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Terzo Millennio

Terzo Millennio N29 Febbraio 2003

 
NON NEL MIO NOME
 
CHIESA:<<SULLA GUERRA BERLUSCONI SPACCA L'EUROPA A FAVORE DEGLI USA>>

Il giornalista dichiara:<<Al servizio degli Stati Uniti anche la Corea del Nord>>
a cura di Monica Centofante
 
 
"VOGLIO VIVERE, VOGLIO STUDIARE"
Reportage dall'Iraq
di Luisa Morgantini
 
 
 
<<UN MONDO SENZA GUERRE>>
Estratto dell'intervento tenuto al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, 1° febbraio 2002
di Noam Chomsky
 
 
A COLLOQUIO CON IL GIUDICE PENALE URUGUAYANO PABLO EGUREN CASAL

"La Giustizia deve essere uguale per tutti, gli umili e per privilegiati"
a cura Jean Georges Almendras
 
 
...PER APPROFONDIRE
 
PERCORSI DI LETTURA
a cura di Silvia Cordella




La guerra dell’Impero


Non nel mio nome


Francia, Germania, Belgio e Russia hanno detto no alla Nato.
Nelle ultime ore i tre Paesi dell’Allenza Atlantica hanno posto il veto al piano di rafforzamento del dispositivo militare a difesa della Turchia, infrangendo la procedura di silenzio-assenso e frenando l’avvio automatico dei sistemi di difesa decisi dal segretario generale dell’Alleanza George Robertson. Da parte loro non vi sarà alcun sostegno all’operazione bellica statunitense contro Saddam Hussein, di cui Ankara rappresenta il fronte nord.
La prima telefonata alla Nato, quella francese, è arrivata soltanto un’ora prima del termine concesso agli Stati membri per manifestare la propria contrarietà suscitando la collera del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. <<Una vergogna>>, ha detto, minacciando <<ripercussioni. Chi pone il veto sarà giudicato dal proprio popolo e dagli altri Paesi della Nato>>.
Ma nessun popolo, quello americano a parte, sembra chiedere guerra.
Sono già 42 i paesi che hanno risposto all’appello del Forum Sociale Europeo per fermare la guerra all’Iraq. Tra questi, inutile dirlo, quello iracheno.
Che solo a causa dell’embargo conta già quasi due milioni di morti. Gli americani li chiamerebbero <<effetti collaterali>>.
Nel 1996, all’allora ambasciatore Usa all’Onu Madeleine Albright venne posta una domanda: <<Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti in conseguenza dell’embargo. Ne valeva la pena, era necessario?>>. La risposta fu affermativa.
Oggi con il primo cittadino americano il nostro Presidente del Consiglio trascorre ore al telefono in quelli che nei comunicati di Palazzo Chigi sono definiti “lunghi colloqui di lavoro”. Insieme parlano della “necessità di perseguire ogni possibile tentativo per evitare un intervento militare in seguito al persistente rifiuto opposto da Saddam Hussein alla neutralizzazione dei suoi arsenali chimici e biologici di distruzione di massa”.
Nel frattempo il capo degli ispettori Onu in Iraq, Hans Blix, di rientro da Baghdad, dichiara che <<non vi è nessuna nuova prova nei documenti che gli iracheni hanno consegnato ai capi ispettori Onu nello scorso fine settimana>>, ma soltanto il segno di una maggiore collaborazione del regime. <<I documenti – ha aggiunto – sono focalizzati su aspetti aperti davvero e questo fatto è benvenuto>>.
Segnali di fiducia anche dal capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Mohammed el-Baradei: <<Lasciamo l’Iraq con un senso di cauto ottimismo, e spero che avremo azioni concrete entro tre giorni>>.
Come a dire che LE PROVE per bombardare l’Iraq NON CI SONO.
Eppure, di tutta risposta, il Presidente Bush parla di Saddam Hussein come di un feroce sanguinario che userà la sua gente come scudo <<mentre noi li tratteremo come esseri umani>>.
Di tutta risposta l’America si dichiara pronta all’invio di altri 200mila uomini della 101esima Divisione Aerotrasportata, noti anche come “Screaming Eagles” (Aquile urlanti).
La 101esima Divisione, dotata di 270 elicotteri, è specializzata in operazioni aeree d’assalto. In partenza per il Medio Oriente anche la portaerei Kitty Hawk, attualmente basata in Giappone, che raggiungerà la Constellation, già nel Golfo Persico, la Harry Truman, nel Mediterraneo orientale, la Abraham Lincoln, attualmente nel Mar Caraibico, ma diretta nel Golfo, la Theodore Roosevelt, diretta verso il Mediterraneo orientale.
In caso di un persistente mancato appoggio degli alleati Washington si dice anche pronta a cambiare le proprie strategie militari sul vecchio continente, convertendole in una <<forza di spedizione>> più agile e di rapido dispiegamento.
In sostanza nulla sembra poterla fermare.
Né il dissenso dell’opinione pubblica, né gli accorati appelli del Papa, né l’opposizione degli alleati, né la pietà per milioni di vittime innocenti che verranno strappate alla vita con feroce barbarie.
La dottrina Bush getta un colpo di spugna su qualsiasi intermediazione internazionale e suona come un vero e proprio editto imperiale che va oltre l’attacco in sé stesso e di fronte al quale cominciano a preoccuparsi Russia, Cina, Francia e Germania.
<<Perseguiremo i nostri intenti anche se dovessimo farlo da soli>>, continua Rumsfeld, forte di una potenza economica e militare sicuramente impareggiabile.
Ma “se per scatenare un’invasione basta che non piaccia a Dick Cheney la foggia dei baffi di Saddam Hussein – scrive Marco D’Eramo su il Manifesto – allora la marcia su Baghdad è solo la prima tappa della <<guerra dei trent’anni>> che ci è stata promessa”.
Una guerra dove i “buoni” non esitano a promulgare leggi che autorizzino ogni forma di tortura contro ogni presunto terrorista. Così come è avvenuto per i terroristi di Guantanamo che solo oggi, troppo tardi, scopriamo essere quasi tutti vittime innocenti.
Quella contro Saddam, in sostanza, sarà l’inizio di una battaglia contro i diritti umani, contro la libertà, contro la libera informazione. Anche contro di noi.
“Il Presidente del pianeta annuncia il suo prossimo crimine in nome di Dio e della democrazia – sostiene Eduardo Galeano nel testo scritto per la Rete Sociale Mondiale nata a Porto Alegre -. Così calunnia Dio. E calunnia anche la democrazia, che è sopravvissuta con fatica nel mondo nonostante le dittature che gli Stati Uniti vanno seminando dappertutto da più di un secolo”.
“L’unico paese che ha usato armi nucleari contro la popolazione civile, il paese che ha lanciato le bombe atomiche che cancellarono Hiroshima e Nagasaki, pretende di convincerci che l’Iraq sia un pericolo per l’umanità. Se il presidente Bush ama tanto l’umanità, e davvero vuole scongiurare quella che è la più grave minaccia per l’umanità, perché non si bombarda da solo, invece di pianificare un nuovo sterminio di popoli innocenti?
Il prossimo 15 febbraio immense manifestazioni invaderanno le strade del mondo.
L’umanità è stufa di essere usata come alibi dai suoi stessi assassini. Ed è stufa di piangere i suoi morti alla fine di ogni guerra. Questa volta vuole impedire la guerra che li ucciderà”.
Ed è per questo che anche noi di Terzomillennio, insieme a tante altre associazioni, diciamo NO alla guerra.
In particolare ad una guerra pensata e voluta per tutelare gli interessi di pochi a discapito di molti, troppi innocenti.
Diciamo NO ad una guerra pensata e voluta per affermare il dominio dell’Impero nel mondo.

«L’Italia di Berlusconi ha ormai stretto un patto con l’Impero: il Presidente chiede all’Impero di  essere libero, di fare in Italia quello che vuole e in cambio offre una Italia completamente antieuropea che spacca l’Europa in due pezzi a favore della strategia degli Stati Uniti d’America>>. Spiega così Giulietto Chiesa la netta posizione di Berlusconi a favore della guerra americana contro il terrorismo internazionale. Una posizione rischiosa, aggiunge il giornalista, che coinvolgerà il nostro Paese <<sia moralmente che politicamente che militarmente in una guerra>>. E intanto Washington si prepara ad attaccare l’Iran.

Dottor Chiesa, secondo la logica del potere dell’impero qual è il significato dell’assetto Francia, Germania, Russia, perché si oppongono all’attacco e chiedono nuove ispezioni Onu?
Secondo me ci sono ragioni diverse a tale opposizione. Tutti e tre i Paesi, in ogni caso e in varia misura, sono però preoccupati che la linea degli Stati Uniti cancelli tutti gli accordi internazionali e tutte le regole della convivenza internazionale. E’ infatti evidente che gli americani stanno facendo da soli, contro tutti i criteri della diplomazia e dei rapporti internazionali; di quelle regole, in sostanza, che hanno finora presieduto al funzionamento della comunità internazionale. O almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. E’ quindi chiaro che tutti gli altri interlocutori di peso sulla scena mondiale tendono a frenare il ruolo autonomo e unilaterale intrapreso dall’amministrazione degli Stati Uniti d’America guidata da George Bush. Questa è una delle ragioni. Poi, naturalmente, ci sono anche dei motivi speciali: i tedeschi di Schroeder la pensano in un modo, i francesi e i russi sono preoccupati per i loro interessi nell’area perché, sia gli uni che gli altri, hanno appunto ampi interessi, in particolar modo petroliferi, nel rapporto con l’Iraq e sono ben consapevoli che se gli americani si impadroniscono dell’Iraq l’intera politica energetica del mondo sarà ormai sotto diretto controllo degli Usa. E quindi tendono entrambi a tutelarsi essendo chiaro che nel momento in cui il governo di Saddam Hussein verrà abbattuto e verrà sostituito da un governo filoamericano i francesi e i russi dovranno chiedere il permesso all’America - che potrà anche essere loro negato - nell’accesso ai 115 miliardi di barili di petrolio che stanno sotto al territorio iracheno. Quindi, sostanzialmente, sono queste le ragioni corpose per cui Russia e Francia sono in disaccordo. Ripeto, però, che la cosa più importante è quella generale e cioè che la superpotenza americana non chiede più niente a nessuno e fa quello che ritiene opportuno: un modo diverso di concepire il rapporto con gli alleati che passa da un rapporto di partnership a un rapporto di dominio e di comando.
Il vero pericolo di questa guerra deriva quindi dal fatto che l’attacco all’Iraq rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti nell’affermazione del dominio dell’Impero?
Sì, esattamente.
Il presidente Berlusconi sembra invece più deciso ad appoggiare l’America in questa fase delicata della guerra al terrorismo.
Il governo Berlusconi, e Berlusconi in particolare, ha già dichiarato il suo appoggio. E questo non stupisce. Del resto si sa benissimo che la posizione di Berlusconi è totalmente pro-americana, senza nessuna oscillazione. Berlusconi sta però ora cercando di dare l’impressione di essere un po’ collaterale, di non volere cioè un impegno diretto delle truppe italiane, secondo il solito criterio italiota di fare il furbo. La sua è sostanzialmente una posizione furba, di appoggio agli Stati Uniti, ma che cerca, contemporaneamente, di far capire agli elettori italiani che l’Italia non correrà dei rischi. Naturalmente è una posizione ingannevole, falsa, perché l’Italia correrà dei rischi e si coinvolgerà sia moralmente che politicamente che militarmente in una guerra. Ciò detto, è chiaro che l’Italia di Berlusconi ha ormai stretto un patto con l’Impero: il presidente chiede all’Impero di  essere libero, di fare in Italia quello che vuole e in cambio offre una Italia completamente antieuropea che spacca l’Europa in due pezzi a favore della strategia degli Stati Uniti d’America.
Cosa pensa della forte opposizione del Vaticano, e del Papa in particolare, all’attacco?
Penso che la Chiesa si renda conto sempre più fortemente, sempre più chiaramente che non può seguire gli Stati Uniti su questa linea di completa e totale rottura degli equilibri internazionali. Se la Chiesa si schierasse dalla parte degli Stati Uniti d’America si precluderebbe, strategicamente, ogni possibilità di evangelizzazione di 5/6 del pianeta. La Chiesa è una grande istituzione, che ha una grande storia e ha una sua propria strategia. Il fatto che ci siano cinque miliardi di persone che vivono male a fronte di un solo miliardo di persone che vive bene e che è guidato dagli Stati Uniti d’America nel modo che abbiamo detto prima, non le permette di stare al fianco degli americani poiché, così facendo, si precluderebbe la possibilità di parlare ai poveri del mondo che sono i suoi interlocutori privilegiati. Anzi, che dovrebbero essere i suoi interlocutori assoluti. Io credo che il Papa si sia reso conto che con la fine del bipolarismo e l’arrivo sulla scena di una sola superpotenza mondiale, seguire questa linea sarebbe un suicidio strategico.
Sembra che adesso Tariq Aziz voglia in qualche modo giocare la carta del Papa che forse incontrerà nel corso della sua prossima visita in Italia.
Mi pare che sia il Papa che voglia giocare la carta sua. Se il Papa non avesse deciso di incontrarlo, Tariq Aziz non avrebbe potuto fare nulla e quindi la decisione, alla quale ovviamente l’Iraq acconsente volentieri, è stata una decisione del Papa. E’ qui il punto chiave. E se l’incontro del Papa con Tariq Aziz dovesse avvenire sarebbe un fatto di straordinario valore politico su tutta l’arena mondiale.
Secondo lei la Chiesa ha ancora il potere di trainare l’opinione pubblica internazionale?
La Chiesa sta già trainando una parte importante dell’opinione pubblica europea contro questa guerra. La Chiesa e le Chiese, perché anche in Gran Bretagna l’opinione pubblica è in grande parte contraria alla guerra e lo è perché è stata trascinata dalla Chiesa anglicana. Mi pare, in sostanza, che le Chiese cristiane europee siano tutte, a cominciare da quella cattolica, fortemente ostili a questo conflitto che non ha ragioni né morali, né politiche, né di nessun genere, è un puro atto di potenza, di prevaricazione e di prepotenza degli Stati Uniti d’America nei confronti del resto del mondo. Questo è quello che tutte le Chiese cristiane stanno sostenendo.
Rimanendo in tema di opinione pubblica, quali sono le speranze emerse nel corso dell’ultimo incontro di Porto Alegre?
Il movimento che Porto Alegre rappresenta sta cercando di pensare al futuro in termini di pace e di sviluppo sostenibile. Queste sono le speranze. Certo non sulla guerra in quanto tale, nel senso che li si prendono delle decisioni che prescindono dalle volontà dei popoli, ma, sicuramente, a Porto Alegre, la riflessione su un mondo diverso e possibile si associa a una grande contrarietà e ostilità contro la guerra quindi le due cose camminano insieme. Chi ragiona e sta cercando una soluzione alternativa a questo tipo di sviluppo ragiona anche in termini di pace, chi invece vuole portare avanti questo tipo di sviluppo, così come è stato anche negli ultimi trent’anni, pensa alla guerra. La differenza è tutta lì. E’ bene però specificare che persino all’incontro di Davos, dove si sono riuniti i protagonisti del business internazionale, non c’è stata una adesione alla guerra. Anche lì è emersa una grande preoccupazione, ulteriore conferma questa che l’attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti sta andando in guerra praticamente da solo. Contro tutto il resto del mondo. Ed è una cosa assolutamente fantastica che l’opinione pubblica americana sostenga, come sta sostenendo in maggioranza, un gruppo dirigente di questo genere. Questo dimostra fino a che punto il pubblico americano sia condizionato dalle campagne di terrore alle quali è stato sottoposto in tutti questi anni dal suo stesso gruppo dirigente. Naturalmente, chiunque a questo punto può capire che anche l’operazione Osama Bin Laden e la tragedia dell’11 di settembre risultano, alla luce di quanto sta accadendo, completamente funzionali a una politica bellicista degli Stati Uniti d’America.
Qualcuno parla della Corea del Nord come del prossimo obiettivo degli Stati Uniti.
La Corea del Nord non sarà il prossimo obiettivo, il prossimo obiettivo sarà l’Iran. La Corea del nord è semplicemente uno strumento in questo momento nelle mani degli Stati Uniti d’America per attizzare ulteriormente il terrore in tutto l’Occidente. In particolare nel Giappone e nella Corea del Sud, dove gli americani stanno perdendo gran parte del loro sex appeal del passato. Kim Jong è un dittatore che sta giocando il gioco degli Stati Uniti d’America. Il fatto che minacci con le sue armi nucleari è semplicemente un gioco delle parti che serve a Washington per dire che Washington stessa non è bellicista in tutte le direzioni, ma che punta soltanto dove c’è il pericolo vero. Un gioco delle parti alle quali quel dittatore squallido che è il dittatore nordcoreano sta prestando consapevolmente il proprio aiuto. Kim Jong lavora agli ordini e su indicazione degli Stati Uniti d’America per far fare bella figura al presidente Bush.



box1
Si svuota l’ambasciata cinese in Iraq



La Cina ha deciso di ridurre il personale non essenziale della propria ambasciata a Baghdad, nel timore di una possibile guerra. Lo ha annunciato questa mattina (10 febbraio ndr.) il ministero degli Esteri di Pechino, alludendo alle “crescenti tensioni in Iraq”. “Noi speriamo nella pace nella regione, ma allo stesso tempo ci prepariamo per il peggio”, ha dichiarato in televisione Zhang Weiqiu, ambasciatore cinese a Baghdad.
(tratto da Civ/Zn/Adnkrons)



box2
Etchegaray: «La guerra è una catastrofe
sotto tutti gli aspetti»


«La guerra sarebbe una catastrofe sotto tutti gli aspetti>>. Lo afferma a Repubblica il cardinale Roger Etchegaray, in partenza per l’Iraq dove consegnerà a Saddam Hussein una lettera personale di Giovanni Paolo II. <<Innanzitutto – continua - avrebbe gravi conseguenze per il popolo iracheno e poi renderebbe sempre più difficili gli sforzi che l’Onu compie per l’unità della famiglia umana. E’ in questo spirito che il Papa porta il suo contributo a chi lavora per la pace. Ed è questo il senso del mio viaggio>>. In precedenza il Vaticano, nella veste del suo portavoce, aveva già dichiarato che <<scopo della missione pontificia è di dimostrare a tutti la sollecitudine del Santo Padre a favore della pace e aiutare poi le autorità irachene a fare una seria riflessione sul dovere di una fattiva cooperazione internazionale, basata sulla giustizia e sul diritto internazionale, in vista di assicurare a quelle popolazioni il bene supremo della pace>>. Dal canto suo, Giovanni Paolo II è ritornato sulla questione Iraq anche nel corso Dell’Angelus di piazza San Pietro. <<In questa ora di preoccupazione internazionale – ha detto – tutti sentiamo il bisogno di rivolgerci al Signore per implorare il grande dono della pace. Le difficoltà che l’orizzonte mondiale presenta in questo avvio di nuovo millennio ci inducono a pensare che solo un intervento dall’Alto può far sperare in un futuro meno oscuro».



box3
Khatami: «L’Iran userà
la tecnologia nucleare»


Il governo iraniano ha in programma di sviluppare e sfruttare le miniere di uranio presenti nel suo territorio e di usare la moderna tecnologia nucleare acquistata per produrre elettricità. Lo ha recentemente dichiarato il presidente Mohammed Khatami suscitando preoccupazione nelle autorità americane che già lo scorso dicembre avevano mostrato alcune foto satellitari a sostegno di tale sospetto. Secondo il portavoce del dipartimento di Stato Richard Boucher, infatti, l’Iran, paese ricco di petrolio, <<non avrebbe bisogno di produrre energia atomica>> se non per fini bellici. Secca la smentita di Khatami: <<Garantisco che i nostri sforzi nel settore dell’energia atomica sono rivolti esclusivamente a scopi civili e non militari. Produrre energia atomica, d’altra parte, rappresenta un nostro diritto legittimo>>. Nelle prossime settimane, su invito delle autorità locali, gli ispettori dell’Aiea si recheranno in Iran per verificare la natura degli impianti.





Chiesa: «Sulla guerra Berlusconi spacca l’Europa a favore degli Usa»

Il giornalista dichiara: «Al servizio degli Stati Uniti anche la Corea del Nord»
a cura di Monica Centofante


«L’Italia di Berlusconi ha ormai stretto un patto con l’Impero: il Presidente chiede all’Impero di  essere libero, di fare in Italia quello che vuole e in cambio offre una Italia completamente antieuropea che spacca l’Europa in due pezzi a favore della strategia degli Stati Uniti d’America>>. Spiega così Giulietto Chiesa la netta posizione di Berlusconi a favore della guerra americana contro il terrorismo internazionale. Una posizione rischiosa, aggiunge il giornalista, che coinvolgerà il nostro Paese <<sia moralmente che politicamente che militarmente in una guerra>>. E intanto Washington si prepara ad attaccare l’Iran.

Dottor Chiesa, secondo la logica del potere dell’impero qual è il significato dell’assetto Francia, Germania, Russia, perché si oppongono all’attacco e chiedono nuove ispezioni Onu?

Secondo me ci sono ragioni diverse a tale opposizione. Tutti e tre i Paesi, in ogni caso e in varia misura, sono però preoccupati che la linea degli Stati Uniti cancelli tutti gli accordi internazionali e tutte le regole della convivenza internazionale. E’ infatti evidente che gli americani stanno facendo da soli, contro tutti i criteri della diplomazia e dei rapporti internazionali; di quelle regole, in sostanza, che hanno finora presieduto al funzionamento della comunità internazionale. O almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. E’ quindi chiaro che tutti gli altri interlocutori di peso sulla scena mondiale tendono a frenare il ruolo autonomo e unilaterale intrapreso dall’amministrazione degli Stati Uniti d’America guidata da George Bush. Questa è una delle ragioni. Poi, naturalmente, ci sono anche dei motivi speciali: i tedeschi di Schroeder la pensano in un modo, i francesi e i russi sono preoccupati per i loro interessi nell’area perché, sia gli uni che gli altri, hanno appunto ampi interessi, in particolar modo petroliferi, nel rapporto con l’Iraq e sono ben consapevoli che se gli americani si impadroniscono dell’Iraq l’intera politica energetica del mondo sarà ormai sotto diretto controllo degli Usa. E quindi tendono entrambi a tutelarsi essendo chiaro che nel momento in cui il governo di Saddam Hussein verrà abbattuto e verrà sostituito da un governo filoamericano i francesi e i russi dovranno chiedere il permesso all’America - che potrà anche essere loro negato - nell’accesso ai 115 miliardi di barili di petrolio che stanno sotto al territorio iracheno. Quindi, sostanzialmente, sono queste le ragioni corpose per cui Russia e Francia sono in disaccordo. Ripeto, però, che la cosa più importante è quella generale e cioè che la superpotenza americana non chiede più niente a nessuno e fa quello che ritiene opportuno: un modo diverso di concepire il rapporto con gli alleati che passa da un rapporto di partnership a un rapporto di dominio e di comando.

Il vero pericolo di questa guerra deriva quindi dal fatto che l’attacco all’Iraq rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti nell’affermazione del dominio dell’Impero?

Sì, esattamente.

Il presidente Berlusconi sembra invece più deciso ad appoggiare l’America in questa fase delicata della guerra al terrorismo.
Il governo Berlusconi, e Berlusconi in particolare, ha già dichiarato il suo appoggio. E questo non stupisce. Del resto si sa benissimo che la posizione di Berlusconi è totalmente pro-americana, senza nessuna oscillazione. Berlusconi sta però ora cercando di dare l’impressione di essere un po’ collaterale, di non volere cioè un impegno diretto delle truppe italiane, secondo il solito criterio italiota di fare il furbo. La sua è sostanzialmente una posizione furba, di appoggio agli Stati Uniti, ma che cerca, contemporaneamente, di far capire agli elettori italiani che l’Italia non correrà dei rischi. Naturalmente è una posizione ingannevole, falsa, perché l’Italia correrà dei rischi e si coinvolgerà sia moralmente che politicamente che militarmente in una guerra. Ciò detto, è chiaro che l’Italia di Berlusconi ha ormai stretto un patto con l’Impero: il presidente chiede all’Impero di  essere libero, di fare in Italia quello che vuole e in cambio offre una Italia completamente antieuropea che spacca l’Europa in due pezzi a favore della strategia degli Stati Uniti d’America.

Cosa pensa della forte opposizione del Vaticano, e del Papa in particolare, all’attacco?
Penso che la Chiesa si renda conto sempre più fortemente, sempre più chiaramente che non può seguire gli Stati Uniti su questa linea di completa e totale rottura degli equilibri internazionali. Se la Chiesa si schierasse dalla parte degli Stati Uniti d’America si precluderebbe, strategicamente, ogni possibilità di evangelizzazione di 5/6 del pianeta. La Chiesa è una grande istituzione, che ha una grande storia e ha una sua propria strategia. Il fatto che ci siano cinque miliardi di persone che vivono male a fronte di un solo miliardo di persone che vive bene e che è guidato dagli Stati Uniti d’America nel modo che abbiamo detto prima, non le permette di stare al fianco degli americani poiché, così facendo, si precluderebbe la possibilità di parlare ai poveri del mondo che sono i suoi interlocutori privilegiati. Anzi, che dovrebbero essere i suoi interlocutori assoluti. Io credo che il Papa si sia reso conto che con la fine del bipolarismo e l’arrivo sulla scena di una sola superpotenza mondiale, seguire questa linea sarebbe un suicidio strategico.

Sembra che adesso Tariq Aziz voglia in qualche modo giocare la carta del Papa che forse incontrerà nel corso della sua prossima visita in Italia.
Mi pare che sia il Papa che voglia giocare la carta sua. Se il Papa non avesse deciso di incontrarlo, Tariq Aziz non avrebbe potuto fare nulla e quindi la decisione, alla quale ovviamente l’Iraq acconsente volentieri, è stata una decisione del Papa. E’ qui il punto chiave. E se l’incontro del Papa con Tariq Aziz dovesse avvenire sarebbe un fatto di straordinario valore politico su tutta l’arena mondiale.

Secondo lei la Chiesa ha ancora il potere di trainare l’opinione pubblica internazionale?
La Chiesa sta già trainando una parte importante dell’opinione pubblica europea contro questa guerra. La Chiesa e le Chiese, perché anche in Gran Bretagna l’opinione pubblica è in grande parte contraria alla guerra e lo è perché è stata trascinata dalla Chiesa anglicana. Mi pare, in sostanza, che le Chiese cristiane europee siano tutte, a cominciare da quella cattolica, fortemente ostili a questo conflitto che non ha ragioni né morali, né politiche, né di nessun genere, è un puro atto di potenza, di prevaricazione e di prepotenza degli Stati Uniti d’America nei confronti del resto del mondo. Questo è quello che tutte le Chiese cristiane stanno sostenendo.

Rimanendo in tema di opinione pubblica, quali sono le speranze emerse nel corso dell’ultimo incontro di Porto Alegre?
Il movimento che Porto Alegre rappresenta sta cercando di pensare al futuro in termini di pace e di sviluppo sostenibile. Queste sono le speranze. Certo non sulla guerra in quanto tale, nel senso che li si prendono delle decisioni che prescindono dalle volontà dei popoli, ma, sicuramente, a Porto Alegre, la riflessione su un mondo diverso e possibile si associa a una grande contrarietà e ostilità contro la guerra quindi le due cose camminano insieme. Chi ragiona e sta cercando una soluzione alternativa a questo tipo di sviluppo ragiona anche in termini di pace, chi invece vuole portare avanti questo tipo di sviluppo, così come è stato anche negli ultimi trent’anni, pensa alla guerra. La differenza è tutta lì. E’ bene però specificare che persino all’incontro di Davos, dove si sono riuniti i protagonisti del business internazionale, non c’è stata una adesione alla guerra. Anche lì è emersa una grande preoccupazione, ulteriore conferma questa che l’attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti sta andando in guerra praticamente da solo. Contro tutto il resto del mondo. Ed è una cosa assolutamente fantastica che l’opinione pubblica americana sostenga, come sta sostenendo in maggioranza, un gruppo dirigente di questo genere. Questo dimostra fino a che punto il pubblico americano sia condizionato dalle campagne di terrore alle quali è stato sottoposto in tutti questi anni dal suo stesso gruppo dirigente. Naturalmente, chiunque a questo punto può capire che anche l’operazione Osama Bin Laden e la tragedia dell’11 di settembre risultano, alla luce di quanto sta accadendo, completamente funzionali a una politica bellicista degli Stati Uniti d’America.

Qualcuno parla della Corea del Nord come del prossimo obiettivo degli Stati Uniti.
La Corea del Nord non sarà il prossimo obiettivo, il prossimo obiettivo sarà l’Iran. La Corea del nord è semplicemente uno strumento in questo momento nelle mani degli Stati Uniti d’America per attizzare ulteriormente il terrore in tutto l’Occidente. In particolare nel Giappone e nella Corea del Sud, dove gli americani stanno perdendo gran parte del loro sex appeal del passato. Kim Jong è un dittatore che sta giocando il gioco degli Stati Uniti d’America. Il fatto che minacci con le sue armi nucleari è semplicemente un gioco delle parti che serve a Washington per dire che Washington stessa non è bellicista in tutte le direzioni, ma che punta soltanto dove c’è il pericolo vero. Un gioco delle parti alle quali quel dittatore squallido che è il dittatore nordcoreano sta prestando consapevolmente il proprio aiuto. Kim Jong lavora agli ordini e su indicazione degli Stati Uniti d’America per far fare bella figura al presidente Bush.




“Voglio vivere, voglio studiare”
Reportage dall'Iraq
di Luisa Morgantini

Cominciavamo a respirare dopo anni terribili di totale embargo, dopo le distruzioni della guerra del 91.Qualche maglia si era aperta non soltanto con un programma "petrolio in cambio di cibo", ma anche con vari tipi di scambi commerciali.Finalmente si erano aperte alcune ambasciate soprattutto presenze di diplomatici a livello internazionale. Dopo anni di totale isolamento si era aperto anche l'aeroporto di Baghdad con voli da Hamman Damasco, El Cairo, e anche interni fra Baghdad e Bassora.Adesso tutto ricomincia, siamo qui nell'attesa delle bombe che cadranno su di noi.Perché non ci lasciano vivere in pace?Io non lo so ma non credo proprio che noi abbiamo bombe nucleari, certamente Bush ne ha tantissime tante e tante Israele. E allora perché? Saddam non piace possiamo o no decidere noi?Sono giovane, voglio vivere voglio studiare, adoro i prodotti della terra, studio agricoltura ma non ho neanche i libri sui quali studiare. Karim, è uno studente timido mi vuole invitare a casa sua a pranzo, l'ho incontrato per strada mentre cercavo di raggiungere i parlamentari europei, fa il tassista per poter guadagnare qualcosa.La sua famiglia non è poverissima, sua madre è un insegnante elementare il padre è morto durante la guerra in Iran. Nell'andare verso l'albergo guardiamo insieme le nuove costruzioni a Baghdad: il palazzo della televisione, i nuovi edifici ministeriali, le strade larghe, i nuovi ponti, i passaggi, i tunnel. Karim dice "in questa strada però c'era un vecchio bagno ottomano.Era molto bello, ma per costruire questa strada abbiamo perso un pezzo della nostra storia della nostra cultura.Però questa strada è utile". Da tre anni non tornavo a Baghdad sono sorpresa dalla diversità, dal maggiore ordine dalla minore miseria che vedo in alcuni quartieri.Naturalmente andiamo a Saddam city il quartiere povero con fogne
ancora a cielo aperto, miseria, mancanza di lavoro, assenza di servizi.Eppure Baghdad mi sembra sia cresciuta molto negli ultimi tre anni poi però quando parlo con le persone sento dire che gli insegnanti continuano a prendere 8-10 dollari al mese, i medici 11 e tutti sono totalmente dipendenti dalle razioni di cibo che vengono ridistribuite grazie al programma (petrolio in cambio di cibo).Aiuti che non sono però forniti, come anche molti parlamentari della nostra delegazione pensano, dalla comunità internazionale al popolo iracheno che soffra la fame sotto un embargo che dura ormai dalla guerra del Golfo.Si tratta delle risorse irachene, la vendita dei barili di petrolio, il cui ricavato non può essere usato liberamente dal governo iracheno ma deve sottostare a precise regole dettate dalla risoluzione delle nazioni unite.Una umiliazione per il popolo che non ha nessuna sovranità sulle proprie risorse naturali economiche e sociali come ci dice il rappresentante del Undp a Baghdad. Attraversiamo i quartieri popolari la gente acquista, i negozi sono pieni di merci. Karim dice che tutti fanno compere perché la prossima settimana ci sarà la festa musulmana.Mi sembra di impazzire.Guardo queste case, questi negozi, questa gente, i tanti bambini che sono per le strade. Non si sente alcuna aggressività, ma una impalpabile rassegnazione.Eppure i nostri media e i governanti ci danno una versione di questo popolo come fanatico e crudele.Penso con disperazione che tutti questi lavori, queste vite umane, queste costruzioni, questa fatica umana, tra quindici giorni potrebbe essere polvere.Dal cielo potrebbero arrivare le tremila bombe promesse da Bush. Tutta la nostra delegazione-siamo 30 parlamentari europei delle diverse formazioni politiche.Dal nostro gruppo Gue-Verdi nordici, all'alleanza dei Verdi ai socialisti europei (pochi) e una parlamentare danese del gruppo delle differenze e diversita' accompagnati da molti giornalisti delle testate europee-sente l'angoscia di quanta distruzione la guerra di Bush puo' portare. Cio' che accomuna la delegazione dei parlamentari europei è il netto rifiuto alla guerra. Alcuni pensano che bisogna dare spazio agli ispettori e che se gli ispettori trovassero veramente armi di distruzione di massa forse non si opporrebbero così tanto all'attacco. Ma la grande maggioranza di noi è contro la guerra ed è anche convinta dalle continue dichiarazioni di Bush che questa guerra è dettata dalla volontà di dominio, non soltanto per il possesso del petrolio iracheno ma per un nuovo colonialismo imperiale in tutta l'area medio-orientale, anche guardando all'Asia e al futuro della Cina. La delegazione ha deciso di non incontrarsi con rappresentanti del governo iracheno per manifestare la nostra contrarietà a Saddam Hussein. Una decisione sofferta. Alcuni di noi pensavano che un incontro con rappresentanti governativi non avrebbe significato una adesione alla politica di Saddam Hussein, ma ai rappresentanti del governo avremmo potuto esprimere la nostra opposizione sia alla guerra che alla politica di oppressione e di controllo della popolazione da parte del regime. Andiamo a Bassora, città millenaria, il vecchio centro storico degradato e fatiscente, case sventrate dai bombardamenti iraniani prima, dalla guerra civile poi, tra sciiti e sanniti, e dai successivi bombardamenti americani, i bambini escono dalle vecchie porte di legno. Incontriamo i rappresentanti del parlamento iracheno, anche loro come Karim ci chiedono perché, ma hanno anche le risposte: "L'America vuole il petrolio e vuole tenerci nel sottosviluppo. Perché voi europei non ve ne accorgete? Questa guerra è anche contro di voi. L'america ha paura di un'europa unita".Andiamo a vedere da lontano un impianto petrolifero, dalle ciminiere lingue di fuoco lambiscono il cielo, se ci sarà la guerra bruceranno tutti i pozzi?Visitiamo un ospedale di maternità, fotografie agghiaccianti di bambini nati deformi.Il direttore dell'ospedale ci dice che i casi di bambini nati di deformi sono aumentati soprattutto negli ultimi anni, sostiene che questo è dovuto all'uso dell'uranio impoverito durante i bombardamenti Usa.Visitiamo i diversi reparti, bambini denutriti, donne con gli occhi issi nel vuoto, un medico al quale un cameraman chiede di fare la prova della luce sul camice bianco dice con una voce mesta "si,si prendi pure la mia immagine potrebbe essere l'ultima volta, quando tornerete qui potremmo non esserci più".E' così che vive la gente, aspettando che dal cielo piovano le bombe ma poi il medico aggiunge: "Non pensate però che non ci rivolteremo, non potranno distruggere tutto. Se i soldati americani verranno ad occuparci anche io userò il fucile".Guardiamo alla televisione la relazione di Colin Powell alle nazioni unite, siamo nella sala stampa irachena. Powell non da prove, l'esperto iracheno Saidi risponde subito in conferenza stampa dicendo ai giornalisti: "Nessuna prova, le foto mostrate sono luoghi che gli ispettori hanno già visitato, la telefonata è un'invenzione, le telefonate si possono manomettere. Il legami con Al Qaeda?Ridicolo".Dobbiamo fermare questa guerra, dobbiamo fare l'impossibile.Certo disarmare Saddam Hussein, così come anche Sharon, Bush e Al Qaeda.Il 15 febbraio a milioni dovremmo riempire le piazze del mondo, ma è tempo per tutti coloro che vogliono pace e giustizia di fare anche l'impossibile per fermare questa guerra.Non è tempo solo di manifestazioni, la politica di Bush porta alla catastrofe.

Tratto dal sito www.peacelink.it 9 febbraio 2003



"Un mondo senza guerre"
Estratto dell'intervento tenuto al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, 1 febbraio 2002

di Noam Chomsky

Una ricetta della globalizzazione ancora più tecnica è la convergenza verso un mercato globale, con prezzi e salari unici. Questo, però, non è avvenuto. Per lo meno per quanto attiene ai redditi, è più probabile che sia avvenuto il contrario. Pur se molto dipende da come si misura esattamente il fenomeno. Ci sono buone ragioni per credere che la diseguaglianza è aumentata, tanto all’interno dei Paesi come tra Paesi diversi. E si prevede che questa tendenza continuerà. Recentemente, le agenzie di intelligence Usa, in collaborazione con alcuni specialisti del mondo accademico e del settore privato, hanno pubblicato un rapporto sulle aspettative per l’anno 2015. Prevedono che la “globalizzazione” seguirà il suo corso: <<La sua evoluzione sarà altalenante, segnata da una cronica volatilità finanziaria e un crescente divario economico>>. Questo significa meno convergenza, meno globalizzazione in senso tecnico, ma più globalizzazione nel senso dottrinale, il senso da loro preferito. La volatilità finanziaria comporta una crescita ancora più lenta e un aumento delle crisi e della povertà.
È proprio a questo punto che si instaura un chiaro legame tra la “globalizzazione” nel senso in cui la intendono i signori dell’universo, e la crescente probabilità che scoppi una guerra. I pianificatori militari si basano sulle stesse proiezioni, e hanno spiegato francamente che la grande espansione della potenza militare è giustificata proprio da queste previsioni. Anche prima dell’11 settembre le spese militari statunitensi superavano quelle degli alleati e degli avversari messe insieme. Gli attacchi terroristici sono stati sfruttati al fine di aumentare drasticamente queste spese, per la felicità di molti elementi chiave dell’economia privata. Il programma più spaventoso è quello della militarizzazione dello spazio, anch’essa in espansione con la scusa della “lotta al terrorismo”.
Le motivazioni che stanno alla base di questi programmi vengono spiegate pubblicamente in documenti risalenti all’era Clinton. Una prima ragione è il divario crescente tra gli “abbienti” e i “non abbienti”, che si suppone continuerà ad aumentare, contrariamente a quanto dice la teoria economica, ma coerentemente con la realtà delle cose. I “non abbienti” – la “grande bestia” del mondo – potrebbero sfuggire a ogni controllo, e dovranno essere invece mantenuti in riga nell’interesse di ciò che viene chiamato in linguaggio tecnico “stabilità”, e cioè subordinazione ai dettami dei signori. Questo richiede mezzi violenti e, avendo “assunto, nel proprio interesse, la responsabilità del benessere del sistema capitalistico mondiale”, gli Usa dovranno trovarsi in primissima linea. Sto citando la descrizione della pianificazione statunitense degli anni 40 contenuta in un dotto studio pubblicato dallo storico della diplomazia Gerald Haines, principale storico anche della Cia. La schiacciante superiorità in quanto a forze convenzionali e armi di distruzione di massa non è sufficiente. È necessario spostarsi verso la nuova frontiera, ossia la militarizzazione dello spazio, violando così il Trattato sullo spazio esterno del 1967, che finora era stato rispettato. Conscia di queste intenzioni, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha ripetutamente riaffermato quel Trattato: gli Stati Uniti si sono rifiutati di aderire, in virtuale isolamento. Inoltre, durante tutto lo scorso anno, Washington ha bloccato i negoziati della Conferenza delle Nazioni unite per il disarmo su questo argomento. E, per le solite ragioni, le informazioni al riguardo sono state poche e laconiche. Non è saggio permettere che i cittadini vengano informati di certi progetti che potrebbero decretare la fine dell’unico esperimento fatto dalla biologia sull’“Intelligenza superiore”.
Come è stato ampiamente osservato, questi programmi arrecano benefici all’industria militare, ma occorre ricordare che il termine è ingannevole. Lungo tutta la storia moderna, ma con un fortissimo aumento dopo la seconda guerra mondiale, il sistema militare è stato usato come metodo per socializzare i costi e i rischi mentre si privatizzava il profitto. La “nuova economia” è in misura sostanziale una derivazione del settore statale, dinamico e innovatore, dell’economia Usa. La ragione principale per cui la spesa pubblica nel campo delle scienze biologiche è aumentata tanto rapidamente è dovuta al fatto che gli esponenti di destra più intelligenti hanno capito che i settori più incisivi dell’economia contano su questo tipo di iniziative pubbliche. Ora è in programma un fortissimo aumento, con il pretesto del “bioterrorismo”; allo stesso modo il pubblico è stato ingannevolmente convinto a pagare per la nuova economia con il pretesto della minaccia dell’arrivo dei Russi, oppure, dopo il loro crollo, la minaccia della “sofisticazione tecnologica” dei Paesi del terzo mondo, dopo l’improvviso cambiamento della linea di partito nel 1990, avvenuta senza perdere un colpo e senza una parola di commento. C’è anche una ragione per cui le eccezioni per la sicurezza nazionale devono entrare a far parte degli accordi economici: questo non aiuterà Haiti, ma permetterà all’economia Usa di crescere in base al principio tradizionale di una dura disciplina di mercato per i poveri e uno Stato balia per i ricchi: ciò che viene erroneamente chiamato “neoliberismo”, anche se la dottrina è vecchia di secoli e farebbe gridare allo scandalo i liberali classici.
Si potrebbe anche sostenere che spesso queste spese pubbliche hanno valso la pena. Forse sì, forse no. Ma è chiaro che i signori avevano paura di consentire a una scelta democratica. Tutto questo viene celato al pubblico, pur se i principali attori lo capiscono perfettamente.
I piani destinati a superare l’ultima frontiera della violenza, militarizzando lo spazio, vengono mascherati da “difesa missilistica”, ma chiunque sappia prestare attenzione alla Storia sa bene che, quando si sente la parola “difesa”, bisogna pensare “offesa”. E il caso attuale non è un’eccezione. Lo scopo viene spiegato a viso aperto: serve ad assicurare il “dominio globale”, l’“egemonia”. I documenti ufficiali sottolineano chiaramente che lo scopo è quello di “proteggere gli interessi e gli investimenti degli Stati Uniti” e tenere sotto controllo i “non abbienti”. Oggi ciò richiede il dominio dello spazio, così come in passato gli Stati più potenti creavano eserciti e forze navali “per proteggere e rafforzare i loro interessi commerciali”. È ben noto che queste nuove iniziative, in cui gli Stati Uniti sono in primissima linea, rappresentano una grave minaccia per la sopravvivenza. Ed è anche noto che potrebbero essere evitate per mezzo di trattati internazionali. Ma, come ho già detto, l’egemonia è un valore più importante della sopravvivenza, un calcolo morale che è sempre prevalso tra i potenti, lungo tutta la storia. Quello che è cambiato è che la posta in gioco è spaventosamente più elevata.
Il punto rilevante, qui, è che il previsto successo della “globalizzazione” in senso dottrinale è una delle ragioni fondamentali addotte a pretesto per i programmi volti a usare lo spazio per armi d’offesa in grado di provocare un’istantanea distruzione di massa.
Torniamo ora alla “globalizzazione” e al “maggior boom economico della storia americana, e del mondo” degli anni 90.
Dopo la seconda guerra mondiale l’economia internazionale ha sperimentato due fasi: quella di Bretton Woods, fino agli inizi degli anni 70, e il periodo successivo, seguito allo smantella mento del sistema di Bretton Woods dei tassi di cambio regolati e dei controlli sui movimenti di capitali. È la seconda fase, quella che è stata chiamata “globalizzazione”, associata alle politiche neoliberiste del “consenso di Washington”. Le due fasi sono molto diverse tra loro. La prima viene solitamente chiamata “l’era dorata” del capitalismo (di Stato). La seconda è stata accompagnata da un forte deterioramento delle misure macroeconomiche standard: tasso di crescita dell’economia, produttività, investimenti di capitali, persino il commercio mondiale; tassi di interesse molto più elevati (che hanno danneggiato le economie); ampia accumulazione di riserve improduttive per proteggere le valute; aumento della volatilità finanziaria; e altre conseguenze perniciose. Vi sono state eccezioni, certamente, come ad esempio i Paesi dell’Asia orientale, che non hanno rispettato le regole: non hanno professato la “religione” secondo cui “i mercati ne sanno di più”, come ebbe a scrivere Joseph Stiglitz in una pubblicazione d’indagine della Banca mondiale poco prima di essere nominato capo economista, poi allontanato (e premiato con il Nobel). In contrasto con questi, i peggiori risultati sono stati riscontrati laddove le regole erano state applicate rigorosamente, come in America Latina: questi fatti sono stati ampiamente riconosciuti, tra gli altri, anche da José Antonio Ocampo, direttore della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC), in un suo discorso, un anno fa, all’American economic association. La <<terra promessa è un miraggio>>, osservava; negli anni 90 la crescita è stata molto inferiore rispetto a quella dei tre decenni di “sviluppo gestito dallo Stato” della Fase I. Ha anche sottolineato che questa correlazione tra il seguire le regole e i risultati economici si riscontra in tutto il mondo.
Torniamo, dunque, al profondo, inquietante dilemma: la rapida crescita e la grande prosperità apportati dalla globalizzazione hanno comportato la disuguaglianza perché ad alcuni mancano le capacità. Ma non c’è dilemma, perché la rapida crescita e la prosperità sono un mito.
Molti economisti internazionali considerano la liberalizzazione del capitale un fattore fondamentale per i meno entusiasmanti risultati della Fase II. Ma l’economia è una questione complessa, così poco compresa che bisogna andarci cauti con i collegamenti causali. Tuttavia, una conseguenza della liberalizzazione del capitale è abbastanza chiara: mina la democrazia. Questo lo avevano capito gli artefici di Bretton Woods: una delle ragioni per cui gli accordi erano stati basati sulla regolamentazione dei capitali era quella di permettere ai governi di intraprendere politiche sociali democratiche, che riscuotevano un enorme appoggio popolare. Il libero movimento di capitali, invece, crea ciò che è stato chiamato un “senato virtuale” con “potere di veto” sulle decisioni del governo, limitando così gravemente le opzioni politiche. I governi si trovano ad affrontare un “doppio elettorato”: gli elettori e gli speculatori, che “indicono referendum di ora in ora” sulle politiche governative (tanto per citare alcuni studi tecnici relativi al sistema finanziario). Anche nei Paesi ricchi, quello che prevale è l’elettorato privato.
Simili conseguenze le hanno anche altre componenti della “globalizzazione” dei diritti degli investitori. Sempre di più, le decisioni socio - economiche vengono delegate a concentrazioni di potere irresponsabili, una caratteristica essenziale delle “riforme” neoliberiste (un termine propagandistico, non descrittivo). Presumibilmente, si sta progettando un ulteriore attacco alla democrazia, senza discussione pubblica, nei negoziati per l’Accordo generale per il commercio nei servizi (GATS). Il termine “servizi”, come sapete, si riferisce praticamente a tutto quanto può essere compreso nel campo delle scelte democratiche: sanità, istruzione, welfare, comunicazioni postali e di altro tipo, acqua e altre risorse, eccetera. Non esiste nessun vero senso secondo cui trasferire tali servizi in mani private significhi “commercio”, ma ormai il termine è stato talmente spogliato di significato, che tanto vale estenderlo anche a questo travestito.
Le innumerevoli proteste pubbliche dello scorso aprile nel Québec, in occasione del Vertice delle Americhe, organizzate un anno fa dai fanatici di Porto Alegre, erano dirette in parte contro il tentativo di includere segretamente i principi del GATT nella prevista Area di libero scambio delle Americhe (FTAA). Quelle proteste hanno riunito moltissimi sostenitori, del Nord e del Sud, tutti fortemente avversi a ciò che apparentemente stanno progettando a porte chiuse i ministri del Commercio e i grandi manager.
Le proteste hanno avuto la loro pubblicità, del solito tipo: i fanatici lanciano sassi e distraggono i maghi che cogitano sui grandi problemi. L’invisibilità delle loro vere preoccupazioni è piuttosto notevole. Per esempio, il corrispondente economico del New York Times, Anthony DePalma, scrive che l’accordo GATS <<non ha provocato nessuna controversia pubblica simile a quella sollevata contro i tentativi (dell’OMC) di promuovere il commercio delle merci>>, anche dopo Seattle. In realtà, è stata una preoccupazione fondamentale da anni. Come in altri casi, non si tratta di malafede. Quello che DePalma sa dei fanatici probabilmente si limita a quanto passa attraverso il filtro dei media, ed è una ferrea legge del giornalismo che le preoccupazioni gravi degli attivisti debbano essere tassativamente ignorate, a favore di qualcuno che lancia un sasso, forse un provocatore della polizia.
L’importanza di proteggere il pubblico dall’informazione si è rivelata drammaticamente durante il Vertice d’aprile. Ogni redazione degli Usa aveva sulla scrivania due studi importanti, da pubblicare immediatamente prima del Vertice. Uno era stato preparato da Human Rights Watch, e l’altro dall’Economic Policy Institute di Washington: né l’una né l’altra organizzazione sono proprio quello che si direbbe sconosciute. Entrambi gli studi indagavano in profondità sugli effetti del NAFTA, salutato durante il Vertice come un trionfo strepitoso che doveva servire da modello per l’FTAA, con titoloni che riecheggiavano le sue lodi da parte di George Bush e altri leader, tutte accettate come Verità Rivelate. Entrambi gli studi furono soppressi, alla quasi totale unanimità. Ed è facile capire perché. L’Human Rights Watch aveva analizzato gli effetti del NAFTA sui diritti del lavoro che, secondo quanto risultava, erano stati lesi in tutti e tre i Paesi partecipanti. Il rapporto dell’Economic Policy Institute era più esauriente: si trattava di analisi dettagliate degli effetti del NAFTA sui lavoratori, scritte da specialisti dei tre Paesi. La conclusione è che questo è uno dei rari accordi che ha danneggiato la maggioranza della popolazione in tutti i Paesi firmatari.
Sul Messico gli effetti erano stati particolarmente gravi, e particolarmente significativi nel Sud del Paese. Negli anni 80, in seguito all’imposizione dei programmi neoliberisti, i salari si erano abbassati in modo notevole. La tendenza era continuata dopo l’introduzione del NAFTA, con una riduzione del 24% dei redditi dei salariati e del 40% per gli autonomi, un effetto amplificato dal rapido aumento del numero di lavoratori non salariati. Nonostante l’aumento degli investimenti esteri, gli investimenti totali erano diminuiti, dal momento che l’economia era stata trasferita nelle mani di multinazionali straniere. Il salario minimo aveva perso il 50% del suo potere d’acquisto. La produzione era diminuita e lo sviluppo era fermo, o addirittura retrocesso. Un piccolo settore era diventato estremamente ricco, e gli investitori stranieri prosperavano.
Questi studi confermano quanto era stato riportato dalla stampa economica e dagli studi accademici. Il Wall Street Journal informava che, benché l’economia messicana stesse crescendo rapidamente verso la fine degli anni 90, dopo un forte declino successivo al NAFTA, i consumatori avevano subito un crollo del 40% del loro potere d’acquisto, il numero di persone che vivevano in situazione di povertà estrema cresceva a un ritmo doppio rispetto all’aumento della popolazione, e persino quelli che lavoravano negli impianti di assemblaggio di proprietà straniera avevano perso potere d’acquisto. Alle stesse conclusioni era giunto uno studio della sezione latino-americana del Centro Woodrow Wilson, che aveva anche rilevato che il potere economico si era concentrato enormemente dato che le piccole imprese messicane non riuscivano a ottenere finanziamenti, l’agricoltura tradizionale perdeva lavoratori, e i settori a intensità di manodopera  (agricoltura, industria leggera) non riuscivano a competere a livello internazionale con ciò che il sistema dottrinale definisce “libera impresa”. L’agricoltura soffriva per le ragioni di sempre: i coltivatori diretti non riescono a competere con l’impresa agricola statunitense, beneficiata da forti sussidi, con effetti ben noti in tutto il mondo.
La maggior parte di questo era stato previsto dai critici del NAFTA, compreso l’ormai defunto OTA, e dagli studi condotti dai movimenti dei lavoratori. Tuttavia, su un punto i critici sbagliavano: la maggior parte di loro aveva previsto un forte aumento del rapporto città - campagna, man mano che centinaia di migliaia di contadini fossero stati scacciati dalle campagne. Ma non è andata così. La ragione sembra essere che le condizioni si sono talmente deteriorate nelle città, che si è verificata un’enorme fuga da queste e verso gli Usa. Coloro che riescono a sopravvivere al passaggio della frontiera – molti non ce la fanno – lavorano per salari molto bassi, senza alcun genere di tutela sociale, in condizioni spaventose. Come sottolinea lo studio del Centro Woodrow Wilson, l’effetto è stato quello di distruggere vite e comunità in Messico mentre migliorava l’economia degli Usa, dove <<i consumi della classe media urbana continuano a essere sovvenzionati dall’impoverimento dei lavoratori agricoli tanto negli Stati Uniti come in Messico>>.
Questi sono alcuni  dei costi del NAFTA – e della globalizzazione neoliberista in generale –, che solitamente gli economisti preferiscono non calcolare. Ma anche considerando i calcoli standard fortemente tinti d’ideologia, i costi sono stati elevatissimi.
A nulla di tutto ciò è stato permesso di interferire con le celebrazioni del Nafta e dell’FTAA durante il Vertice. La maggior parte della gente, tranne chi è in qualche modo legato a organizzazioni di attivisti, viene a conoscenza di tutte queste cose solo attraverso la propria esperienza. Accuratamente protetti dalla realtà per opera della Stampa Libera, molti vedono se stessi come falliti, incapaci di partecipare alle celebrazioni del maggior boom economico della storia.
I dati provenienti dal Paese più ricco del mondo sono illuminanti, ma sorvolerò sui dettagli. Il quadro diventa generale (ovviamente con qualche variazione e le eccezioni del tipo già segnalato), ma si fa anche molto più cupo se ci allontaniamo dai calcoli economici standard. Uno dei costi è la minaccia alla sopravvivenza implicita nei ragionamenti dei pianificatori militari, che abbiamo già descritto. Ve ne sono molti altri. Per fare un esempio, l’Onu ha riscontrato una crescente “epidemia mondiale” di gravi disturbi mentali, spesso legati allo stress sul posto di lavoro, con oneri finanziari elevatissimi per i Paesi industrializzati. E giungono alla conclusione che un fattore determinante è costituito dalla “globalizzazione”, che comporta “la scomparsa della sicurezza sul posto di lavoro”, la pressione sui lavoratori, e una mole di  lavoro maggiore sulle loro spalle, particolarmente negli Usa. È forse questo un costo della “globalizzazione”? Da un certo punto di vista, è uno dei suoi aspetti più attraenti. Lodando le prestazioni economiche degli Stati Uniti, da lui definite “straordinarie”, Alan Greenspan ha sottolineato in particolare l’accresciuto senso di insicurezza sul posto di lavoro, che porta a una riduzione dei costi per i datori di lavoro. La Banca mondiale è della stessa opinione. Riconosce che la <<flessibilità del mercato del lavoro>> ha acquistato <<una cattiva fama … come un eufemismo per abbassare i salari e cacciare i lavoratori>>, ma tuttavia <<è essenziale in ogni regione del mondo … Le riforme più importanti comportano l’eliminazione degli ostacoli alla mobilità del lavoro e alla flessibilità dei salari, nonché la rimozione dei vincoli tra i servizi sociali e i contratti di lavoro>>.
Per dirla in poche parole, secondo l’ideologia prevalente scacciare i lavoratori, abbassare i  salari, cancellare le tutele sociali, sono tutti contributi fondamentali per una sana economia.
Il commercio non regolamentato arreca altri benefici alle grandi imprese. Gran parte – forse la maggior parte – del “commercio” viene gestito a livello centrale attraverso una serie di meccanismi: trasferimenti tra imprese, alleanze strategiche, outsourcing, eccetera. Le aree commerciali estese costituiscono un vantaggio per le grandi imprese, dal momento che non sono tenute a rispondere di fronte alle comunità locali e nazionali. Questo rafforza gli effetti dei programmi neoliberisti, che hanno ridotto con regolarità la parte di reddito spettante alla manodopera. Negli Usa, gli anni 90 sono stati il primo periodo postbellico in cui la divisione del reddito si è spostata fortemente a favore dei proprietari del capitale, e a scapito della manodopera. Il commercio ha un’ampia gamma di costi non calcolati: i sussidi all’energia, l’esaurimento delle risorse e altri fattori esterni che non vengono presi in considerazione. Comporta anche dei vantaggi, benché anche qui bisogna procedere con cautela. Il più applaudito di questi vantaggi è il fatto che il commercio aumenta  la specializzazione, il che riduce però le scelte, compresa quella di modificare il vantaggio relativo, noto altresì come “sviluppo”. La possibilità di scelta e lo sviluppo sono valori in sé; minarli comporta un costo rilevante. Se le colonie americane, 200 anni fa, fossero state costrette ad accettare il regime dell’OMC, il New England oggi continuerebbe a coltivare il suo vantaggio relativo e a esportare pesce, e certamente non produrrebbe tessili, industria che avrebbe potuto sopravvivere solo sulla base di dazi esorbitanti, necessari per impedire l’ingresso dei prodotti britannici (riflettendo il trattamento riservato dalla Gran Bretagna all’India). Lo stesso principio potrebbe essere applicato, tra le altre, all’industria dell’acciaio, e anche a situazioni dei nostri giorni, particolarmente durante gli anni di Reagan, fortemente protezionistici, anche lasciando da parte il settore statale dell’economia. Ci sarebbe molto da dire al riguardo. La maggior parte della questione si cela dietro metodi selettivi di calcolo economico, pur se ben nota agli storici dell’economia e agli storici della tecnologia.
Come tutti qui sanno bene, è molto probabile che le regole del gioco aggravino gli effetti deleteri per i poveri. Le regole dell’OMC o WTO vietano i meccanismi già usati in passato da ogni Paese ricco per raggiungere il proprio attuale livello di sviluppo, mentre allo stesso tempo concedono livelli di protezionismo senza precedenti per i ricchi, ivi compreso un regime di brevetti che impedisce l’innovazione e la crescita con modalità nuove, e permette alle grandi corporations di ammassare enormi profitti monopolizzando i prezzi dei prodotti spesso sviluppati con sostanziali contributi pubblici.
In base alle versioni contemporanee dei meccanismi tradizionali, la metà dei popoli del mondo sono in realtà sotto curatela, con le loro politiche economiche gestite dagli esperti di Washington. Ma anche nei Paesi ricchi, ormai, la democrazia è sotto attacco, in virtù dello spostamento del potere decisionale dalle mani dei governi (che, almeno in parte, rispondono al pubblico), a quelle delle tirannidi private (che non hanno quel difetto). Quegli slogan cinici, come “fidati del popolo”, oppure “minimizza lo Stato”, nelle attuali circostanze non richiedono un aumento del controllo popolare. Spostano le decisioni dai governi in altre mani, ma non in quelle del “popolo”: piuttosto, all’amministrazione di entità giuridiche collettiviste, che in genere non sono tenute a rispondere al pubblico e che sono in realtà totalitarie nella loro struttura interna, quasi come i conservatori accusati un secolo fa di opporsi alla “corporativizzazione dell’America”.
Durante alcuni anni, gli esperti e gli istituti statistici latino-americani hanno rivelato che la diffusione della democrazia formale nell’America Latina era accompagnata da un crescente disinganno circa la democrazia: una “tendenza allarmante” ancora in atto, segnalavano gli analisti, notando il legame tra le “fortune economiche in declino” e la “mancanza di fiducia” nelle istituzioni democratiche (Financial Times). Come ebbe a indicare qualche anno fa Atilio Boron, la nuova ondata di democratizzazione in America Latina ha coinciso con “riforme” economiche neoliberiste che minano la vera democrazia. Un fenomeno che sta dilagando, sotto forme diverse, in tutto il mondo.
Anche negli Stati Uniti. C’è stato grande clamore pubblico circa le “elezioni rubate” del novembre 2000, ma la sorpresa è che alla gente sembra non importare. I sondaggi di opinione pubblica suggeriscono alcune ragioni, anche credibili, che rivelano che, alla vigilia delle elezioni, i tre quarti della popolazione vedevano il processo fondamentalmente come una farsa: un gioco a cui partecipavano i finanziatori, i leader di partito e l’industria delle relazioni pubbliche, che ammaestrava i candidati a dire “qualsiasi cosa pur di essere eletti”, così che si poteva credere a ben poco di quello che dicevano, anche quando era comprensibile. Sulla maggior parte delle questioni in gioco, i cittadini non riuscivano a capire la posizione dei candidati, non perché fossero stupidi o non ci provassero, ma per via dei solerti sforzi dell’industria delle PR. Un progetto dell’Università di Harvard che segue gli atteggiamenti politici ha scoperto che il “senso di impotenza ha raggiunto un livello allarmante”, dal momento che oltre la metà degli intervistati ha dichiarato che la gente come loro ha poca o nessuna influenza su ciò che fa il governo: un aumento notevole, registrato durante il periodo neoliberista.
Le questioni su cui la popolazione ha opinioni diverse dalle élites (economiche, politiche, intellettuali) sono prevalentemente escluse dall’agenda, in particolare quelle relative alla politica economica. Il mondo degli affari, e non deve sorprendere, è tutto a favore della “globalizzazione” diretta dalle grandi imprese, dagli “accordi di libero investimento” chiamati “accordi di libero scambio” (il NAFTA, l’FTAA, il GATS), e di altri meccanismi che concentrano la ricchezza e il potere in mani che non devono rispondere nei confronti dell’opinione pubblica. Un altro fatto che non deve sorprendere è che la grande bestia si oppone, in linea di massima, quasi istintivamente, pur non essendo a conoscenza delle questioni cruciali dalle quali viene doverosamente e accuratamente protetta. Ne consegue che tali questioni non sono adatte alle campagne elettorali, e non sono quindi emerse nel corso della campagna per le elezioni del novembre 2000. Ci si sarebbe trovati in difficoltà, per esempio, a dovere affrontare una discussione sul prossimo Vertice delle Americhe e sull’FTAA, o su altri argomenti relativi a questioni di interesse primario per il pubblico. Si volevano indirizzare gli elettori verso ciò che l’industria delle pubbliche relazioni definisce “qualità personali”, non “questioni”. Tra circa la metà della popolazione che vota, fortemente a favore del settore più abbiente, coloro che riconoscono che i loro interessi di classe sono in gioco votano per quegli interessi: e, in modo schiacciante, per il più reazionario dei due partiti degli affari. Ma la maggioranza del pubblico divide il proprio voto in modo diverso, il che porta a un pareggio statistico. Tra i lavoratori, le questioni non economiche, come il possesso di armi o la “religiosità”, erano considerate fattori di importanza primaria, per cui la gente spesso votava contro i propri interessi fondamentali, pensando di avere poca scelta, apparentemente.
Quel che rimane della democrazia si traduce nel diritto di poter scegliere tra i beni. I grandi uomini d’affari da tempo ormai spiegano che è necessario imporre alla popolazione la “filosofia della futilità” e la “mancanza di scopo nella vita”, così da “concentrare l’umana attenzione sulle cose più superficiali, tra cui gran parte dei consumi alla moda”. Subissata da tale propaganda fin dall’infanzia, la gente allora accetterà la propria vita subordinata e senza senso, e dimenticherà tutte quelle idee ridicole circa la gestione dei propri affari. Così, abbandoneranno il loro destino nelle mani di coloro che si autodefiniscono “le minoranze intelligenti” che servono e amministrano il potere.
Da questo punto di vista, che è stato quello convenzionale nelle opinioni delle élite, in particolare lungo il passato secolo, le elezioni del novembre 2000 non rivelano un difetto della democrazia statunitense, bensì il suo trionfo. E, generalizzando, è giusto acclamare al trionfo della democrazia in tutto l’emisfero, e altrove, anche se le popolazioni, chissà perché, non la vedono così.
La lotta per imporre quel regime assume molte forme diverse, ma non finisce, e non finirà mai finché le forti concentrazioni di potere decisionale reale rimarranno al loro posto. È ovviamente ragionevole prevedere che i signori sfrutteranno tutte le possibili occasioni che si presenteranno loro, attualmente, le paure e le angosce della popolazione in seguito agli attacchi terroristici: una questione seria per l’Occidente, ora che, con le nuove tecnologie a disposizione, ha perso il suo monopolio virtuale della violenza, conservando solamente la sua forte preponderanza.
Ma non è necessario accettare queste regole, e coloro che si preoccupano dei  destini del mondo e dei suoi abitanti certamente seguiranno un cammino diverso. Le lotte popolari contro la “globalizzazione” dei diritti degli investitori, particolarmente nel sud, hanno influito sulla retorica, e fino a un certo punto anche sulle pratiche dei signori dell’universo, che ora sono preoccupati e sulla difensiva. Questi movimenti popolari non hanno precedenti, per le loro dimensioni, per la varietà dei partecipanti, per la solidarietà internazionale che destano. Ne sono un’importantissima dimostrazione le riunioni che si stanno tenendo qui. In gran parte, il futuro è nelle loro mani. Sarebbe difficile sopravvalutarela portata di tutto quello che è in gioco.    

Noam Chomsky




A colloquio con il giudice penale uruguayano Pablo Eguren Casal
“La Giustizia deve essere uguale per tutti, per gli umili e per i privilegiati”
a cura di Jean Georges Almendras

Verso la metà dello scorso anno, il 2002, la società uruguayana viene particolarmente scossa dalla notizia dello “svuotamento” illecito del Banco di Montevideo appartenente al gruppo bancario uruguayano. Responsabile della truffa è il Gruppo Peirano, strettamente legato, secondo la recente informativa di Diritti Umani del Servizio Pace e Giustizia (SERPAJ), con il potere politico e con le gerarchie dell’OPUS Dei. Tale gruppo utilizza la Trade & Comerce Bank delle isole Caiman come ponte per il trasferimento di 300 milioni di dollari verso altri istituti di credito e non dello stesso Gruppo, conosciuto anche come il “Gruppo Velox”. Migliaia di uruguayani perdono i loro risparmi, e, conseguenza di tale illecita manovra finanziaria, si registra una notevole crescita della sfiducia nei confronti del sistema finanziario stesso che sfocia nella più grave crisi degli ultimi tempi delle banche uruguayane. Quattro istituti di credito sono costretti a chiudere mentre viene varata una legge di riprogrammazione del sistema finanziario che porta ad ulteriore indebitamento dell’Uruguay nei confronti del Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Le denunce sporte dalle persone direttamente danneggiate non sono rivolte solamente alla famiglia Peirano, ma anche allo stesso Stato. La crisi economica del Paese continua così ad aggravarsi fino a quando la Giustizia penale non prende in mano la situazione.
Il magistrato che si fa carico del caso – ancora oggi aperto – è il Dott. Pablo Eguren Casal, titolare del dipartimento di Giustizia Penale di 8° Turno della città di Montevideo. Eguren , 49 anni, inizia la sua carriera professionale nel 1989, presso il “Poder Judicial” della Repubblica Orientale dell’Uruguay divenendo poi Giudice di Pace nel distretto di Tacuarembo e infine Giudice Penale a Montevideo. Qui, conquista in poco tempo la fiducia di colleghi, opinione pubblica e mezzi di informazione in particolare in seguito alla conduzione di un caso di corruzione che porterà all’arresto di personaggi posti ai vertici della Direzione Nazionale delle Carceri.
Tornando al caso Peirano, grazie al lavoro di Eguren scattano le manette ai polsi degli ex-direttori del Banco di Montevideo, tra questi il dott. Jorge Peirano Faccio, ex Ministro del Governo di Pacheco Areco ed ex docente di Diritto Costituzionale all’Università della Repubblica.
La notizia calma gli animi delle migliaia di persone danneggiate che oggi si battono per ottenere un risarcimento economico mentre ancora si attende la cattura di Juan Peirano Basso (figlio dell’ex Ministro di Stato dell’Uruguay che, insieme agli altri suoi figli si trova recluso presso il Carcere Centrale della Centrale di Polizia di Montevideo).
Il giudice Pablo Eguren ci ha ricevuti nel suo modesto appartamento situato in un tranquillo quartiere di Montevideo.

Dottor Eguren, il suo nome è salito alla ribalta delle cronache nazionali ed internazionali in seguito alle note vicende legate agli istituti bancari e ha inflitto condanne a soggetti accusati di “associazione per delinquere”.
In Uruguay la legge penale è concepita per il delinquente di bassa lega. Normalmente, giudicati dal Tribunale Penale sono delinquenti di bassa estrazione sociale o di classi emarginate. A me invece è toccato interagire con delinquenti che hanno operato nell’impunità del potere, nell’impunità di grandi studi giuridici, di grandi studi contabili, nell’impunità del potere economico. E’ in questo contesto, infatti, che è nato il processo contro tre dei figli Peirano e il capofamiglia, Jorge Peirano Faccio, condannati per “insolvenza societaria fraudolenta”. Questi avevano causato un grave danno, quantificato in circa 300milioni di dollari, al paese e al gruppo economico che manovravano, comprendente vari istituti di credito e imprese ad essi collegati.
Insieme a loro abbiamo rinviato a giudizio tutta la direzione della Banca di Montevideo ed è importante sottolineare che lo stesso Jorge Peirano Faccio era stato Ministro degli Esteri e Ministro per l’Industria del Governo di Pacheco Areco negli anni Settanta. Un uomo di grande fama e di grande cultura. L’indagine è andata a buon fine in un tempo veramente record: meno di 4 settimane.

A livello internazionale sono frequenti i casi di funzionari che operano truffe ai danni degli istituti di credito per i quali lavorano? Casi nei quali il delitto economico si trasforma in delitto con la “D” maiuscola?
Io credo che non ci siano differenze fra i crimini e il problema non sono le istituzioni, bensì gli uomini che le rappresentano. Se costoro non sono sufficientemente integri avvengono i crimini. La Giustizia, poi, è chiamata a definire le varie tipologie di crimine, così come la loro matrice sociale. Ogni giorno le indagini sono sempre più difficoltose. I reati vengono compiuti all’interno di un’impalcatura davvero diabolica che fa sì che l’investigazione debba essere portata avanti in segreto. Nel caso dei Peirano, però si è riusciti a stabilire le responsabilità.

Sono molti gli ostacoli che si incontrano nel corso di indagini per crimini di tipo  economico?
Gli ostacoli sono molti, in primo luogo perché, come già in precedenza accennato, noi giudici siamo abituati a processare gente di poco conto incriminata per furto, per truffa, per rapina, per lesioni personali, ma non siamo specialisti in crimini economici.

Ciò significa che nell’ambiente della magistratura bisognerà formare giudici capaci di affrontare queste situazioni?
Credo che sarebbe molto importante fornire al Potere Giuridico uruguayano la possibilità di contare su giudici specializzati, assistiti da periti qualificati in materia economica, cosa che oggi non esiste. Quello che siamo riusciti a fare è il risultato di molte ore di lavoro e di molto sacrificio che fortunatamente ha dato i suoi frutti.

Il crimine economico può essere definito come una forma di violenza, tenendo presente i danni causati da esso?
Questo tipo di crimine si evidenzia perché fa parte di quei crimini che attentano gli azionisti delle imprese, attentano i depositari dei libretti, i piccoli risparmiatori, i creditori, che attentano la stessa società, contro la stessa popolazione, sono crimini commessi per colpire la società nel suo insieme. Tempo fa ad un congresso, riferendomi a questi reati ho detto che sono crimini sofferti dai popoli che patiscono la disoccupazione e la miseria.

E per quanto riguarda l’aspetto internazionale di questi crimini?
Abbiamo processato la “testa” di un gruppo economico che possedeva una banca nelle isole Cayman, una banca in Argentina, una banca in Paraguay, la Banca di Montevideo, la Banca Cassa Operaia  in Uruguay, un gruppo che aveva in mano finanziarie, centri di Cambio e una grande quantità di società anonime con le quali operare a 360°. Nel ramo alberghiero, nel ramo del bestiame, nel ramo dei freeshop, in diversi ambiti della produzione queste persone possedevano le proprie “derivazioni” economiche.

Tutto ciò può essere definito come una forma di mafia?
Preferisco non dire ciò che penso a riguardo. Quello che è certo è che si è trattato di un gruppo che io ho processato con l’accusa di associazione a delinquere, con l’aggravante della frode. Compresi che vi era stato un accordo fra coloro che erano a capo del gruppo per defraudare non solo gli uruguayani, ma anche gli argentini, i paraguayani e tutti i risparmiatori che in buona fede avevano depositato i propri averi. Averi che venivano depredati e reimpiegati in catene di supermercati, come la catena dei Disco in Argentina o altre in Cile, in Perù, in Ecuador, in Paraguay.

Quanto è sentito il problema della mafia in Uruguay?
Fortunatamente non esiste in Uruguay un’organizzazione delittuosa sul modello della mafia italiana. Noi giudici, in Uruguay, ci scontriamo con associazioni criminali importanti, ma non ai livelli della mafia italiana.

Come considera l’operato dei giudici italiani impegnati nella lotta alla mafia?
So che ci sono stati giudici italiani molto valorosi, che hanno sacrificato la propria vita per la Giustizia. E cito il caso di Falcone e Borsellino, vittime di un amore per la Giustizia, capace di dimostrare all’umanità cosa significhi possedere il coraggio e la fede nei valori dell’uomo che ti permettono di andare avanti ad ogni costo.

E’ mai stato minacciato di morte?
Quest’anno ho mandato in galera diversi agenti di polizia molto importanti della Direzione Nazionale delle Carceri. Nel corso dello svolgimento del processo la Direzione Nazionale dei Servizi di Informazione e di Intelligence mi ha informato che ero stato minacciato di morte. Mi hanno informato direttamente che si stava preparando un attentato contro la mia persona per ottenere un’interruzione definitiva delle cause che stavo istruendo. Non ho ricevuto minacce dirette. Agli alti esponenti dell’Intelligence ho detto che rifiutavo qualsiasi tipo di scorta, al ministro dell’Interno ho ribadito la mia volontà a continuare a prendere l’autobus ogni giorno, proseguendo la mia vita normalmente, al ministro ho detto anche che credo di compiere solamente il mio dovere e che tutto il resto dipende da Dio, che mi protegge nella mia attività.

Lei è d’accordo con le polemiche sul  malfunzionamento del sistema carcerario?
Mi ricordo che in un’intervista di alcuni anni fa dissi che i centri di reclusione sono depositi di esseri umani. Si è parlato del sistema carcerario come di un sistema di riabilitazione del recluso, ma in realtà non è così. Il sistema carcerario è un sistema funesto. Un sistema che umilia l’essere umano e chi oltrepassa quelle sbarre, sia buono o cattivo, si trasforma indubbiamente in cattivo. Mi ricorderò sempre di quella parabola di San Francesco e del lupo che va in città, viene picchiato e diventa mansueto, poi d’improvviso decide di ritornare sulla montagna ad attaccare le greggi. San Francesco gli domanda il perché: cos’è che ti ha provocato questa reazione? e il lupo gli risponde: non ti avvicinare troppo fratello Francesco, mi hanno picchiato tanto. L’uomo quando viene colpito, picchiato, reagisce come un animale feroce.

Lei crede nella possibilità di riabilitazione di chi ha commesso crimini?

Credo nella redenzione dell’uomo. Credo che anche chi ha commesso il più grave degli errori ha la possibilità di redimersi. Questa è la base del cristianesimo, il messaggio che ci ha lasciato Cristo. Credo profondamente in questo, credo che tutti possiamo sbagliare e tutti ci possiamo redimere. Nel carcere di Tacuarembo, la città dell’Uruguay dove ho lavorato come Giudice, ricordo che facemmo un lavoro molto interessante quando su mia richiesta, appoggiato da un prete della città, realizzammo alcune iniziative con i detenuti. Organizzammo anche delle messe e alcuni carcerati fecero dei veri e propri ritiri spirituali. Credo che l’uomo vada cambiato dal punto di vista spirituale.

Cosa la preoccupa di più, sia come uomo che come magistrato, dei gravi problemi che vive la nostra società?
Così come diceva Mosè stiamo nuovamente adorando il vitello d’oro, stiamo adorando il potere economico, stiamo cercando di possedere ogni giorno di più beni materiali a discapito di altri esseri umani. Perché quando c’è più ricchezza da una parte, dall’altra c’è molta più povertà. Credo realmente che l’uomo debba ritrovare le sue origini spirituali per poter ricostruire la società nella quale vive.

Qual è la sua opinione in merito al tema della globalizzazione? Si dichiara favorevole o contrario?
Io credo che la globalizzazione possa essere considerata un fattore positivo fin quando rispetta i valori nazionali dei popoli. Il suo lato positivo è rappresentato dalle comunicazioni e dagli scambi fra i popoli che, volendo, possono portare ad una maggiore solidarietà e conoscenza. E questo è molto importante. D’altra parte, però, l’imposizione di determinate strutture economiche, se i popoli non possono trarne beneficio, porta inevitabilmente ad una crisi economica.

Un messaggio finale?
I problemi degli uomini sono uguali o molto simili in tutto il mondo, è molto importante che tutti noi, come esseri umani, adempiamo fino in fondo alla nostra funzione nel migliore dei modi, per creare ogni giorno una società nella quale gli uomini vengano trattati, davanti alla legge, tutti allo stesso modo.



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Discorso di Lula da Silva al Forum Economico Mondiale Davos, Svizzera, 26 gennaio 2003


L’atmosfera a Davos è quella ufficiale del Forum Economico Mondiale, ma quando arriva il neo presidente del Brasile Lula da Silva, il crisma dell’ufficiosità cede il posto ad una palpabile emozione, decisamente più popolare.
Buona sera, sto arrivando come voi sapete, direttamente da Porto Alegre, dove ho partecipato al Forum Sociale Mondiale, parlando a decine di migliaia di persone delle stesse questioni che affronterò qui. La riunione annuale del Forum Economico Mondiale ha come tema centrale la costruzione della fiducia. Mi sento molto a mio agio su questo tema. Sono depositario della fiducia del popolo brasiliano, che mi ha conferito la responsabilità di guidare un paese con 175 milioni di abitanti, una delle più grandi potenze economiche del pianeta. Ma anche, un paese che convive con enormi disuguaglianze sociali. In un silenzio composto la platea ascolta le parole di quello che a vero titolo può essere definito un presidente-operaio senza correre il rischio di dover corrispondere il copyright a chi prima di lui ha tappezzato l’Italia con i propri megaposter.
Porto qui a Davos il sentimento di speranza che si è sparsa per tutta la società brasiliana. Il Brasile si è ritrovato con se stesso e questo incontro si manifesta nell’entusiasmo della società e nella mobilitazione nazionale per affrontare gli enormi problemi che abbiamo di fronte. Qui a Davos si è d’accordo nel dire che oggi esiste un unico Dio: il mercato. Ma la libertà di mercato presuppone, soprattutto, la libertà e la sicurezza dei cittadini.
Il discorso di Lula da Silva affonda le radici nelle immense contraddizioni di un Paese che sta lavorando per ridurre le disparità economiche e sociali, approfondire la democrazia politica , garantire le libertà pubbliche e promuovere, attivamente, i diritti umani, dovendo fare i conti con 45 milioni di abitanti che vivono al di sotto della soglia della povertà. Per questo motivo abbiamo fatto della lotta alla fame la nostra priorità. Non mi stancherò di ripetere l’impegno di assicurare che tutti i brasiliani possano tutti i giorni fare colazione, pranzare e cenare. Combattere la fame non è solo compito del Governo, ma di tutta la società. Lo sradicamento della fame presuppone trasformazioni strutturali, esige la creazione di impieghi degni, maggiori e migliori inversioni, aumento sostanziale del risparmio interno, espansione dei mercati nel paese e all’estero, tutela della salute ed educazione di qualità, sviluppo culturale, scientifico e tecnologico. Urge che il Brasile promuova la riforma agraria e riprenda la crescita economica, in modo di distribuire reddito.
Stabiliamo regole economiche chiare, stabili e trasparenti. Stiamo combattendo implacabilmente la corruzione. Tanti i punti toccati, la questione dell’ampliamento dell’infrastruttura interna, attraverso anche la partecipazione di capitali stranieri, l’espansione necessaria delle esportazioni, cercando di uscire dal circolo vizioso dei nuovi prestiti richiesti per pagare quelli precedenti. Lula chiede il libero commercio caratterizzato dalla reciprocità. Nulla varrà lo sforzo di esportazione che svilupperemo se i paesi ricchi continuano a decantare il libero commercio ma praticando il protezionismo.
Viene sottolineata la necessità che la comunità internazionale dia il suo contributo per impedire l’evasione illegale delle risorse, che cercano rifugio nei paradisi fiscali. Maggiore disciplina in questa area è fondamentale per la decisiva lotta al terrorismo e alla criminalità internazionale che si alimentano del riciclaggio del denaro sporco.
Il neo presidente auspica ripetutamente la costruzione di un nuovo ordine economico internazionale, più giusto e democratico. Più di 10 anni dopo il crollo del muro di Berlino, ancora esistono muri che separano coloro che mangiano dagli affamati, quelli che lavorano dai disoccupati, quelli che vivono degnamente nelle proprie case da quelli che vivono per strade o nelle favelas, quelli che hanno accesso all’educazione e all’apice culturale dell’umanità da quelli che vivono prigionieri nell’analfabetismo e nella più assoluta alienazione.
Lula da Silva affronta i temi legati alla politica del Suo Paese fermamente orientata alla ricerca della pace, della soluzione negoziata dei conflitti internazionali e per una difesa che non transige nei confronti dei nostri interessi nazionali. La pace non è solo un obiettivo morale. E’ anche un imperativo di razionalità. Per questo sosteniamo che le controversie siano risolte per via pacifica e sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il progetto nazionale viene definito universalista, diretto ad approfondire le relazioni con i paesi dell’America del Sud, sviluppando con loro un’integrazione economica, commerciale, sociale e politica. Grande volontà di negoziare positivamente con gli Stati Uniti, con l’Unione Europea e con i paesi asiatici. E in virtù del fatto di essere un Paese che possiede la maggiore popolazione di colore al mondo, mantenere un occhio di riguardo per il continente africano, con il quale si mantengono legami etnici e culturali.
Non rimanete in attesa all’infinito, aspettando segnali per cambiare di attitudine nei confronti del mio paese e dei paesi in via di sviluppo. I popoli, così come ogni individuo, hanno bisogno di opportunità. I paesi ricchi di oggi lo devono al fatto che hanno avuto opportunità storiche.
Il cambio che cerchiamo non è destinato solo per un gruppo sociale, politico o ideologico. Ne usufruiranno maggiormente quelli che non sono tutelati, i disperati, gli umiliati e quelli che adesso guardano con occhi di speranza alla possibilità di redenzione personale e collettiva. Questa è una causa di tutti. Una causa universale per eccellenza. Vogliamo fare un appello affinché le scoperte scientifiche siano “universalizzate”, per fare in modo che possano essere ad uso di tutti i paesi del mondo. Allo stesso modo, propongo la formazione di un fondo internazionale per combattere la miseria e la fame nei paesi del terzo mondo, costituito dai paesi del G-7 e portato avanti dai grandi invertitori internazionali. E questo perché è lungo il cammino per la costruzione di un mondo più giusto e perché la fame non può aspettare.
Il mio più grande desiderio è che la speranza che è riuscita a vincere la paura nel mio paese, possa contribuire anche a vincerla in tutto il mondo. Abbiamo bisogno urgentemente di unirci intorno a un patto mondiale per la pace e contro la fame. Siatene certi che il Brasile farà la sua parte.
Grazie.






Gino Strada da Kabul a Bagdad


Questione di ore, forse di giorni, ma la consapevolezza di un attacco contro l’Irak da parte degli USA si sta materializzando nei pensieri della maggior parte degli esseri umani, senza alcuna alternativa. Non per chi corre da anni, da un paese in guerra all’altro, portando gli aiuti più immediati, medicine, operando feriti con il minimo delle risorse, ma con una determinazione capace di spostare le montagne, quella stessa che gli ha permesso di fondare e di portare avanti un’organizzazione come Emergency. Rarissime volte lo trovi in qualche trasmissione televisiva a parlare contro la guerra e al sentire i pareri autorevoli di molti politici presenti, si può solo provare un senso di vergogna e di rabbia. Gino Strada non demorde e dopo aver abbandonato il set di un anonimo studio televisivo riprende l’aereo che lo porta su uno dei tanti teatri di morte sparsi sul nostro emisfero. All’ospedale di Kabul continua a svolgere il suo lavoro di chirurgo di guerra, ma già freme per poter arrivare in tempo a Bagdad. In mezzo c’è la manifestazione contro la guerra del 15 febbraio a Roma che, contemporaneamente si svolge in 42 paesi del mondo. Il tempo è quello che è, poco, anche quello per un’intervista che verrà ripresa dalle varie agenzie viene razionalizzato. Si parte dalla sua speranza sul numero dei partecipanti il 15 febbraio dovremo essere milioni per dire che vogliamo vedere sparire la guerra dalla faccia della terra, fino a toccare inevitabilmente il coinvolgimento degli USA in questa guerra. Non usa mezzi termini Strada, la definisce una sorta di guerra di Bush contro tutti, nella quale anche noi che ora siamo nelle sue grazie potremo ritrovarci fra i futuri obiettivi qualora intralciassimo, anche involontariamente il suo cammino. Confusi dentro una pseudo tranquillità materialistica il nostro paese dimentica troppo facilmente il suo passato. Gino Strada ripercorre così le tappe che ci hanno portato oggi nel tentativo di scongiurare una nuova guerra capace di aprire scenari ancora più devastanti di quello che si può immaginare. Le guerre istigate dagli USA, i colpi di Stato finanziati, tentativi di genocidi armati e combattuti: El Salvador, Cile, Nicaragua, Vietnam, Guatemala e tanti altri. E’ curioso che gli stessi USA che vivono di sondaggi, non diano peso ad uno particolarmente inquietante di recente uscita su una prestigiosa rivista che rivela come la maggioranza degli americani consideri il proprio paese il maggior pericolo per la pace mondiale.
Alla domanda del giornalista sull’evitabilità di uno scontro armato in virtù di una  pressione dell’ONU, Gino Strada è lapidario sull’assenza di considerazione da parte degli USA nei confronti dell’ONU stesso, per poi toccare un punto a lui caro e cioè l’importanza fondamentale di una presa di posizione dei cittadini europei contro la guerra, senza che sia  una questione di colore politico.  Strada definisce la pace un valore di tutti che come tale deve essere riconosciuto e rispettato – mi sembra di capire che il governo ha intenzione di portarci in guerra, e che l’opposizione non vota compatta contro la guerra. Mi domando: ma allora sono governo e opposizione di che cosa? – forse scordiamo che l’articolo 11 della nostra Costituzione ripudia la guerra... Il giornalista lo incalza sulla possibilità che all’interno dell’Ulivo ci sia qualcuno favorevole all’intervento armato qualora venga autorizzato dall’ONU. Il chirurgo di Emergency affronta piuttosto la questione stessa dell’ONU e di cosa “rappresenta”, citando l’episodio di Hans von Sponeck capo dell’ONU in Irak alcuni anni fa, dimessosi per non essere complice del genocidio dei bambini irakeni. L’intervista si conclude ritornando alla questione della manifestazione mondiale del 15 febbraio e al segno che potrà lasciare. Nel frattempo in Italia, da un ufficio di Via Solforino, un noto giornalista del Corsera affonda colpo su colpo su quelli che definisce qualunquisti contro la guerra, “signor né-né”  fra i quali inserisce anche Gino Strada il quale risponde punto su punto sullo stesso quotidiano. Oltre a ricordare il suo impegno contro il terrorismo delle Br, stando dalla parte sempre delle vittime, Strada riassume il suo pensiero contro la guerra – La guerra è la più diffusa forma moderna di terrorismo… un’attività umana che uccide mutila, ferisce e annichilisce esseri umani, il novanta per cento dei quali sono civili… povera gente che si vede innaffiata di bombe perché il suo presidente di solito è un dittatore in disgrazia che ha litigato con gli alleati di prima… (…) L’anno scorso c’erano i talebani e Osama Bin Laden. Qualche altro mostro è già in fabbricazione… Alla fine di ogni guerra contro il mostro… il mostro è ancora lì. (…) Mi piacerebbe sapere quanti italiani sono “signori né-né”, quanti cioè di noi sono contrari alla guerra all’Irak, a quanti di noi fa schifo la prospettiva di un nuovo massacro per il petrolio, senza perciò essere sostenitori di Saddam. Immediata la controreplica del noto giornalista sulla stessa onda del primo articolo, ma ormai Gino Strada è lontano,  impegnato su altri fronti a bordo di una jeep verso Bagdad.






Colombia – Bogotà Venerdì 7 febbraio 2003 ore 20: l’inferno

Poche ore prima della tremenda esplosione di venerdì 7 febbraio, che ha devastato il noto locale per politici e uomini d’affari colombiani “El Nogal” della capitale colombiana, il capo della polizia di Bogotà Jorge Daniel Castro aveva annunciato che le forze dell’ordine avevano sventato un attentato con razzi delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Subito dopo l’inferno. 32 morti, di cui 6 bambini che giocavano in una palestra dell’edificio e 160 feriti. Dopo 14 ore una ragazzina  estratta ancora viva dalle macerie, intorno l’orrore dei poveri resti delle vittime sparsi ovunque e gente con i vestiti a brandelli che vagava in stato di shock. Tutto inizia alle 20 ora locale, le 2 in Italia, il club è affollatissimo come tutti i venerdì sera. Gli invitati sono 120 e altri 200 i partecipanti all’anteprima del Carnevale di Barranquilla, più circa 200 frequentatori delle varie sezioni del club. In tutto oltre 500 persone.
Un’automobile riempita con circa 200 kg di esplosivo viene posteggiata al terzo piano interrato del grattacielo di 13 piani e fatta esplodere a distanza. Il secondo piano, appena sopra l’esplosione crolla totalmente e gran parte della facciata viene letteralmente strappata via dall’onda d’urto che ha investito anche numerose costruzioni adiacenti, mandando in tilt il traffico. Molti frammenti sono caduti sulla via principale, Carrera Septima, a quell’ora affollatissima. All’inizio si è pensato alle Farc insieme ad altri gruppi terroristici, subito dopo si è fatta strada la pista dei narcos. La tecnica infatti sembra ricordare maggiormente le guerre tra i cartelli del narcotraffico che hanno insanguinato la Colombia tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta quando il capo indiscusso del traffico della droga si chiamava Pablo Escobar. Poco tempo prima dell’attentato al Nogal il ministro degli Interni Fernando Londono, che in tempi non remoti era stato il presidente dello stesso locale distrutto dall’autobomba, aveva rilasciato delle dichiarazioni molto dure contro il narcotraffico. Una pista che non viene trascurata dagli investigatori. Il sindaco della città Antanas Mockus ha offerto una taglia di 170.000 dollari a chi fornirà informazioni che consentano di individuare il commando che ha preso parte all’attentato. Il presidente Alvaro Uribe si è rivolto al “mondo democratico” per “debellare il terrorismo”. Impossibile dimenticare che lo stesso giorno dell’insediamento di Uribe, lo scorso 7 agosto, nella sola città di Bogotà si è verificata un’ondata di attentati dinamitardi che ha causato 20 morti e una cinquantina di feriti. Né tantomeno si possono scordare 40 anni di guerra civile che hanno devastato il paese, dalle lotte senza quartiere tra guerriglia e paramilitari  degli “squadroni della morte”, alle faide tra i diversi cartelli criminali che si contendono il controllo del narcotraffico; le migliaia di rapimenti, non ultimo quello della candidata alla presidenza Ingrid Betancourt la cui sorte appare legata a un filo probabilmente già reciso da un mix di cointeressi politico-criminali.
L.B


Enichem: Il disprezzo per la vita altrui

L’alba dello scorso 16 gennaio coglie di sorpresa dirigenti e addetti al funzionamento degli impianti degli stabilimenti Enichem di Priolo (Sr): 18 arresti richiesti dal Gip Monica Marchionni, 8 in carcere, 10 agli arresti domiciliari e 30 persone indagate. Si tratta di un vero e proprio attentato alla salute umana e all’ambiente, il mercurio veniva gettato direttamente in mare attraverso condutture che ufficialmente risultavano inattive (mare che presenta tracce di mercurio 20.000 volte superiore alla quantità consentita). Le sostanze tossiche venivano nascoste in fusti a doppio fondo e fatte passare per normali scorie industriali da gettare nelle discariche di tipo “A”, ossia quelle senza schermatura e senza guaine, con costi inferiori del 40%, con risparmi ingenti sul budget a disposizione dello stabilimento per lo smaltimento dei rifiuti (quantificati dall’accusa per un totale di 10 miliardi di vecchie lire), il tutto falsificando i registri. Un’operazione denominata “Mar Rosso”, condotta in team fra la Procura della Repubblica di Siracusa con il sostituto Maurizio Musco, la Guardia di Finanza, gli ispettori Asl del Nictas insieme alla Polizia di Stato. Sono stato sorpreso – ha detto il Procuratore capo Roberto Campisi durante la conferenza stampa – venendo informato su quanto via via emergeva dalle indagini, della disinvoltura, del disprezzo per la vita che emergeva dalle conversazioni che abbiamo registrato mettendo sotto controllo i telefoni o grazie a microspie. La logica che abbiamo constatato prevaleva nella gestione della società era quella della riduzione dei costi, senza troppo curarsi delle conseguenze negative che certe azioni potessero avere per l’ambiente e quindi per la salute dei cittadini.
Lo scandalo Enichem apre scenari alquanto inquietanti: in 10 anni, a partire dal 1991 “almeno” 2000 bambini, nati da famiglie residenti soprattutto a Priolo, Augusta e Melilli, sono venuti alla luce con malformazioni fisiche e psichiche. Un tasso di handicap del 5,5 per mille. L’Organizzazione mondiale della sanità accetta un tasso del 2, mentre la media in Italia è dell’1,54 per mille. Nella stessa città di Augusta sulla quale si erge il più grande porto petrolifero siciliano attorniato da industrie chimiche, 30 dei 534 neonati del 2000 erano malformati. Per non parlare dell’incidenza delle neoplasie che presenta dei picchi al di sopra della media nazionale, con conseguenti morti per tumore ai polmoni, leucemie e linfomi. Fra gli arrestati figurano Giuseppe Genitori d’Arrigo, direttore dello stabilimento Enichem al tempo dei fatti contestati dal Pm; Giuseppe Rivoli, direttore dello stabilimento di Priolo; Gaetano Claves, direttore dello stabilimento di Priolo, oggi direttore dell’Enichem di Gela; Alfio Caceci, responsabile dei controlli amministrativi sulla gestione dei rifiuti dello stabilimento di Priolo; Giuseppe Farina, capo del settore sicurezza dell’impianto; Luciano Adamo, responsabile  del servizio ecologia; Franzo Miano, responsabile della gestione dei rifiuti; Luigi Russo, responsabile della tenuta dei registri dei rifiuti speciali. I capi di imputazione sono 552. Le indagini cominciano dopo il 10 settembre 2001. Quel giorno la rada davanti lo stabilimento Enichem diventa rossa. Le analisi successive dimostrarono che quel colore era dovuto alla presenza di acido solforico. Le indagini si concludono all’alba del 16 gennaio.
Alla Regione Sicilia dicono di aver pronti da tempo un centinaio di miliardi per bonificare Priolo  e una quarantina per bonificare Gela per i primi lavori sui siti ad alto rischio. Massimo Toppi, sindaco di Priolo, afferma di non avere visto arrivare finora alcun aiuto da parte della Regione. Tutti gli indagati durante gli interrogatori hanno proclamato la propria estraneità ai fatti. Lo scorso 7 febbraio il Tribunale della Libertà ha revocato parzialmente l’ordine di custodia cautelare nei confronti dei dirigenti e dei responsabili di produzione dello stabilimento di Priolo. I giudici hanno disposto l’immediata scarcerazione per i 10 indagati posti agli arresti domiciliari, concedendo il beneficio della detenzione preventiva a casa a coloro che si trovavano ancora in carcere (D’Arrigo, Rivoli, Claves, Farina, Russo), si attendono ancora le motivazioni che devono essere depositate, la difesa si dice “tranquilla”. La Procura si ritiene soddisfatta in quanto l’impianto accusatorio è stato confermato in pieno. I dieci indagati rimessi in libertà hanno avuto la facoltà di ritornare al lavoro, unica eccezione per Sebastiano Basile che non ha potuto riprendere la direzione del laboratorio chimico dello stabilimento, rimanendo in attesa di ricevere un altro incarico. E pensare che l’invito a produrre senza inquinare, sintetizzato nell’incontro tra Gianfranco Mascazzina, direttore generale del Ministero dell’Ambiente e i responsabili delle industrie, amministratori locali e sindacati avvenuto verso la fine di gennaio è lo stesso di 20 anni fa. All’epoca i fanghi depositati sul fondo marino nella parte del siracusano, davanti ai pontili Montedison, vennero analizzati per ordine del pretore, con un risultato di percentuali altissime di mercurio. L’indagine fu disposta dopo aver accertato che la vicina raffineria Esso presentava un tasso di fenoli agli scarichi superiore ai livelli fissati dalla tabella C della Merli. La munnizza è oro ha sempre detto Bernardo Provenzano e così è stato anche in questa occasione. In questo marasma di carte bollate, arresti, scarcerazioni e ricorsi Cosa Nostra si è riservata il momento migliore per intervenire, mentre le madri di Priolo, di Augusta e di Melilli attendono ancora un risarcimento per lo scempio subito.
 




Percorsi di lettura


BIN LADEN IN ITALIA
Viaggio nell’Islam radicale
Magdi Allam


A un anno dal tragico 11 settembre che ha insanguinato l’America, l’Italia scopre un vero e proprio esercito formato da centinaia, forse migliaia, di mujahidin, i combattenti islamici, addestrati alla guerriglia urbana e alle tecniche degli attentati terroristici all’interno dei campi militari di Al Qaeda, creati da Osama bin Laden in Afghanistan. Questa preoccupante presenza fa perno sulla rete delle mosche che anche nel nostro Paese propagandano il jihad, la Guerra Santa: un dovere che tutti i giovani musulmani devono compiere sui campi di battaglia in Afghanistan, nei Balcani, in Kashmir, Palestina e Cecenia.
L’inchiesta  condotta da Magdi Allam sull’islam radicale e militante in Italia si fonda principalmente sull’incontro con ventisei esponenti islamici di primo piano e trova riscontro nelle più recenti indagini giudiziarie, nelle rivelazioni dei servizi segreti e nelle informazioni che trapelano da Guantanamo, dove sono detenuti i mujaidin catturati in Afghanistan, almeno otto dei quali erano residenti nel nostro Paese.
E’ un dato di fatto che per il movimento integralista islamico l’Italia ha cessato di essere una nazione <<neutrale>>, meno che mai amica. A causa del suo diretto coinvolgimento nella guerra contro l’Afghanistan e della politica di repressione dei militanti islamici, l’Italia, questa è l’accusa, ha violato il Aqd al aman, il Patto di sicurezza in base al quale gli islamici radicali si astenevano dall’attività terroristica sul suo territorio in cambio della tolleranza di un’attività logistica a sostegno delle missioni di jiad.
Bin Laden in Italia  si presenta sotto forma di un insolito diario di viaggio, un itinerario nella mente e nell’animo di persone che sono al contempo vicine e lontane, sincere e problematiche. “Proprio perché si tratta di una realtà che incide direttamente nella vita quotidiana di tutti noi, compresi i musulmani residenti in Italia, e che influenzerà probabilmente il futuro della prossima generazione, questo libro si propone come un valido punto di riferimento per riuscire a gestire con intelligenza e saggezza il nostro presente, favorendo sin d’ora una prospettiva di pacifica convivenza nel contesto della pluralità etnica, religiosa e culturale, di per sé sicuramente positiva, che caratterizza sempre più l’Italia del Terzo Millennio.”
Mondadori
Euro 15,00



BUSKASHI’
Viaggio dentro la guerra
Gino Strada


La buskashì è il gioco nazionale afgano: due squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra decapitata. E’ un gioco violento e senza regole: l’unica cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta, al termine della gara. E’ come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi protagonisti del conflitto afgano, una partita ancora in corso, solo che al posto della capra c’è il popolo dell’Afganistan. Buskashì è la storia di un viaggio dentro la guerra, che ha inizio il 9 settembre 2001, con l’assassinio del leader Ahmad Shah Massud, due giorni prima dell’attentato di New York. Un viaggio “clandestino” per raggiungere l’Afganistan mentre il Paese viene abbandonato da tutti gli stranieri e si chiudono i confini. L’arrivo nella valle del Panchir, l’attraversamento del fronte sotto i bombardamenti per raggiungere Kabul alla vigilia della disfatta dei talebani, la conquista della capitale da parte dei mujaheddin dell’Alleanza del Nord, la Kabul “liberata”: l’esperienza della guerra vista dagli unici testimoni occidentali della presa di Kabul.
Feltrinelli
Euro 12,00



LE MENZOGNE
DELL’IMPERO
E ALTRE TRISTI VERITA’
Seconda Edizione
Gore Vidal

Ne La fine della libertà, la sua ultima raccolta di saggi, Gore Vidal si chiedeva se Bush – come Roosvelt prima di Pearl Harbor – sapesse dell’imminente, catastrofico attacco. La risposta che Vidal forniva un anno fa era un no, ma con un’avvertenza: “Almeno per quanto ne sappiamo ora”. Nonostante tutti i tentativi dell’amministrazione e dei media americani ora ne sappiamo molto più di prima. La tesi centrale del saggio che dà il titolo a questo libro, e che viene qui presentato in prima mondiale, è inquietante: Bush e i suoi conoscevano ciò che stava per succedere l’11 settembre e avrebbero intenzionalmente deciso di “lasciarlo succedere”, per poter scatenare una serie di guerre già da tempo programmate e consolidare così le proprie posizioni di dominio politico ed economico all’interno del paese e nel mondo intero. Quanto basta perché Vidal richieda, senza mezzi termini, l’impeachment del presidente americano. E alle bugie degli “ultimi imperatori” sono dedicati anche gli altri dieci brevi saggi. In essi, con il consueto stile sferzante e di impareggiabile eleganza. Vidal tocca altrettanti capitoli “sporchi” della storia americana del Novecento: da Pearl Harbor a Hiroshima, dal mancato rispetto di Jalta alla dottrina Truman, agli interventi in America Latina, all’espandersi delle basi militari USA in tutta l’Eurasia, dall’eccessiva scandalosa autonomia delle agenzie di Intelligence al dubbio ruolo della Corte Suprema nelle presidenziali del 2000.
Non è tutto destruens, tuttavia, il Vidal di questo nuovo, straordinario libro, e avanza varie proposte concrete , in ordine ai rapporti fra economia e politica (in altre parole al conflitto di interessi), la politica fiscale e persino alla struttura statuale: perché non fare degli obsoleti Stati Uniti una comunità federale, sull’esempio dell’Unione Europea?
Fazi Editore
Euro 13,00





PER UNA PACE INFINITA
Fausto Bertinotti


Si parla molto di pace, in questo nuovo millennio. Eppure non abbiamo che notizie di guerra: pensiamo all’Afghanistan, guerra iniziata e mai finita; all’Iraq, dove una guerra già decisa  può in qualunque momento essere messa in atto; al conflitto tra Israele e Palestina, che negli ultimi mesi ha conosciuto asprezze inconsuete. La violenza sembra l’unica risposta che il mondo sa offrire. Queste guerre possono essere impedite? La violenza può avere una fine? Le guerre sono veramente inevitabili?
Questo libro vuole affermare che la possibilità della pace esiste e che questa possibilità risiede nello sviluppo di quelle forze irriducibili a una logica di guerra: il nuovo movimento dei movimenti che da Seattle in poi hanno animato la scena del mondo e il nuovo movimento operaio. Per capire come queste forze devono operare nella società contemporanea, è indispensabile fermarsi a riflettere sul passato e ripercorrere la strada del pensiero pacifista e dei suoi sostenitori, sia dal punto di vista filosofico sia da quello storico-politico: è da questa analisi che sorge quella che Bertinotti chiama una <<nuova cassetta degli attrezzi>>, strumenti di lotta – non violenta, ma concreta e profondamente calata nell’attualità come per esempio la pratica della disobbedienza civile -  che possono portare avanti le battaglie per la trasformazione e la giustizia sociale, obiettivi irrinunciabili. <<E’ solo nella lotta concreta che si deposita la progettazione per il futuro. E noi vogliamo che questo sia un futuro di pace>>.
Ponte alle Grazie 
Euro 13,00




NO
La seconda guerra irachena
e i dubbi dell’Occidente
Lucia Annunziata


La seconda guerra irachena è già iniziata. Ma il fiume in piena che ci trascina verso il conflitto è molto più travolgente, e molto più rilevante ai fini di una definizione delle identità politiche, di quanto non fosse il traumatico passaggio che dieci anni fa ci portò alla prima.
Non a caso, i SI e i NO spaccano trasversalmente i fronti politici tradizionali, dividono gli ambienti diplomatici e militari (persino quelli dei tradizionali <<falchi>> ), attraversano le aree religiose, e si polarizzano  all’interno stesso delle opzioni politiche, delle destre e delle sinistre, dei vari Paesi. Perché questa scelta è così tormentata? E perché così accidentato il percorso? La risposta è in fondo semplice. Perché l’Iraq è diventato in qualche modo la pietra filosofale della governance globale,  il luogo dove magicamente potrebbero tornare insieme i cocci rotti dell’armonia planetaria: il controllo del petrolio, lo sradicamento del terrorismo, la riscrittura del conflitto israeliano – palestinese, e, infine, l’inglobamento nel circuito delle economie delle Tlc del mondo arabo, che finora se ne è tenuto fuori. Un conflitto, come si vede, troppo carico di significati per non creare l’illusione della perfezione e per non sfociare nella vertigine dell’ideologia: condizioni entrambe destinate a portare a un’inevitabile sconfitta.
Un reciso NO a questa guerra è dunque misura prudente e saggia contro disastri a venire. Un NO che va argomentato subito, non con condanne umorali o con invenzioni – uguali e contrarie – di altre illusorie <<perfezioni>> ; ma con il linguaggio dei numeri, dei dati, delle statistiche, della storia freddamente analizzata e descritta.
Anche perché se un NO a questa nuova avventura è prudente, un avvertimento è necessario: l’Iraq è una potenza pericolosa, il risentimento dei paesi petroliferi  è ormai un serpente annidato nelle relazioni internazionali. E se dunque oggi è opportuno schierarsi contro questa battaglia, è solo perché forse ci toccherà di doverne combattere altre ancora più impegnative.
Interventi Donzelli
Euro 10,00




LE MENZOGNE
DELL’IMPERO
E ALTRE TRISTI VERITA’
Seconda Edizione
Gore Vidal

Ne La fine della libertà, la sua ultima raccolta di saggi, Gore Vidal si chiedeva se Bush – come Roosvelt prima di Pearl Harbor – sapesse dell’imminente, catastrofico attacco. La risposta che Vidal forniva un anno fa era un no, ma con un’avvertenza: “Almeno per quanto ne sappiamo ora”. Nonostante tutti i tentativi dell’amministrazione e dei media americani ora ne sappiamo molto più di prima. La tesi centrale del saggio che dà il titolo a questo libro, e che viene qui presentato in prima mondiale, è inquietante: Bush e i suoi conoscevano ciò che stava per succedere l’11 settembre e avrebbero intenzionalmente deciso di “lasciarlo succedere”, per poter scatenare una serie di guerre già da tempo programmate e consolidare così le proprie posizioni di dominio politico ed economico all’interno del paese e nel mondo intero. Quanto basta perché Vidal richieda, senza mezzi termini, l’impeachment del presidente americano. E alle bugie degli “ultimi imperatori” sono dedicati anche gli altri dieci brevi saggi. In essi, con il consueto stile sferzante e di impareggiabile eleganza. Vidal tocca altrettanti capitoli “sporchi” della storia americana del Novecento: da Pearl Harbor a Hiroshima, dal mancato rispetto di Jalta alla dottrina Truman, agli interventi in America Latina, all’espandersi delle basi militari USA in tutta l’Eurasia, dall’eccessiva scandalosa autonomia delle agenzie di Intelligence al dubbio ruolo della Corte Suprema nelle presidenziali del 2000.
Non è tutto destruens, tuttavia, il Vidal di questo nuovo, straordinario libro, e avanza varie proposte concrete , in ordine ai rapporti fra economia e politica (in altre parole al conflitto di interessi), la politica fiscale e persino alla struttura statuale: perché non fare degli obsoleti Stati Uniti una comunità federale, sull’esempio dell’Unione Europea?
Fazi Editore
Euro 13,00




LA GUERRA INFINITA
Giulietto Chiesa



L’11 settembre 2001 ha avuto inizio una guerra che non ha  precedenti o paragoni nella storia dell’uomo. Terza guerra mondiale o prima del nuovo millennio?
Questo conflitto segna l’ultima fase della globalizzazione americana. Una guerra planetaria che non è lotta per il controllo delle risorse e neppure un’operazione per l’estensione del controllo geopolitico: siamo entrati nell’era dell’Impero e in palio c’è il dominio mondiale. Dopo l’Afghanistan sarà la volta dell’Iraq, poi degli altri stati “canaglia”, poi dei “nemici” che via via verranno individuati in ogni parte del mondo: stati, organizzazioni, dirigenti politici riottosi e singoli oppositori.
Resta però un interrogativo aperto e angosciante: nulla autorizza a ritenere che i cinque sesti dell’umanità che vivono nella più assoluta indigenza accettino supinamente la miseria in cui vivono.
Questa guerra si può anche perdere.
Feltrinelli
Euro 9,00