella stessa lista nella quale figurava mio figlio come desaparecido e sotto la stessa data vi era anche il nome della sua compagna. A partire da quel momento sapemmo cosa significava essere familiari di un desaparecido: la disperazione di non lasciare mai la casa senza nessuno nel caso che giungesse qualche chiamata telefonica; la speranza di ogni giorno e la disperazione di ogni giorno; una disperazione che veniva dalle viscere; una impotenza; una pazzia; una angoscia di morte. Per molto tempo non abbiamo pensato che potesse trattarsi di qualcosa di definitivo”.
“In Uruguay c’era una totale ignoranza dell’argomento. Noi, ad imitazione delle madri di Plaza de Mayo, provammo a organizzare riunioni nelle piazze con fazzoletti bianchi sulla testa. Eravamo così poche che ispiravamo commiserazione. In quegli anni la gente che ci vedeva ferme in piazza non capiva il perché, non aveva la minima idea dell’esistenza delle “scomparse forzate”. Nessuno capiva chi eravamo né che facevamo. Dopo le fugaci apparizioni nelle piazze ci recammo presso una chiesa con uno striscione con le foto dei nostri familiari e la gente si chiedeva chi fossimo. Credevano che le foto ritraessero dei santi. In un’altra occasione, quando giunse il Cardinale cileno Silva Henriquez, ci presentammo con il nostro striscione ad una riunione in cui questi si trovava. Lì alcune persone ci chiesero se si trattava degli uruguayani caduti sulla Cordigliera delle Ande in un incidente aereo. Quella era la prova dell’ignoranza di quello che accadeva nel paese da parte della società”.
“La Commissione per la Pace lavorò con i dati portati dai “Familiari”. Il Presidente Jorge Battle in un’occasione ci disse: “Io non voglio propiziare un’altra Norimberga, non voglio propiziare una divisione del popolo uruguayano”. Allora, che resta da fare?… Non lo so. So solo che devo continuare a lottare. So che i miei figli, dovunque siano, staranno vegliando su di me, staranno vegliando su tutte le madri dei loro compagni e staranno vegliando affinché non veniamo meno in questa lotta. E non lo faremo. Perché loro si meritano il meglio di noi. Le nostre ansie, i nostri desideri. Pensiamo che inseguiremo la verità, perché vogliamo sapere cosa è successo loro. Ora tutti più o meno abbiamo un’idea. E’ finito il dire: <<Vivi li presero, vivi li rivogliamo>>. No. Vogliamo avere i loro resti, vogliamo sapere: Come? Perché? Quando? Chi? Dove? Tutto questo deve accadere, tutto questo deve venire alla luce, dobbiamo saperlo, dobbiamo ottenere giustizia e allora vivremo in pace”.

(Testimonianza estrapolata dalla relazione A tutti quelli).







LA VOCE DELLE MADRI


Recentemente, a Montevideo, abbiamo incontrato quattro madri di desaparecidos. Ognuna di loro fa parte di una storia di vita. Della sua vita. Ognuna, sebbene unita alle altre madri, ha la sua sofferenza, i suoi ricordi, i suoi fantasmi. Perché hanno vissuto nella propria carne, in solitudine, gli effetti di una “scomparsa forzata”. Riportiamo i rispettivi rapporti della Commissione per la Pace, estrapolati dal libro A tutti quelli, recensendo inoltre l’opinione di ogni madre.



Amalia Gonzalez, 72 anni
madre di Luis Eduardo Gonzalez

“1- La Commissione per la Pace considera confermata la denuncia della “scomparsa forzata” del cittadino uruguayano Luis Eduardo Gonzalez Gonzalez (CI. 1.295.632), perché ha raccolto elementi di convinzione coincidenti e rilevanti che permettono di concludere che:

a-    Luis Eduardo Gonzalez Gonzalez fu arrestato presso la sua casa sita in via Scosería n. 2556 ap. 701 il giorno 13 dicembre 1974, intorno alle due del mattino da personale in divisa che si identificò come appartenente alle Forze Congiunte e che compì la fase operativa della cattura utilizzando veicoli ufficiali.
b-    L’arrestato fu trasportato insieme alla sua sposa presso il Reggimento n.6 della Cavalleria, dove fu sottoposto a intense torture. Morì in detta unità militare in conseguenza delle torture patite il 26 dicembre 1974.
c-    Come in altri diversi casi, posteriormente al suo decesso, fu diffusa la versione della sua fuga dalla caserma militare dove era detenuto, sollecitando la sua cattura con un comunicato stampa.

2- I suoi resti – secondo l’informazione ricevuta – sarebbero stati in un primo momento interrati presso il Battaglione 14 di Toledo e successivamente riesumati sul finire del 1984, cremati e sparsi sul Rio de la Plata”.


Come hanno risposto alla vostra lotta i governi precedenti?

Dobbiamo dire che non abbiamo ottenuto nessuna cooperazione dai governi precedenti. Non ci hanno nemmeno ricevuti quando abbiamo chiesto dei colloqui. Né Lacalle, né Sanguinetti ci hanno mai ricevuti… Poiché il governo non aveva assunto nessuna posizione, per la gente era difficile credere a ciò che stava succedendo.

Qual è la sua riflessione su tutti questi avvenimenti?
Quello che ho vissuto, quello che abbiamo passato per questo… sappiamo il tormento che è stato l’aver vissuto, percorrere tante strade cercando un figlio senza trovare mai una risposta. L’aver visto la casa circondata da militari armati di mitra come se stessero cercando un delinquente. Dico che, nonostante l’orrore che ci è toccato vivere tutti questi anni e con tanta amarezza, abbiamo ottenuto anche cose buone come lo è stato il gruppo familiare. Mara ha detto bene: tra di noi ci siamo aiutati, ci ha aiutato enormemente il conoscerci e rimanere uniti.





“La Commissione per la Pace considera confermata la “scomparsa forzata” del cittadino uruguayano Ruben Prieto Gonzalez (CI. N. 1.270.898-7), perché ha raccolto elementi di informazione rilevanti che permettono di concludere che:
1)    Fu arrestato il 30 settembre 1976 nella via pubblica – zona del Congresso – a mezzogiorno dalle forze repressive che agirono nell’ambito di un procedimento non ufficiale o non riconosciuto come tale.
2)    E’ stato detenuto nel centro clandestino di detenzione presso la concessionaria di automobili Orletti.
3)    Fu probabilmente “trasferito”, con destinazione finale sconosciuta, prima del 6 ottobre 1976.


Come avete portato avanti la lotta in quanto madri di desaparecidos?

Il gruppo si è formato con le diverse madri che noi incontravamo nei luoghi dove ci fermavamo per le denunce e conoscendoci siamo passati da una lotta individuale ad una lotta di gruppo per tutti i desaparecidos. E’ stata condotta una lotta un po’ solitaria in Uruguay, perché le autorità non accettavano che ci fossero desaparecidos. Di conseguenza la nostra lotta è proseguita sempre molto isolata.

Vuole trasmettere un messaggio per le generazioni presenti e future?
Penso che una madre sia una madre sempre, tiene dentro di sé i suoi figli vivi o morti. Li tiene con sé e li vuole sempre siano come siano. Non dico che mio figlio era cattivo, anzi il contrario. Era un ragazzo buono, buonissimo. Si dava completamente a chiunque avesse bisogno o dava quello che aveva. Pertanto non rinnego in assoluto ciò che è successo. Ma penso che una madre cresca i suoi figli e li desideri avere con sé. Noi non abbiamo potuto avere questa sorte, di tenerli sempre.   





Luisa Cuesta, 84 anni
madre di Nebio Ariel Melo Cuesta

“La Commissione per la Pace ha ritenuto confermate parzialmente le denunce sulla “scomparsa forzata” dei cittadini uruguayani: Winston Cesar Mazzucchi Frantchez (CC. AXB 13843 del Dipartimento di Soriano) e Nebio Ariel Melo Cuesta (CC. MAA 32900 del Dipartimento di Soriano) perché ha raccolto elementi di convinzione rilevanti che permettono di concludere che:
1-    Furono arrestati l’8 febbraio del 1976 alle ore 21.00 nel bar “Tala”, situato nella stazione Belgrano C. (Linea Mitre) della Capitale Federale, da parte delle forze repressive che agirono nell’ambito di un procedimento non ufficiale o non riconosciuto come tale.
2-    Non vi sono indizi sul loro destino successivo, sebbene secondo alcune versioni – non confermate totalmente – sarebbero stati detenuti nel Campo de Mayo”.


Qual è stato il comportamento del potere politico?
Il potere politico ha appoggiato i militari nel suo silenzio. Tutti i governi, anche quello di Battle ha appoggiato i militari nel suo silenzio. Oggi io dico che ancora sono codardi perché sanno di avere la Legge di Caducità che li sta proteggendo, ma non vogliono dare i loro nomi perché non vogliono vedersi segnalati per quello che hanno fatto. Il presidente Battle ha riconosciuto circa 26 desaparecidos mentre noi abbiamo una lista di 227 desaparecidos.

Il potere politico è un potere mafioso coinvolto con queste scomparse?

E’ un’attività mafiosa dello Stato tanto dei militari come dei politici. Tutto è lo Stato. La tristezza è che i nuovi militari che cominciano questa carriera per lo Stato continuano ad assumere le colpe dovendo perdonare chi sta in alto. Però nessuno di questi parla. Molti che non parteciparono certamente sanno ciò che è successo perché lì si commenta tutto come in qualunque altro lavoro. Quindi se uno sa cosa compie il padrone o il compagno accanto, quelli dovrebbero sapere cosa facevano i gerarchi che li comandavano.

Il nuovo governo le dà una speranza affinché questo tema si chiarisca?
Sì, credo di sì. Il futuro Ministro della Difesa ha parlato di cambiamenti nell’esercito. Non sappiamo quali possano essere, ma ha già parlato di cambiamenti, di cambiamenti in chi entrerà nella Scuola Militare e di cambiamenti nell’esercito. Ma vedremo quali saranno questi cambiamenti.

Qual è il messaggio per le generazioni che non sono a conoscenza di queste realtà?
 Il messaggio consiste nel sapere che solo chi ha vissuto questo aberrante delitto conosce il significato della “scomparsa forzata”. Questa persona sa che vuol dire avere qualcuno desaparacido. Cioè è come avere qualcuno che sta con uno e che non c’è mai. Ad un morto uno lo veglia, lo piange molto tempo, però sa che è morto. Così è la vita: nascere e morire. Un desaparecido è qualcuno che è svanito nell’aria. Uno dice: non è più con me e al tempo stesso lo ho con me. Perché deve trovarsi in qualche posto. Non lo vediamo né lo sentiamo, né stiamo con lui. Questa è la “scomparsa forzata” per me.





Mara Martinez, 52 anni, è stata sequestrata nella concessionaria di automobili Orletti, compagna di Jose Hugo Mendez Donadio

“L’Equipe Argentina di Antropologia Forense ha confrontato le impronte dattiloscopiche, consegnate dalla Polizia Tecnica (uruguayana) alla Commissione per la Pace, con quanto registrato nel dossier elaborato al momento del ritrovamento dei due corpi NN. Da queste perizie è risultata la identità dei corpi: si trattava di Hugo Méndez e Francisco Candia”.

Crede che il popolo uruguayano abbia preso coscienza della realtà dei desaparecidos?
Penso di sì. Però noi sentiamo che molti considerano che si tratta di qualcosa del passato. Come se fosse difficile legare le conseguenze che ha avuto la scomparsa forzata alle conseguenze che comporta l’impunità in Uruguay… E intanto non possiamo chiarire questa situazione, rendere evidente chi sono i responsabili con nomi e cognomi, poter separare la paglia dal frumento e far sì che i colpevoli abbiano una condanna sociale.

Il risultato del lavoro realizzato dalla Commissione per la Pace soddisfa ognuna di voi o i familiari?
No, per niente. Il suo lavoro non ci soddisfa. Sono state date più informazioni. E’ stato riconosciuto che lo Stato ha detto che tizio è desaparecido a causa del terrorismo di Stato. Questo è ciò che hanno riconosciuto. Finalmente sono arrivati a questo risultato. Fino ad oggi in Uruguay non avevano fatto nemmeno questo.

Quale riflessione sorge da tutti questi anni di lotta?
Innanzitutto la difficoltà per la società di comprendere cos’è la scomparsa delle persone. La figura del desaparecido. Molta gente dice che sempre ci sono stati desaparecidos perché sempre ci sono state persone morte in battaglia. Non è la stessa cosa. In Algeria furono i francesi ad attuare la pratica dei primi desaparecidos provando qual era la reazione della popolazione algerina nel non riavere più i corpi. Da allora in poi, quando ci sono le guerre, soprattutto non guerre aperte ma piuttosto repressione per cui si tratta di imporre la paura ed il terrore in una società, esistono i desaparecidos. E’ successo in America Latina, in Africa, nei paesi balcanici e questo è ciò che la società tutta a livello mondiale deve combattere.

Cosa pensa dei torturatori? Fanno parte di una mafia politica, di una mafia militare?
Un militare torturatore, credo che si chiami Nino Gabasso, si accostò al Generale Rebollo e gli disse qualcosa del genere, non sono sicura, ma gli disse così: “o mi proteggi o io parlo”. Questa sarebbe in ogni caso una metodologia di mafia. Sono persone che stanno nel potere e che si proteggono reciprocamente.

Mara, l’esperienza di essere stata detenuta nella concessionaria di automobili Orletti, come la consideri a distanza di tanti anni?
Ho avuto fortuna. Sempre ho detto di aver avuto fortuna. Dal punto di vista personale fisico e psichico è stato terrorizzante. Ho avuto momenti di evasione durante i quali mi addormentavo mentre venivano a prendere il mio compagno per torturarlo. Mi svegliavo quando lo portavano distrutto. Perché stavamo sullo stesso materasso. Allora i miei meccanismi di evasione funzionavano molto bene. E’ stato terribile perché in un primo momento intuii che mi liberavano mentre al mio compagno lo avevano ammazzato. Ma pensavo che non era così perché se io restavo viva lui non poteva essere morto, altrimenti non mi avrebbero liberata. Da allora cominciò un gioco con il sì ed il no. E cominciai a delineare la figura del desaparecido. 




E se parlassero i fratelli Orejuela?
a cura di Monica Centofante


Semana: Collaborano con la giustizia i capi del cartello di Cali. In una lista i nomi di politici, avvocati, giudici, magistrati, giornalisti e membri delle Forze Armate corrotti.

Ha destato più di una polemica la notizia, diffusa lo scorso gennaio dal settimanale Semana, della possibile collaborazione con la giustizia dei temibili narcotrafficanti colombiani Gilberto e Miguel Rodriguez Orejuela. I capi del cartello della droga di Cali, che un tempo figuravano come i principali concorrenti del noto Pablo Escobar.
I fratelli Orejuela, recitava l’articolo a firma della giornalista Gloria Congote, “hanno offerto la loro libertà e ciò che resta della loro vita per salvare le proprie famiglie”. Proponendo un negoziato al procuratore federale Marcos Daniel Jimènez, nel corso di un interrogatorio risalente allo scorso 7 dicembre, in presenza del magistrato del tribunale del distretto sud della Florida William Turnoff. Al centro della trattativa William Rodriguez Abadìa, figlio di Miguel, al momento contumace, che secondo gli investigatori della Dea avrebbe ereditato la testa dell’organizzazione nel 1995. Rodriguez Abadìa, reciterebbe l’accordo riportato in cinque pagine di documento, si consegnerà per essere processato negli Stati Uniti e si dichiarerà pronto ad offrire tutte le informazioni in possesso dei capi del cartello di Cali in merito alla corruzione politica e al terrorismo. Mentre, dal canto loro, gli Orejuela sarebbero favorevoli “a dichiararsi colpevoli” delle accuse a loro carico, “accettando senza discutere” “una pena equivalente alla condanna all’ergastolo”, oltre che la confisca dei beni che risultino derivanti dal traffico di droga.
Di contro, la giustizia dovrà impegnarsi a fare in modo che non venga applicata la confisca di appartamenti e case appartenenti ai membri della famiglia, che gli Stati Uniti assicurino per iscritto che non solleveranno accuse nei confronti dei familiari stessi, che vengano dichiarati innocenti, per qualsiasi delitto sia “Drogas La Rebaja” (una ampia rete di farmacie ndr) che “Copservir” (cooperativa di dipendenti azionisti della suddetta rete farmaceutica ndr), un tempo di loro proprietà. “In altre parole – si legge ancora – i membri della famiglia che non abbiano imputazioni e che rimangano a vivere in Colombia o in qualsiasi altra parte del mondo devono avere la garanzia che l’accordo porti alla fine di tutte le minacce di essere incriminati per le condotte passate. Dopodiché se qualcuno di loro violerà le leggi, successivamente alla firma del compromesso, potrà essere accusato formalmente e processato”.
Ancora, i narcotrafficanti avrebbero chiesto la possibilità di ricevere, in qualsiasi momento, le visite dei propri familiari, “Così come la moglie e i figli di William Rodriguez dovranno poter ricevere i visti per rimanere negli Stati Uniti” mentre il proprio caro sconta la pena.
E a spiegare a Semana i termini dell’accordo sarebbe stata una fonte vicina agli Orejuela. La quale avrebbe spiegato  che William consegnerà alla giustizia statunitense un primo “‘elenco della corruzione politica del paese’, nel quale figurano 64 persone fra politici, avvocati, giudici, magistrati, giornalisti ed ex membri delle Forze Armate che hanno lavorato per il cartello di Cali negli ultimi 20 anni”. Tutto “fedelmente provato”, come avrebbe sostenuto uno dei loro assistenti giudiziari. Tanto più che nell’archivio dei Rodriguèz sarebbero conservati migliaia di cassette audio, registrazioni intercettate, video, documenti, assegni e “tutto un inventario che compromette la cerchia di amici e collaboratori a loro più vicini”.
La cosa più interessante è che nessuno di questi nominativi sarebbe di narcotrafficanti e solo in pochi conoscerebbero la grande cantina dove si nascondono le prove. E “se si considera che per il processo ‘8000’ non sono accusate che una ventina di persone, l’offerta dei Rodriguez significherebbe la rivelazione di più di 40 nominativi non collegati fino ad ora al cartello di Cali”.
Informazioni saranno fornite anche sui legami della famiglia con le mafie di Messico, Panamà e Stati Uniti, assicura la fonte di Semana, sulle multinazionali che si prestano al lavaggio di denaro sporco, sulla commercializzazione delle droghe illegali nelle strade di Manhattan.
In quanto al terrorismo, gli Orejuela potrebbero aiutare gli investigatori a fare luce sui grandi casi non risolti della recente storia colombiana. Tra questi la presa del Palazzo di Giustizia, e diversi omicidi come quelli dei candidati alla presidenza Luis Carlos Galàn e Alvaro Gòmez Hurtado.
Non si dichiarerebbero disposti, però, a fornire informazioni su altri narcotrafficanti per il timore di ripercussioni sui propri figli. Con una eccezione: Fernando Henao Montoya, condannato per narcotraffico a 24 anni di prigione da una corte del Distretto Sud di New York. L’eccezione sarebbe dovuta al fatto che FBI e DEA accuserebbero William Rodriguez di aver pianificato, insieme al Montoya,  l’invio di cinque tonnellate di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti via Venezuela e Panamà. A seguito di una riunione svoltasi a Cancun in presenza di “rappresentanti del cartello del nord del Valle, a portavoce del defunto mafioso messicano capo del cartello di Tijuana, Ramòn Arellano Féliz, e ad agenti infiltrati dell’FBI”. La circostanza, per la quale sarebbe già stata chiesta l’estradizione di “William”, sarebbe stata decisamente smentita dalla famiglia per via della nota avversione reciproca tra gli Orejuela e i Montoya. Di questi ultimi faceva parte Orlando (deceduto), capo tanto pericoloso e violento che i Rodriguez Orejuela giunsero ad avere più timore di lui che di Pablo Escobar. Lo si evince da una intercettazione nel corso della quale è Miguel Rodriguez ad affermare che Orlando era “l’unico colombiano più pericoloso di Escobar”.
Per questo gli Orejuela avrebbero insistito: “Confidiamo nel fatto che lei (procuratore ndr) capisca che William è disposto a dichiararsi colpevole nel caso di Miami e a scontare una pena fino a dieci anni di carcere, e che questo non si tratti di un caso in cui qualcuno si stia lamentando solamente per disturbare. Egli nega le accuse di New York e per questo non lo si deve forzare ad accettare la responsabilità per fatti che non ha commesso”.
Ma queste parole, e l’intera notizia riportata su Semana, vengono prontamente smentite, subito dopo la pubblicazione, da José Quiñòn, legale di Gilberto Rodriguez Orejuela. <<L’articolo di Semana è falso – sono state le sue parole – è una completa menzogna>>. E in merito alla possibile denuncia di politici colombiani ha aggiunto: <<questa è l’infamia più volgare che c’è in tutto questo>>.
Dal canto suo la giornalista Gloria Congote conferma la veridicità del documento e l’attendibilità della sua fonte, ma ammette: l’offerta della lista dei nomi dei politici, magistrati, giornalisti che avrebbero collaborato con il cartello di Cali non compare nel documento stesso ma è frutto dell’interpretazione di un avvocato coinvolto nel caso.
E’ ancora mistero, quindi, sulla controversa notizia. Vera? Non vera? Per la risposta si dovrà forse pazientare ed attendere gli eventi anche se non è escluso che già molti abbiano cominciato a tremare.



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I patti segreti
tra il governo Usa
e i narcotrafficanti


di Giorgio Bongiovanni

Avrebbero recentemente dichiarato di voler collaborare con la giustizia i fratelli Rodriguez Orejuela, da sempre ai vertici di uno dei cartelli della droga più grandi e organizzati del mondo, quello di Cali, concorrenti, negli anni ’80 e ’90 del “leggendario” Pablo Escobar. Una notizia che ha già destato violenti polemiche e che, se confermata, potrebbe far tremare più di un politico.
Lo affermiamo con sicurezza noi di ANTIMAFIADuemila dopo aver appreso, da fonti attendibilissime vicine agli Orejuela, che i capi storici del cartello di Cali sarebbero in possesso di informazioni scottanti riguardanti la misteriosa e oscura morte del boss dei boss del cartello di Medellin Escobar. Ucciso nel 1993 dalla polizia antidroga colombiana in collaborazione con quella americana. Secondo la nostra fonte, infatti, quello di Escobar fu un vero e proprio omicidio “mascherato da tentativo di arresto”, reso possibile grazie ad un complotto ordito ai danni del boss in seguito ad un patto segreto stretto tra il governo statunitense e i grandi narcotrafficanti colombiani. L’accordo prevedeva l’eliminazione di Don Pablo, personaggio divenuto ormai scomodo, per lasciare il monopolio assoluto del traffico di cocaina nelle mani dei fratelli Orejuela. In passato oscuri e sinistri personaggi delle istituzioni deviate degli Stati Uniti sarebbero stati addirittura soci del narcotrafficante di Medellin, finanziandolo e servendosi di lui finché possibile. Una volta “bruciato”, si sarebbero rivolti all’unica ala mafiosa concorrente del grande boss, quella, appunto dei fratelli Orejuela. Che ora, se dovessero realmente parlare delle grandi collusioni tra mafia e politica dovrebbero anche rivelare i patti segreti che hanno stretto con il governo americano. Meglio detto: con la Cia, la NSA (National Security Agency) e personaggi ad altissimo livello della politica e della magistratura nordamericana.

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