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Back Sei qui: La rivista Terzo Millennio Terzo Millennio Anno V Numero 1 - 2005 N43

Terzo Millennio

Terzo Millennio Anno V Numero 1 - 2005 N43 - I desaparecidos



I desaparecidos
La lotta delle madri e dei familiari
di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras

Mancando pochi mesi all’insediamento al governo della Repubblica Orientale dell’Uruguay della corrente di sinistra nella persona del Dr. Tabaré Vàzquez, leader di “Encuentro Progresista”, è stato pubblicato il libro A tutti quelli,  una relazione diretta sulle “scomparse forzate” delle centinaia di vittime uruguayane risalenti a circa 30 anni fa.
Come un inevitabile schiaffo morale dato al governo uruguayano attuale, indifferente per anni a tanta sofferenza, è emerso pubblicamente il Rapporto delle Madri e dei Familiari degli Uruguayani Detenuti Desaparecidos.
Nella pubblicazione, il cui prologo è a firma del giornalista Tomàs de Mattos, si parla crudamente di ognuno di quei casi. E questo ci ricorda molto un’altra pubblicazione non meno importante: Mai più dello scrittore Ernesto Sàbato, un rapporto profondo e particolareggiato su quanti soffrirono la tortura e la “scomparsa forzata” nella Repubblica Argentina nel periodo della dittatura.
Nel prologo di  A tutti quelli, Mattos dice: “Niente è più difficile di scrivere un prologo;  soprattutto quando si tratta di un libro di speciale trascendenza e che per giunta include di per sé una introduzione e conclusioni, ambedue scritte da chi mi supera nel vissuto del tema”.
E Mattos lo dice a ragion veduta perché il libro di cui ha curato il prologo, nel quale si approfondisce – senza sotterfugi – il lato oscuro di un periodo della storia dell’Uruguay, contiene orrendi episodi che vanno oltre il modo di concepire di molti uruguayani e forse del lettore stesso, perché questi episodi di vita vissuta – per qualunque persona normale – sono fuori del contesto comportamentale dell’uomo che rispetta la sua stessa vita e di conseguenza quella altrui.
Coloro che hanno vissuto il martirio della “scomparsa forzata”, se si vuole, hanno già raggiunto gli onori che travalicano questi tempi. I loro familiari, gli altri uomini e donne giusti reclamano con impegno ammirabile e ragionevole la punizione di chi si è macchiato dell’orrendo crimine dei desaparecidos. E, ciò che più è importante, reclamano che i colpevoli siano smascherati e resi noti alla società uruguayana attuale, affinché siano segnalati, senza quelle ipocrisie che si alimentano sotto i mantelli del potere, come i responsabili delle violazioni riferite nei dettagli e che si devono ripudiare dentro e fuori dalle frontiere del pianeta e dal tempo dell’esistenza dell’umanità.
In un  passo dell’introduzione del libro A tutti quelli, Mattos si chiede: Chi in sostanza sono i responsabili dei desaparecidos? Solo gli esecutori della loro detenzione? Solo chi diresse l’operazione? O anche coloro che per ragioni di comando  supervisionavano i capi dei commandos? O anche coloro che, dentro e fuori del paese, cospirarono nella congiura del golpe di Stato o lo appoggiarono?
Indubbiamente, e secondo qualunque storico, gli avvenimenti ignominiosi della regione del Cono Sud, conseguenza anche del tenebroso Piano Condor, non furono avvenimenti isolati, come oggi non sono isolate le richieste di giustizia inerenti a quegli accadimenti.
Durante l’amministrazione del Dr. Jorge Battle si pretese di dare una soluzione al grido di giustizia che per anni e stoicamente avevano portato avanti le madri e i familiari dei desaparecidos. Di qui la creazione della Commissione per la Pace il cui lavoro sembrò più disarmonico che armonico, specialmente nel momento delle conclusioni, il momento cruciale che disilluse alcuni e accontentò altri. Sfortunatamente la morte improvvisa in un incidente - pochi anni fa – del sacerdote Lui Pérez Aguirre “Perico” – membro della Commissione e vero garante di coloro che soffrirono l’assenza forzata dei loro cari – lasciò orfani molti, specialmente quelli che guardavano alla Commissione con diffidenza giustificata. Infatti secondo il criterio del suo ideologo – il presidente Battle – la Commissione non era altro che una delle strade per ottenere il perdono per gli artefici ed esecutori di una patetica ed assassina metodologia di lotta. Solo che in quei giorni, e deplorevolmente, questa lotta assumeva un diverso colore in base al partito di appartenenza. Secondo alcuni quei crimini erano giustificati, perché consideravano – erroneamente – che il terrorismo di Stato (o la mafia di Stato) fosse l’unico sentiero percorribile affinché trionfassero le ideologie fasciste, intolleranti e assolutamente antidemocratiche. Per questo molti piansero sconsolati la morte di “Perico”, un chierico dalla forte personalità, umanista, coraggioso, intelligente e impegnato da molto tempo con la sofferenza umana e con le cause giuste. Il giorno seguente all’incidente avvenuto presso le terme di Costa Aul, lungo la Costa Est dell’Uruguay, le madri ed i familiari dei desaparecidos persero un punto di riferimento della Commissione, ma prima di tutto un amico, un uomo che aveva sempre compreso profondamente la lotta di queste donne che settimanalmente e per anni si riunivano nella piazza di Montevideo portando le foto ingrandite dei loro figli desaparecidos, reclamando con semplicità la punizione per i colpevoli.
I destini di molti cittadini uruguayani – circa trent’anni fa – sono stati sigillati con il sapore amaro della morte nell’anonimato più perverso. Però non meno perversi furono coloro che pretesero di coprire tali aberrazioni con il mantello dell’impunità nel nome di uno Stato che non necessariamente rappresentava la maggioranza popolare. Un contesto molto urticante per alcuni e benvenuto per altri.
Nella eterna lotta delle ideologie i loro rispettivi militanti in questo momento devono assimilare una nuova realtà: il cambio di governo, l’addio alle vecchie strutture, tradizionali per eccellenza, che hanno calpestato i diritti umani ed oltraggiato coloro che qualche volta hanno combattuto per gli ideali di giustizia e che non solo non furono ascoltati, ma per di più furono torturati, violentati, umiliati e ciò che più conta – per gli effetti sui loro ambiti familiari - fatti sparire fisicamente, ma non ideologicamente.
Non invano e con la sincerità che caratterizza questo tipo di relazioni scritte, nella parte introduttiva del libro A tutti quelli Mattos sottolinea: “Chi apre e scorre le pagine del libro non dovrà inventare le disgrazie altrui sofferte nel passato. Queste disavventure incombono su tutti noi e continuano a far sentire il loro peso nel nostro presente. D’altra parte, chi legge, se cerca risposte, le troverà sempre insoddisfacenti. Secondo me la lettura del libro è inevitabile, perché a partire da ogni disgrazia ci incalzeranno le uniche domande che tutta la atrocità perpetrata da esseri umani contro esseri umani può porre. Senza dubbio seguiteremo nella lettura chiedendo: chi e dove portò i desaparecidos, perché, come può essere successo tra noi? Ma, soprattutto, e questo è ciò che in definitiva importa, questo libro ci chiederà, esigendo da noi la ricerca di una risposta vera: quando e come perdemmo di vista la nostra basilare condizione di esseri sociali? Come è potuto accadere che accettammo la nostra disumanizzazione? Dove andarono a finire i principi, la cultura, la preoccupazione centrale per le persone, per il bene comune? Potremo, sapremo, vorremo rispondere?”



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... “La speranza di ogni giorno e la disperazione di ogni giorno...”


“Vivevo nella parte interna del paese, a Mercedes. Sono stata arrestata dalle Misure di Sicurezza, quando nel febbraio del 1976 giunse a casa mia la sorella di mia nuora. Lei l’aveva chiamata per telefono affinché mi avvisasse che mio figlio stava male a Buenos Aires e che io andassi a trovarlo. Io in verità pensai che non era vero, che mio figlio non stava male, ma che lo avevano arrestato”.
“Per me andare a Buenos Aires era andare in un luogo sconosciuto dove non ero mai stata. Quando venivo a Montevideo non potevo andare in giro da sola perché mi perdevo! Questo per me fu terribile. Sapere che dovevo andare a Buenos per vedere quello che succedeva…Già  mi immaginavo che mio figlio era carcerato. Partii da Mercedes diretta all’Aeroporto di Carrasco dove si trovava la sorella di mia nuora che mi aspettava con il biglietto. Salii la scaletta dell’aereo e cominciò la mia tragedia”.
“Mio figlio è stato in carcere in Uruguay dalla metà del ’72 fino alla fine del ’73. Poiché non si sentiva sicuro nel paese, si recò a Buenos Aires. Noi lo visitavamo, senza dubbio, ma un giorno ci giunse un avviso secondo cui figurava in una lista di desaparecidos in Argentina”.
“Nella stessa lista nella quale figurava mio figlio come desaparecido e sotto la stessa data vi era anche il nome della sua compagna. A partire da quel momento sapemmo cosa significava essere familiari di un desaparecido: la disperazione di non lasciare mai la casa senza nessuno nel caso che giungesse qualche chiamata telefonica; la speranza di ogni giorno e la disperazione di ogni giorno; una disperazione che veniva dalle viscere; una impotenza; una pazzia; una angoscia di morte. Per molto tempo non abbiamo pensato che potesse trattarsi di qualcosa di definitivo”.
“In Uruguay c’era una totale ignoranza dell’argomento. Noi, ad imitazione delle madri di Plaza de Mayo, provammo a organizzare riunioni nelle piazze con fazzoletti bianchi sulla testa. Eravamo così poche che ispiravamo commiserazione. In quegli anni la gente che ci vedeva ferme in piazza non capiva il perché, non aveva la minima idea dell’esistenza delle “scomparse forzate”. Nessuno capiva chi eravamo né che facevamo. Dopo le fugaci apparizioni nelle piazze ci recammo presso una chiesa con uno striscione con le foto dei nostri familiari e la gente si chiedeva chi fossimo. Credevano che le foto ritraessero dei santi. In un’altra occasione, quando giunse il Cardinale cileno Silva Henriquez, ci presentammo con il nostro striscione ad una riunione in cui questi si trovava. Lì alcune persone ci chiesero se si trattava degli uruguayani caduti sulla Cordigliera delle Ande in un incidente aereo. Quella era la prova dell’ignoranza di quello che accadeva nel paese da parte della società”.
“La Commissione per la Pace lavorò con i dati portati dai “Familiari”. Il Presidente Jorge Battle in un’occasione ci disse: “Io non voglio propiziare un’altra Norimberga, non voglio propiziare una divisione del popolo uruguayano”. Allora, che resta da fare?… Non lo so. So solo che devo continuare a lottare. So che i miei figli, dovunque siano, staranno vegliando su di me, staranno vegliando su tutte le madri dei loro compagni e staranno vegliando affinché non veniamo meno in questa lotta. E non lo faremo. Perché loro si meritano il meglio di noi. Le nostre ansie, i nostri desideri. Pensiamo che inseguiremo la verità, perché vogliamo sapere cosa è successo loro. Ora tutti più o meno abbiamo un’idea. E’ finito il dire: <<Vivi li presero, vivi li rivogliamo>>. No. Vogliamo avere i loro resti, vogliamo sapere: Come? Perché? Quando? Chi? Dove? Tutto questo deve accadere, tutto questo deve venire alla luce, dobbiamo saperlo, dobbiamo ottenere giustizia e allora vivremo in pace”.

(Testimonianza estrapolata dalla relazione A tutti quelli).







LA VOCE DELLE MADRI


Recentemente, a Montevideo, abbiamo incontrato quattro madri di desaparecidos. Ognuna di loro fa parte di una storia di vita. Della sua vita. Ognuna, sebbene unita alle altre madri, ha la sua sofferenza, i suoi ricordi, i suoi fantasmi. Perché hanno vissuto nella propria carne, in solitudine, gli effetti di una “scomparsa forzata”. Riportiamo i rispettivi rapporti della Commissione per la Pace, estrapolati dal libro A tutti quelli, recensendo inoltre l’opinione di ogni madre.



Amalia Gonzalez, 72 anni
madre di Luis Eduardo Gonzalez

“1- La Commissione per la Pace considera confermata la denuncia della “scomparsa forzata” del cittadino uruguayano Luis Eduardo Gonzalez Gonzalez (CI. 1.295.632), perché ha raccolto elementi di convinzione coincidenti e rilevanti che permettono di concludere che:

a-    Luis Eduardo Gonzalez Gonzalez fu arrestato presso la sua casa sita in via Scosería n. 2556 ap. 701 il giorno 13 dicembre 1974, intorno alle due del mattino da personale in divisa che si identificò come appartenente alle Forze Congiunte e che compì la fase operativa della cattura utilizzando veicoli ufficiali.
b-    L’arrestato fu trasportato insieme alla sua sposa presso il Reggimento n.6 della Cavalleria, dove fu sottoposto a intense torture. Morì in detta unità militare in conseguenza delle torture patite il 26 dicembre 1974.
c-    Come in altri diversi casi, posteriormente al suo decesso, fu diffusa la versione della sua fuga dalla caserma militare dove era detenuto, sollecitando la sua cattura con un comunicato stampa.

2- I suoi resti – secondo l’informazione ricevuta – sarebbero stati in un primo momento interrati presso il Battaglione 14 di Toledo e successivamente riesumati sul finire del 1984, cremati e sparsi sul Rio de la Plata”.


Come hanno risposto alla vostra lotta i governi precedenti?

Dobbiamo dire che non abbiamo ottenuto nessuna cooperazione dai governi precedenti. Non ci hanno nemmeno ricevuti quando abbiamo chiesto dei colloqui. Né Lacalle, né Sanguinetti ci hanno mai ricevuti… Poiché il governo non aveva assunto nessuna posizione, per la gente era difficile credere a ciò che stava succedendo.

Qual è la sua riflessione su tutti questi avvenimenti?
Quello che ho vissuto, quello che abbiamo passato per questo… sappiamo il tormento che è stato l’aver vissuto, percorrere tante strade cercando un figlio senza trovare mai una risposta. L’aver visto la casa circondata da militari armati di mitra come se stessero cercando un delinquente. Dico che, nonostante l’orrore che ci è toccato vivere tutti questi anni e con tanta amarezza, abbiamo ottenuto anche cose buone come lo è stato il gruppo familiare. Mara ha detto bene: tra di noi ci siamo aiutati, ci ha aiutato enormemente il conoscerci e rimanere uniti.





“La Commissione per la Pace considera confermata la “scomparsa forzata” del cittadino uruguayano Ruben Prieto Gonzalez (CI. N. 1.270.898-7), perché ha raccolto elementi di informazione rilevanti che permettono di concludere che:
1)    Fu arrestato il 30 settembre 1976 nella via pubblica – zona del Congresso – a mezzogiorno dalle forze repressive che agirono nell’ambito di un procedimento non ufficiale o non riconosciuto come tale.
2)    E’ stato detenuto nel centro clandestino di detenzione presso la concessionaria di automobili Orletti.
3)    Fu probabilmente “trasferito”, con destinazione finale sconosciuta, prima del 6 ottobre 1976.


Come avete portato avanti la lotta in quanto madri di desaparecidos?

Il gruppo si è formato con le diverse madri che noi incontravamo nei luoghi dove ci fermavamo per le denunce e conoscendoci siamo passati da una lotta individuale ad una lotta di gruppo per tutti i desaparecidos. E’ stata condotta una lotta un po’ solitaria in Uruguay, perché le autorità non accettavano che ci fossero desaparecidos. Di conseguenza la nostra lotta è proseguita sempre molto isolata.

Vuole trasmettere un messaggio per le generazioni presenti e future?
Penso che una madre sia una madre sempre, tiene dentro di sé i suoi figli vivi o morti. Li tiene con sé e li vuole sempre siano come siano. Non dico che mio figlio era cattivo, anzi il contrario. Era un ragazzo buono, buonissimo. Si dava completamente a chiunque avesse bisogno o dava quello che aveva. Pertanto non rinnego in assoluto ciò che è successo. Ma penso che una madre cresca i suoi figli e li desideri avere con sé. Noi non abbiamo potuto avere questa sorte, di tenerli sempre.   





Luisa Cuesta, 84 anni
madre di Nebio Ariel Melo Cuesta

“La Commissione per la Pace ha ritenuto confermate parzialmente le denunce sulla “scomparsa forzata” dei cittadini uruguayani: Winston Cesar Mazzucchi Frantchez (CC. AXB 13843 del Dipartimento di Soriano) e Nebio Ariel Melo Cuesta (CC. MAA 32900 del Dipartimento di Soriano) perché ha raccolto elementi di convinzione rilevanti che permettono di concludere che:
1-    Furono arrestati l’8 febbraio del 1976 alle ore 21.00 nel bar “Tala”, situato nella stazione Belgrano C. (Linea Mitre) della Capitale Federale, da parte delle forze repressive che agirono nell’ambito di un procedimento non ufficiale o non riconosciuto come tale.
2-    Non vi sono indizi sul loro destino successivo, sebbene secondo alcune versioni – non confermate totalmente – sarebbero stati detenuti nel Campo de Mayo”.


Qual è stato il comportamento del potere politico?
Il potere politico ha appoggiato i militari nel suo silenzio. Tutti i governi, anche quello di Battle ha appoggiato i militari nel suo silenzio. Oggi io dico che ancora sono codardi perché sanno di avere la Legge di Caducità che li sta proteggendo, ma non vogliono dare i loro nomi perché non vogliono vedersi segnalati per quello che hanno fatto. Il presidente Battle ha riconosciuto circa 26 desaparecidos mentre noi abbiamo una lista di 227 desaparecidos.

Il potere politico è un potere mafioso coinvolto con queste scomparse?

E’ un’attività mafiosa dello Stato tanto dei militari come dei politici. Tutto è lo Stato. La tristezza è che i nuovi militari che cominciano questa carriera per lo Stato continuano ad assumere le colpe dovendo perdonare chi sta in alto. Però nessuno di questi parla. Molti che non parteciparono certamente sanno ciò che è successo perché lì si commenta tutto come in qualunque altro lavoro. Quindi se uno sa cosa compie il padrone o il compagno accanto, quelli dovrebbero sapere cosa facevano i gerarchi che li comandavano.

Il nuovo governo le dà una speranza affinché questo tema si chiarisca?
Sì, credo di sì. Il futuro Ministro della Difesa ha parlato di cambiamenti nell’esercito. Non sappiamo quali possano essere, ma ha già parlato di cambiamenti, di cambiamenti in chi entrerà nella Scuola Militare e di cambiamenti nell’esercito. Ma vedremo quali saranno questi cambiamenti.

Qual è il messaggio per le generazioni che non sono a conoscenza di queste realtà?
 Il messaggio consiste nel sapere che solo chi ha vissuto questo aberrante delitto conosce il significato della “scomparsa forzata”. Questa persona sa che vuol dire avere qualcuno desaparacido. Cioè è come avere qualcuno che sta con uno e che non c’è mai. Ad un morto uno lo veglia, lo piange molto tempo, però sa che è morto. Così è la vita: nascere e morire. Un desaparecido è qualcuno che è svanito nell’aria. Uno dice: non è più con me e al tempo stesso lo ho con me. Perché deve trovarsi in qualche posto. Non lo vediamo né lo sentiamo, né stiamo con lui. Questa è la “scomparsa forzata” per me.





Mara Martinez, 52 anni, è stata sequestrata nella concessionaria di automobili Orletti, compagna di Jose Hugo Mendez Donadio

“L’Equipe Argentina di Antropologia Forense ha confrontato le impronte dattiloscopiche, consegnate dalla Polizia Tecnica (uruguayana) alla Commissione per la Pace, con quanto registrato nel dossier elaborato al momento del ritrovamento dei due corpi NN. Da queste perizie è risultata la identità dei corpi: si trattava di Hugo Méndez e Francisco Candia”.

Crede che il popolo uruguayano abbia preso coscienza della realtà dei desaparecidos?
Penso di sì. Però noi sentiamo che molti considerano che si tratta di qualcosa del passato. Come se fosse difficile legare le conseguenze che ha avuto la scomparsa forzata alle conseguenze che comporta l’impunità in Uruguay… E intanto non possiamo chiarire questa situazione, rendere evidente chi sono i responsabili con nomi e cognomi, poter separare la paglia dal frumento e far sì che i colpevoli abbiano una condanna sociale.

Il risultato del lavoro realizzato dalla Commissione per la Pace soddisfa ognuna di voi o i familiari?
No, per niente. Il suo lavoro non ci soddisfa. Sono state date più informazioni. E’ stato riconosciuto che lo Stato ha detto che tizio è desaparecido a causa del terrorismo di Stato. Questo è ciò che hanno riconosciuto. Finalmente sono arrivati a questo risultato. Fino ad oggi in Uruguay non avevano fatto nemmeno questo.

Quale riflessione sorge da tutti questi anni di lotta?
Innanzitutto la difficoltà per la società di comprendere cos’è la scomparsa delle persone. La figura del desaparecido. Molta gente dice che sempre ci sono stati desaparecidos perché sempre ci sono state persone morte in battaglia. Non è la stessa cosa. In Algeria furono i francesi ad attuare la pratica dei primi desaparecidos provando qual era la reazione della popolazione algerina nel non riavere più i corpi. Da allora in poi, quando ci sono le guerre, soprattutto non guerre aperte ma piuttosto repressione per cui si tratta di imporre la paura ed il terrore in una società, esistono i desaparecidos. E’ successo in America Latina, in Africa, nei paesi balcanici e questo è ciò che la società tutta a livello mondiale deve combattere.

Cosa pensa dei torturatori? Fanno parte di una mafia politica, di una mafia militare?
Un militare torturatore, credo che si chiami Nino Gabasso, si accostò al Generale Rebollo e gli disse qualcosa del genere, non sono sicura, ma gli disse così: “o mi proteggi o io parlo”. Questa sarebbe in ogni caso una metodologia di mafia. Sono persone che stanno nel potere e che si proteggono reciprocamente.

Mara, l’esperienza di essere stata detenuta nella concessionaria di automobili Orletti, come la consideri a distanza di tanti anni?
Ho avuto fortuna. Sempre ho detto di aver avuto fortuna. Dal punto di vista personale fisico e psichico è stato terrorizzante. Ho avuto momenti di evasione durante i quali mi addormentavo mentre venivano a prendere il mio compagno per torturarlo. Mi svegliavo quando lo portavano distrutto. Perché stavamo sullo stesso materasso. Allora i miei meccanismi di evasione funzionavano molto bene. E’ stato terribile perché in un primo momento intuii che mi liberavano mentre al mio compagno lo avevano ammazzato. Ma pensavo che non era così perché se io restavo viva lui non poteva essere morto, altrimenti non mi avrebbero liberata. Da allora cominciò un gioco con il sì ed il no. E cominciai a delineare la figura del desaparecido. 

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