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Back Sei qui: La rivista Terzo Millennio Terzo Millennio N29 Febbraio 2003

Terzo Millennio

Terzo Millennio N29 Febbraio 2003 - Gino Strada da Kabul a Bagdad



Gino Strada da Kabul a Bagdad


Questione di ore, forse di giorni, ma la consapevolezza di un attacco contro l’Irak da parte degli USA si sta materializzando nei pensieri della maggior parte degli esseri umani, senza alcuna alternativa. Non per chi corre da anni, da un paese in guerra all’altro, portando gli aiuti più immediati, medicine, operando feriti con il minimo delle risorse, ma con una determinazione capace di spostare le montagne, quella stessa che gli ha permesso di fondare e di portare avanti un’organizzazione come Emergency. Rarissime volte lo trovi in qualche trasmissione televisiva a parlare contro la guerra e al sentire i pareri autorevoli di molti politici presenti, si può solo provare un senso di vergogna e di rabbia. Gino Strada non demorde e dopo aver abbandonato il set di un anonimo studio televisivo riprende l’aereo che lo porta su uno dei tanti teatri di morte sparsi sul nostro emisfero. All’ospedale di Kabul continua a svolgere il suo lavoro di chirurgo di guerra, ma già freme per poter arrivare in tempo a Bagdad. In mezzo c’è la manifestazione contro la guerra del 15 febbraio a Roma che, contemporaneamente si svolge in 42 paesi del mondo. Il tempo è quello che è, poco, anche quello per un’intervista che verrà ripresa dalle varie agenzie viene razionalizzato. Si parte dalla sua speranza sul numero dei partecipanti il 15 febbraio dovremo essere milioni per dire che vogliamo vedere sparire la guerra dalla faccia della terra, fino a toccare inevitabilmente il coinvolgimento degli USA in questa guerra. Non usa mezzi termini Strada, la definisce una sorta di guerra di Bush contro tutti, nella quale anche noi che ora siamo nelle sue grazie potremo ritrovarci fra i futuri obiettivi qualora intralciassimo, anche involontariamente il suo cammino. Confusi dentro una pseudo tranquillità materialistica il nostro paese dimentica troppo facilmente il suo passato. Gino Strada ripercorre così le tappe che ci hanno portato oggi nel tentativo di scongiurare una nuova guerra capace di aprire scenari ancora più devastanti di quello che si può immaginare. Le guerre istigate dagli USA, i colpi di Stato finanziati, tentativi di genocidi armati e combattuti: El Salvador, Cile, Nicaragua, Vietnam, Guatemala e tanti altri. E’ curioso che gli stessi USA che vivono di sondaggi, non diano peso ad uno particolarmente inquietante di recente uscita su una prestigiosa rivista che rivela come la maggioranza degli americani consideri il proprio paese il maggior pericolo per la pace mondiale.
Alla domanda del giornalista sull’evitabilità di uno scontro armato in virtù di una  pressione dell’ONU, Gino Strada è lapidario sull’assenza di considerazione da parte degli USA nei confronti dell’ONU stesso, per poi toccare un punto a lui caro e cioè l’importanza fondamentale di una presa di posizione dei cittadini europei contro la guerra, senza che sia  una questione di colore politico.  Strada definisce la pace un valore di tutti che come tale deve essere riconosciuto e rispettato – mi sembra di capire che il governo ha intenzione di portarci in guerra, e che l’opposizione non vota compatta contro la guerra. Mi domando: ma allora sono governo e opposizione di che cosa? – forse scordiamo che l’articolo 11 della nostra Costituzione ripudia la guerra... Il giornalista lo incalza sulla possibilità che all’interno dell’Ulivo ci sia qualcuno favorevole all’intervento armato qualora venga autorizzato dall’ONU. Il chirurgo di Emergency affronta piuttosto la questione stessa dell’ONU e di cosa “rappresenta”, citando l’episodio di Hans von Sponeck capo dell’ONU in Irak alcuni anni fa, dimessosi per non essere complice del genocidio dei bambini irakeni. L’intervista si conclude ritornando alla questione della manifestazione mondiale del 15 febbraio e al segno che potrà lasciare. Nel frattempo in Italia, da un ufficio di Via Solforino, un noto giornalista del Corsera affonda colpo su colpo su quelli che definisce qualunquisti contro la guerra, “signor né-né”  fra i quali inserisce anche Gino Strada il quale risponde punto su punto sullo stesso quotidiano. Oltre a ricordare il suo impegno contro il terrorismo delle Br, stando dalla parte sempre delle vittime, Strada riassume il suo pensiero contro la guerra – La guerra è la più diffusa forma moderna di terrorismo… un’attività umana che uccide mutila, ferisce e annichilisce esseri umani, il novanta per cento dei quali sono civili… povera gente che si vede innaffiata di bombe perché il suo presidente di solito è un dittatore in disgrazia che ha litigato con gli alleati di prima… (…) L’anno scorso c’erano i talebani e Osama Bin Laden. Qualche altro mostro è già in fabbricazione… Alla fine di ogni guerra contro il mostro… il mostro è ancora lì. (…) Mi piacerebbe sapere quanti italiani sono “signori né-né”, quanti cioè di noi sono contrari alla guerra all’Irak, a quanti di noi fa schifo la prospettiva di un nuovo massacro per il petrolio, senza perciò essere sostenitori di Saddam. Immediata la controreplica del noto giornalista sulla stessa onda del primo articolo, ma ormai Gino Strada è lontano,  impegnato su altri fronti a bordo di una jeep verso Bagdad.






Colombia – Bogotà Venerdì 7 febbraio 2003 ore 20: l’inferno

Poche ore prima della tremenda esplosione di venerdì 7 febbraio, che ha devastato il noto locale per politici e uomini d’affari colombiani “El Nogal” della capitale colombiana, il capo della polizia di Bogotà Jorge Daniel Castro aveva annunciato che le forze dell’ordine avevano sventato un attentato con razzi delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Subito dopo l’inferno. 32 morti, di cui 6 bambini che giocavano in una palestra dell’edificio e 160 feriti. Dopo 14 ore una ragazzina  estratta ancora viva dalle macerie, intorno l’orrore dei poveri resti delle vittime sparsi ovunque e gente con i vestiti a brandelli che vagava in stato di shock. Tutto inizia alle 20 ora locale, le 2 in Italia, il club è affollatissimo come tutti i venerdì sera. Gli invitati sono 120 e altri 200 i partecipanti all’anteprima del Carnevale di Barranquilla, più circa 200 frequentatori delle varie sezioni del club. In tutto oltre 500 persone.
Un’automobile riempita con circa 200 kg di esplosivo viene posteggiata al terzo piano interrato del grattacielo di 13 piani e fatta esplodere a distanza. Il secondo piano, appena sopra l’esplosione crolla totalmente e gran parte della facciata viene letteralmente strappata via dall’onda d’urto che ha investito anche numerose costruzioni adiacenti, mandando in tilt il traffico. Molti frammenti sono caduti sulla via principale, Carrera Septima, a quell’ora affollatissima. All’inizio si è pensato alle Farc insieme ad altri gruppi terroristici, subito dopo si è fatta strada la pista dei narcos. La tecnica infatti sembra ricordare maggiormente le guerre tra i cartelli del narcotraffico che hanno insanguinato la Colombia tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta quando il capo indiscusso del traffico della droga si chiamava Pablo Escobar. Poco tempo prima dell’attentato al Nogal il ministro degli Interni Fernando Londono, che in tempi non remoti era stato il presidente dello stesso locale distrutto dall’autobomba, aveva rilasciato delle dichiarazioni molto dure contro il narcotraffico. Una pista che non viene trascurata dagli investigatori. Il sindaco della città Antanas Mockus ha offerto una taglia di 170.000 dollari a chi fornirà informazioni che consentano di individuare il commando che ha preso parte all’attentato. Il presidente Alvaro Uribe si è rivolto al “mondo democratico” per “debellare il terrorismo”. Impossibile dimenticare che lo stesso giorno dell’insediamento di Uribe, lo scorso 7 agosto, nella sola città di Bogotà si è verificata un’ondata di attentati dinamitardi che ha causato 20 morti e una cinquantina di feriti. Né tantomeno si possono scordare 40 anni di guerra civile che hanno devastato il paese, dalle lotte senza quartiere tra guerriglia e paramilitari  degli “squadroni della morte”, alle faide tra i diversi cartelli criminali che si contendono il controllo del narcotraffico; le migliaia di rapimenti, non ultimo quello della candidata alla presidenza Ingrid Betancourt la cui sorte appare legata a un filo probabilmente già reciso da un mix di cointeressi politico-criminali.
L.B


Enichem: Il disprezzo per la vita altrui

L’alba dello scorso 16 gennaio coglie di sorpresa dirigenti e addetti al funzionamento degli impianti degli stabilimenti Enichem di Priolo (Sr): 18 arresti richiesti dal Gip Monica Marchionni, 8 in carcere, 10 agli arresti domiciliari e 30 persone indagate. Si tratta di un vero e proprio attentato alla salute umana e all’ambiente, il mercurio veniva gettato direttamente in mare attraverso condutture che ufficialmente risultavano inattive (mare che presenta tracce di mercurio 20.000 volte superiore alla quantità consentita). Le sostanze tossiche venivano nascoste in fusti a doppio fondo e fatte passare per normali scorie industriali da gettare nelle discariche di tipo “A”, ossia quelle senza schermatura e senza guaine, con costi inferiori del 40%, con risparmi ingenti sul budget a disposizione dello stabilimento per lo smaltimento dei rifiuti (quantificati dall’accusa per un totale di 10 miliardi di vecchie lire), il tutto falsificando i registri. Un’operazione denominata “Mar Rosso”, condotta in team fra la Procura della Repubblica di Siracusa con il sostituto Maurizio Musco, la Guardia di Finanza, gli ispettori Asl del Nictas insieme alla Polizia di Stato. Sono stato sorpreso – ha detto il Procuratore capo Roberto Campisi durante la conferenza stampa – venendo informato su quanto via via emergeva dalle indagini, della disinvoltura, del disprezzo per la vita che emergeva dalle conversazioni che abbiamo registrato mettendo sotto controllo i telefoni o grazie a microspie. La logica che abbiamo constatato prevaleva nella gestione della società era quella della riduzione dei costi, senza troppo curarsi delle conseguenze negative che certe azioni potessero avere per l’ambiente e quindi per la salute dei cittadini.
Lo scandalo Enichem apre scenari alquanto inquietanti: in 10 anni, a partire dal 1991 “almeno” 2000 bambini, nati da famiglie residenti soprattutto a Priolo, Augusta e Melilli, sono venuti alla luce con malformazioni fisiche e psichiche. Un tasso di handicap del 5,5 per mille. L’Organizzazione mondiale della sanità accetta un tasso del 2, mentre la media in Italia è dell’1,54 per mille. Nella stessa città di Augusta sulla quale si erge il più grande porto petrolifero siciliano attorniato da industrie chimiche, 30 dei 534 neonati del 2000 erano malformati. Per non parlare dell’incidenza delle neoplasie che presenta dei picchi al di sopra della media nazionale, con conseguenti morti per tumore ai polmoni, leucemie e linfomi. Fra gli arrestati figurano Giuseppe Genitori d’Arrigo, direttore dello stabilimento Enichem al tempo dei fatti contestati dal Pm; Giuseppe Rivoli, direttore dello stabilimento di Priolo; Gaetano Claves, direttore dello stabilimento di Priolo, oggi direttore dell’Enichem di Gela; Alfio Caceci, responsabile dei controlli amministrativi sulla gestione dei rifiuti dello stabilimento di Priolo; Giuseppe Farina, capo del settore sicurezza dell’impianto; Luciano Adamo, responsabile  del servizio ecologia; Franzo Miano, responsabile della gestione dei rifiuti; Luigi Russo, responsabile della tenuta dei registri dei rifiuti speciali. I capi di imputazione sono 552. Le indagini cominciano dopo il 10 settembre 2001. Quel giorno la rada davanti lo stabilimento Enichem diventa rossa. Le analisi successive dimostrarono che quel colore era dovuto alla presenza di acido solforico. Le indagini si concludono all’alba del 16 gennaio.
Alla Regione Sicilia dicono di aver pronti da tempo un centinaio di miliardi per bonificare Priolo  e una quarantina per bonificare Gela per i primi lavori sui siti ad alto rischio. Massimo Toppi, sindaco di Priolo, afferma di non avere visto arrivare finora alcun aiuto da parte della Regione. Tutti gli indagati durante gli interrogatori hanno proclamato la propria estraneità ai fatti. Lo scorso 7 febbraio il Tribunale della Libertà ha revocato parzialmente l’ordine di custodia cautelare nei confronti dei dirigenti e dei responsabili di produzione dello stabilimento di Priolo. I giudici hanno disposto l’immediata scarcerazione per i 10 indagati posti agli arresti domiciliari, concedendo il beneficio della detenzione preventiva a casa a coloro che si trovavano ancora in carcere (D’Arrigo, Rivoli, Claves, Farina, Russo), si attendono ancora le motivazioni che devono essere depositate, la difesa si dice “tranquilla”. La Procura si ritiene soddisfatta in quanto l’impianto accusatorio è stato confermato in pieno. I dieci indagati rimessi in libertà hanno avuto la facoltà di ritornare al lavoro, unica eccezione per Sebastiano Basile che non ha potuto riprendere la direzione del laboratorio chimico dello stabilimento, rimanendo in attesa di ricevere un altro incarico. E pensare che l’invito a produrre senza inquinare, sintetizzato nell’incontro tra Gianfranco Mascazzina, direttore generale del Ministero dell’Ambiente e i responsabili delle industrie, amministratori locali e sindacati avvenuto verso la fine di gennaio è lo stesso di 20 anni fa. All’epoca i fanghi depositati sul fondo marino nella parte del siracusano, davanti ai pontili Montedison, vennero analizzati per ordine del pretore, con un risultato di percentuali altissime di mercurio. L’indagine fu disposta dopo aver accertato che la vicina raffineria Esso presentava un tasso di fenoli agli scarichi superiore ai livelli fissati dalla tabella C della Merli. La munnizza è oro ha sempre detto Bernardo Provenzano e così è stato anche in questa occasione. In questo marasma di carte bollate, arresti, scarcerazioni e ricorsi Cosa Nostra si è riservata il momento migliore per intervenire, mentre le madri di Priolo, di Augusta e di Melilli attendono ancora un risarcimento per lo scempio subito.
 

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