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Back Sei qui: La rivista Terzo Millennio Terzo Millennio Anno V Numero 1 - 2005 N43

Terzo Millennio

Terzo Millennio Anno V Numero 1 - 2005 N43 - Paraguay,nella morsa del malaffare



Paraguay, nella morsa del malaffare

Cronaca della morte di Salvador Medina

di Giorgio Bongiovanni

Il cinque gennaio 2001 alle ore 20,00 in una strada sterrata nei pressi di Capiibary, una località del distretto di San Pietro in Paraguay il presidente della “Radio Comunitaria ñemity” Salvador Medina, portavoce di una vera e propria campagna contro il sistema di corruzione del suo Paese, viene ucciso in un agguato.
Dietro l’omicidio del giovane cronista si intravedono sin dall’inizio le ragioni.
Compiuta per mano di un criminale locale la sua scomparsa sarebbe stata decretata, secondo le prime indagini, da un accordo tra diversi poteri che nel territorio di San Pietro esercitavano la loro autorità economica caratterizzando uno stato sociale di povertà e oppressione culturale.
Salvador Medina, promotore di una lotta educativa a favore dei “campesinos”, attraverso i microfoni della sua emittente radiofonica denunciava lo stato di abbandono in cui versavano le famiglie degli agricoltori locali, impoveriti dalla scarsa economia dei loro raccolti e privati dei diritti dell’educazione scolastica del quale godeva invece il ceto superiore. La sua voce riecheggiava in tutta la zona raccogliendo i consensi e l’appoggio della popolazione locale.  
La sera del 5 gennaio 2001 Salvador Medina in sella alla sua moto rientrava a casa con il fratello Gaspar, anche lui giornalista e operatore nella stessa Radio. Dopo qualche compera in città i due ragazzi avrebbero mangiato assieme come avveniva di solito, ma  questa volta ad attenderli dietro un cespuglio c’era un uomo armato col passamontagna. Milciades  Mailyn questo è il suo nome, un ragazzo di soli vent’anni con già alle spalle dei precedenti penali. Un colpo a bruciapelo sparato dritto al cuore e a Salvador Medina restava solo il tempo di guardare il volto coperto del suo assassino e di domandargli il “perché”.
«L’assassino continuava a sparare - ha raccontato Gaspar, sopravvissuto all’agguato - il suo obiettivo era di concludere il lavoro uccidendo entrambi. Ci trascinammo solo per qualche metro, cercammo una via di fuga correndo per un breve tratto ma ormai le forze avevano lasciato mio fratello, “sto morendo - mi disse -  … mi hanno sparato al cuore”».
Gaspar cercò un aiuto ma da quel momento in poi una serie di strane coincidenze lo indussero a pensare che l’omicidio di suo fratello fosse stato organizzato da alcuni gruppi di potere del distretto di San Pietro rientrando così in un quadro criminale più complesso.
Forse una morte necessaria, autorizzata da quella “zona grigia” in cui gli interessi della mafia  spesso convergono con quelli di certi personaggi corrotti legati al mondo della politica.  
«Dopo venti minuti – continua Gaspar - era arrivata una sola pattuglia della polizia rassicurandomi
che altri agenti nel frattempo “coprivano”  tutti i “punti” strategici per evitare la fuga dell’assassino». Ma in realtà le cose andarono diversamente. Il commissariato quel giorno era in festa per una raccolta fondi a favore dell’avanzamento del distretto di polizia, solo due agenti quella sera erano di guardia e le pattuglie erano pressoché disperse. Un comportamento che da subito insospettì i familiari di Salvador Medina. Chiunque avesse voluto uccidere il giovane figlio giornalista lo avrebbe fatto con l’inoffensività della polizia.
Salvador Medina era un ragazzo molto coraggioso, la radio per lui era un mezzo per aiutare il suo popolo ad uscire dalla cultura oppressiva mafiosa che da qualche tempo si era radicata a Capiibary, la sua città. Nato da una famiglia di “campesinos” il giovane ragazzo migrò insieme ai suoi genitori dal Dipartimento di “Caaguazù” a quello di San Pietro in cerca di una terra da coltivare. Come molte altre famiglie si dovettero adattare a una regione molto povera soffrendo l’isolamento, la mancanza d’acqua, di luce, di medicinali e di educazione e quant’altro possa offrire una terra tra le più inospitali del Paraguay .
Insieme ad altri giovani del “campo” fu costretto a trasferirsi nella capitale per cercare un lavoro che gli permettesse di frequentare una scuola. Grazie alla tenacia e al suo spirito di sacrificio riuscì  ad iscriversi alla Facoltà di Diritto dell’Università Nazionale. Si unii alla lotta degli universitari di Asuncion vivendo per tre anni nella residenza universitaria Tegohá del Ceunira “Centro de Estudiantes Universitarios del Interior Residentes in Asuncion” dove si forgiò come dirigente della lotta per la riforma Universitaria. Attraverso questa esperienza Medina acquisì una ricca conoscenza della realtà sociale del Paese, condividendo le storie di moltissimi giovani provenienti da differenti località del Paraguay. Qui iniziò il suo lavoro di giornalista, attraverso i microfoni della Radio Comunitaria Koe Pyahù. Buon conoscitore della lingua locale guarnì, apriva il suo programma alle 5.30 della mattina è già da quelle ore proponeva  ai giovani della città di San Lorenzo musica paraguayana e discussioni sulla realtà nazionale. Il suo spazio al network era caratterizzato da una profonda elaborazione della storia e della cultura del suo popolo cercando di diffondere la conoscenza delle loro radici. Partecipò attivamente alla mobilitazione della “Rete delle Radio Popolari” in difesa dei diritti e della libertà di espressione della società civile. La sua voce divenne presto un ponte tra la realtà della campagna e la città. Era un critico del sistema sociale economico e politico vigente nel Paese e credeva nella necessità di scambi interculturali per migliorare la qualità di vita degli agricoltori.
Medina sosteneva dai suoi microfoni la costruzione di una nuova società sorretta dai valori di solidarietà, tolleranza e giustizia contro la violazione dei diritti umani e la disuguaglianza.
In un’intervista sulle cause della sua morte il Vescovo di San Pietro, Monsignor Fernando Lugo considerato uno dei Vescovi più critici del suo Paese ha riferito della grave situazione in cui versavano varie località della regione. Il prelato analizzando quale potesse essere il mandante della morte di Medina ha osservato che ci sarebbero «territori dove gli omicidi vengono eseguiti su raccomandazione dalla mafia locale» il cui costo partirebbe da 200.000 guaranì in su (1 US$ è uguale a circa 6000 gs). Inoltre nella diocesi del religioso ci sarebbero delle zone intere dominate dai criminali locali definite «zone rosse» a causa delle quali la comunità di Capiibary risulterebbe fortemente compromessa, seguita da quelle di Yryvu Cùa, Resquin e Lima. Si tratta, ha continuato Monsignor Lugo, di regioni  «fortemente influenzate dai coltivatori di Marijuana che dalla zona di Amambay, al confine con il Brasile, si sarebbero insediati in Sudamerica arrivando fino al dipartimento di San Pietro».
Lo stato di terrore diffuso da questi gruppi criminali ha indotto la popolazione a un rigoroso “código del silenzio” secondo cui alla gente sarebbe proibito vedere, ascoltare e parlare più del necessario. Chi volesse sporgere denuncia non avrebbe nessuna protezione da parte delle autorità, mentre i trafficanti mafiosi godrebbero dell’appoggio di uomini potenti e collusi inseriti all’interno degli apparati giudiziari, del settore pubblico amministrativo e della Polizia.
«In questi ultimi 5 anni  – afferma il giornalista Mariano Godoy – la comunità di Capiibary si è trovata in preda a delinquenti che operano impunemente in questa Regione, generando grossi disagi economici tra la gente locale fino a determinare  in molte occasioni il loro esodo».
Secondo le testimonianze dunque la mafia in queste regioni del Paraguay opererebbe indisturbata sotto la copertura di personaggi influenti legati perlopiù al “Partido Colorado”.
Alcune di queste autorità riceverebbero delle grosse tangenti derivate dai proventi del traffico illegale di legname estratto dalla Riserva Forestale del Ministero dell’Agricoltura (ultimamente nominato Parco Forestale). In questo contesto risulterebbero inquadrati gli interessi di una famiglia molto potente a Capiibary, la famiglia Franco. Il traffico dal Parco del Ministero si sarebbe svolto grazie all’influenza politica del governo di Luis Gonzales Macchi, con il benestare dell’ex presidente del “Partido Colorado” Bader Rachid Lichi. «Ben presto la riserva di Stato – racconta la gente locale - si è convertita in una proprietà privata della Fam. Franco, grazie alla quale Justo avrebbe finanziato la sua carriera politica».
«Lo status creatosi a Capiibary – prosegue ancora il Vescovo di San Pietro Fernando Lugo – è di estrema gravità. La lotta per il controllo totale del mercato di legname e di marijuana genera uno stato di terrore in queste province e la morte di Salvador Medina non può essere analizzata fuori da questo contesto giacché perderebbe il suo valore».
In effetti le inchieste del giornalista su radio Ñemity risultavano molto accurate, contraddistinte da fatti, opinioni, nomi e cognomi dei faccendieri. Salvador Medina andava contro il potere corrotto del suo Paese e le sue indagini venivano pubblicate anche nel giornale nazionale ABC Color da suo fratello maggiore Pablo Medina, corrispondente del periodico.
Per questi fatti, la morte del giornalista di Capiibary troverebbe la sua più logica spiegazione.
Le indagini degli inquirenti in effetti riscontrarono fin da subito un coinvolgimento diretto e indiretto di più persone tra cui la potente famiglia di Justo Franco.
Ex Presidente della “Seccional Colorada” e uomo forte di governo, Justo Franco cercò in tutti i modi di nascondere e “coprire” uno dei suoi figli, Luis Alberto Franco di 18 anni, accusato dal giudice Silvio Flores di aver occultato l’arma del delitto.
Il 16 ottobre 2001, dopo nove mesi di indagini un Tribunale di Curugaty condannò Milciades Maylin, appartenente al gruppo di delinquenti additati da Salvador Medina, a venticinque anni di carcere per aver ucciso il giornalista. I presunti autori morali del delitto, Luis Alberto Franco proprietario dell’arma con la quale si commise il crimine, Timoteo Cáceres, direttore della scuola dove lavorava il giornalista anche lui vicino al Partido Colorado e Daniel Inciso Marilin, furono assolti per mancanza di prove.
Nonostante Justo Franco apparisse in qualche modo legato all’omicidio di Salvador Medina e sempre più immischiato con il traffico illegale del Parco Nazionale del Ministero, la sua influenza politica sarebbe stata comunque determinante a mantenerlo fuori dalle indagini giudiziarie. Ma non è tutto.Un mese dopo l’assassinio di Salvador Medina, la mattina del 7 febbraio 2001 alcuni membri del “Clan Franco” furono sorpresi e arrestati mentre trasportavano un carico illegale di tronchi estratti dalla “Riserva Forestal”. Il camion attraversava il territorio che unisce i distretti di Mbutuy e Capiibary. Alla guida del mezzo furono trovati l’altro figlio di Justo Franco, Nelson Anibal Franco Meza (24 anni) e suo nipote Pedro Franco Esquivel (32 anni).
La giustizia stava arrecando a Justo Franco non pochi disagi. La sua ira si scatenò dai microfoni di radio Ñemity (che nel frattempo era passata al nuovo direttore Miguel Gonzáles) contro la famiglia Medina che per un periodo di tempo fu costretta a rifugiarsi in una località nei pressi della capitale. 
Dopo la morte di Salvador infatti, radio Ñemity cambiò gestione prestandosi a una vera e propria campagna di dissuasione sulle ragioni che avevano portato all’omicidio facendolo così rientrare in un quadro di comune criminalità.
L’informazione libera che il giornalista di Capiibary proponeva attraverso il suo piccolo network e quella che altri giornalisti paraguayani uccisi o minacciati di morte cercavano di offrire, hanno evidentemente trovato l’ostilità di una terra assoggettata al potere malavitoso. Una morsa da cui la popolazione non riesce ad uscire, dal momento che anche gli organi statali sono spesso vincolati alle organizzazioni del malaffare.   
La morte di Salvador Medina «non è una morte e basta – afferma il dott. Amado Romero,  avvocato della famiglia Medina, della rete delle Radio Popolari del Paraguay e del sindacato dei giornalisti del Paraguay (SPP) - ma è la perdita di una voce che cercava di costruire una migliore qualità di vita per tutta la sua comunità. […] tutte le società hanno diritto di evolvere per migliorare le proprie condizioni di vita. Queste condizioni hanno inizio con le denunce contro i crimini della società. La mancanza di volontà politica per cercare di chiarire il crimine è un circuito perverso al quale non ci si può rassegnare.»



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Informazioni Generali sul Paraguay


Superficie
406.752 km2
Capitale
Asunción (513.000 abitanti)
Altre città principali
Ciudad del Este (223.000 ab.)
San Lorenzo (203.000 ab.)
Luque (170.000 ab.)
Capiatà (154.000 ab.)
Lambaré (120.000 ab.)
Popolazione
5.800. 000 abitanti (stima 2002)
Lingua
Le lingue ufficiali del Paese sono lo Spagnolo e il Guaraní.
Religione
Cattolica (90%); minoranze protestanti.
Moneta
La moneta paraguaiana è il Guaraní. Il tasso di cambio al 15 marzo 2004 è di 7.342,24 Guaraní per 1 Euro; 5.980 Guarani per 1 US$.
Capo di Stato e di Governo
Nicanor Duarte Frutos
Pena di morte
Abolizionista di tutti i reati



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Storia dell’indipendenza Paraguayana


Nel 1813 il Paraguay si dichiara indipendente, erigendosi a repubblica, sotto il dittatore J. G. Rodríguez Francia, che lotta strenuamente contro gli argentini che minacciano la libertà del nuovo stato. A lui succede il nipote C. A. Lopez, seguito dal figlio di questi F. S. Lopez (1862), che si trova a dover fronteggiare Brasile, Argentina e Uruguay, coalizzati contro il Paraguay.
Tra il 1864 e il 1870 il Paese deve combattere nella Guerra della Triplice Alleanza (Argentina, Brasile e Uruguay); la guerra si risolve in una catastrofe, in cui perdono la vita l'80% della popolazione maschile, compreso lo stesso Lopez.
Le condizioni di pace sono durissime: molti territori passano all'Argentina, mentre il Brasile occupa militarmente il Paraguay fino al 1876.
Tuttavia, la discordia tra i vincitori, permette al Paraguay di mantenere la propria indipendenza; questi fatti favoriscono il sorgere di una classe di ricchi proprietari terrieri, appoggiati dai militari colorado del generale Caballero, in lotta con i liberali radicali, che conservano il potere fino al 1904.
In quell'anno, il generale Ferreira, porta al governo i liberali. Segue un periodo di continui colpi di stato, che terminano con l'arrivo al potere di E. Ayala.
Nel 1928 scoppia una guerra con la Bolivia per il possesso del Chaco Boreal, che si conclude con l'intervento di alcuni paesi latino-americani e degli USA; il trattato di pace del 1938 lascia alla Bolivia un corridoio per lo sbocco sul fiume Paraguay.
Deposto Ayala, il paese torna ai disordini, che finiscono con la dittatura di J. F. Estigarribia, che promulga la nuova costituzione.
Il suo successore, H. Morinigo instaura un regime di terrore contro cui si schierano tutti i partiti nazionali. Rimosso nel 1948, eredita il suo posto il colorado G. Chávez.
Tra il 1954 e il 1989 il Paraguay è sottoposto alla dittatura militare del generale Alfredo Stroessner.
Solo nel 1993 si tengono le prime elezioni democratiche.
Nel 1996 si cerca di ritornare all’antico regime col fallito colpo di stato del generale Oviedo.
A marzo del 1999 l'ex capo dell'esercito e candidato alla presidenza Lino Oviedo viene condannato a 10 anni di carcere da un Tribunale militare straordinario per il tentato colpo di stato del 1996, contro il presidente Juan Carlos Wasmosy. La sentenza viene confermata ad aprile dello stesso anno dalla Corte Suprema di Giustizia che degrada con disonore l'ex generale Oviedo interdicendolo da ogni possibile incarico elettivo. Il suo candidato alla vicepresidenza, Raúl Cubas Grau, prende il suo posto come primo candidato del partito Colorado e a maggio vince le elezioni presidenziali.
Tre giorni dopo il suo insediamento in agosto il presidente Cubas promulga il decreto legge 117, che riduce i 10 anni di carcere inflitti a Oviedo a tre mesi e ne dispone l'immediato rilascio con la motivazione che la condanna era già stata scontata. A dicembre la corte suprema dichiara incostituzionale il decreto 117 e ordina che il generale torni in carcere per scontare interamente la pena. La crisi politica e istituzionale si aggrava quando il presidente Cubas si rifiuta di obbedire. L’ufficiale alla fine dell'anno 1999 è ancora in libertà.
Nel 2000 un nuovo tentativo di colpo di stato di Oviedo.
Nel 2001 decine di militari e poliziotti vengono arrestati dopo il tentativo di colpo di stato avvenuto nel mese di maggio quando carri armati guidati da soldati della prima divisione dell'esercito sparano sul Congresso e conquistano per un breve periodo il quartier generale della polizia ad Asunción Il governo dichiara lo stato di emergenza per 30 giorni e arresta più di 70 militari, agenti di polizia, giornalisti e politici dell'opposizione. Molti sono ritenuti sostenitori dell’ex comandante dell'esercito latitante, Lino Oviedo, responsabile di altri tentativi di colpi di stato e ricercato dalle autorità per l'assassinio del vice presidente Luis Marìa Argaña.
I rappresentanti di Stato tollerano male il contro-potere che rappresentano i mezzi di comunicazione.  Nel 2001 almeno otto giornalisti vengono minacciati e aggrediti, da poliziotti e funzionari.
Nel 2002 vince la presidenza il capo di stato Luis Ángel González Macchi che firma il Protocollo  sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne.
Giungono alle organizzazioni umanitarie continue segnalazioni sui casi di tortura e maltrattamenti contro criminali sospetti, anche minorenni, e un uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza nel corso di manifestazioni e dispute per il diritto alla terra. Il governo si impegna a porre fine all’arruolamento dei minori nelle forze armate. Nel frattempo fanno progressi i procedimenti giudiziari legati ai presunti casi di tortura commessi da decine e decine di membri dell’esercito e della polizia nel maggio 2000, in seguito al fallito colpo di stato.
Il presidente Luis Ángel González Macchi rimane in carica nonostante i numerosi tentativi dell’opposizione di ottenere le sue dimissioni e le grandi manifestazioni contro il suo governo organizzate ad Asunción e in altre città.
Sull’onda degli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti, le forze di sicurezza arrestano circa 17 persone di origine araba. Tre di essi vengono rilasciati, uno invece viene espulso dal Paese ma le Ong temono si tratti di arresti arbitrari a causa della loro etnia. Sui 13 rimasti in carcere pendono accuse legate alla loro condizione di immigrati.
A dicembre dello stesso anno i tribunali brasiliani respingono la richiesta del governo paraguayano per l’estradizione dell’ex generale Lino Oviedo, che nel 1996 aveva guidato un colpo di stato, poi fallito, e che nel 1999 era stato implicato nell’omicidio del vicepresidente Argaña. Nello stesso mese, le autorità giudiziarie del Paraguay chiedono l’estradizione dell’ex generale Alfredo Stroessner, che aveva governato il paese dal 1954 al 1989, per il suo presunto coinvolgimento nel caso di due fratelli torturati e uccisi nel novembre 1974.
A marzo la Commissione interamericana sui diritti umani ha pubblicato il suo terzo rapporto periodico sul Paraguay. A proposito delle violazioni commesse sotto il governo dell’ex generale Stroessner, la Commissione dichiara che «fino ad oggi, la grande maggioranza di quelle violazioni non sono state indagate né punite, né sono state risarcite in qualche modo le vittime di quelle violazioni o i loro congiunti». Il governo del Paraguay rivela di aver progettato un Piano nazionale per la protezione e promozione dei diritti umani, che dovrebbe includere la creazione di una Commissione di verità e giustizia. Ma alla fine dell’anno non era giunta alcuna notizia sull’operatività di tale Commissione.
Il 2003 è segnato dall’instabilità politica e dalla repressione da parte delle forze di sicurezza delle proteste pubbliche contro le politiche economiche del governo e dalla richiesta di dimissioni del presidente Luis Ángel González Macchi. Vi sono state inoltre manifestazioni contro i piani di privatizzazione e la proposta di legge anti-terrorismo, la quale dà una definizione vaga di terrorismo, sollevando il timore che possa essere utilizzata per reprimere il diritto legittimo alla protesta dei sindacati, delle organizzazioni dei contadini e di altri.
Nel frattempo continua la campagna dei sostenitori del generale Lino Oviedo, attualmente in esilio, per ottenere la revoca della sentenza di 10 anni di reclusione inflittagli per il ruolo svolto nel tentativo di golpe del 1996, secondo la tesi che i procedimenti giudiziari a suo carico sarebbero stati viziati.
Fuggito prima nell'Argentina di Menem e poi in Brasile, dove era stato accolto come rifugiato politico, in questi anni l'ex generale non ha risparmiato i gesti clamorosi come quello di comparire, nell'agosto scorso (nonostante il mandato di cattura emesso nei suoi confronti), accanto a Duarte e al brasiliano Lula alla cerimonia di inaugurazione della centrale di Itaipú.
Il presidente Nicanor Duarte Frutos subentra a Luis Angel González Macchi ad agosto 2004.
Sono stati fatti limitati passi avanti nelle indagini sui casi di tortura da parte della forze di sicurezza. Viene  approvata una legge che stabilisce la formazione di una Commissione verità e giustizia sulle violazioni dei diritti umani commesse durante il governo del generale Alfredo Stroessner (1954-1989).
Non hanno successo i tentativi di portare in giudizio il presidente uscente, Luis Angel González Macchi, accusato di corruzione, perché il Congresso vota contro il provvedimento.
Il governo del presidente Nicanor Duarte Frutos si insedia ad agosto dello stesso anno.
Ad aprile dello scorso anno, l’ex vicepresidente Angel Roberto Seifart e altre 18 persone vengono assolti dall’accusa di coinvolgimento nell’uccisione di almeno sette studenti durante le manifestazioni antigovernative del marzo 1999; altri otto imputati, tra cui due senatori, sono condannati a pene detentive che vanno da sei mesi a cinque anni. Secondo quanto riferito, a ottobre vengono archiviate per decorrenza dei termini sulla prescrizione le accuse contro 68 membri delle forze armate accusati di coinvolgimento nelle uccisioni del marzo 1999 e di un tentativo di colpo di Stato nel maggio 2000.
L’informazione continua da essere osteggiata. Molti giornalisti rimangono vittime della criminalità per aver dato vita a un giornalismo autentico, contro la corruzione degli organi di governo e delle sue figure istituzionali legate spesso ai gruppi criminali che gestiscono il traffico illegale di droga, armi, auto, legname e quant’altro. 
Tratto da Amnesty Internationl, Latino America, Wichimedia Fundation,Reporter sans frontiere

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