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Terzo Millennio

Terzo Millennio N29 Febbraio 2003 - "Un mondo senza guerre"


"Un mondo senza guerre"
Estratto dell'intervento tenuto al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, 1 febbraio 2002

di Noam Chomsky

Una ricetta della globalizzazione ancora più tecnica è la convergenza verso un mercato globale, con prezzi e salari unici. Questo, però, non è avvenuto. Per lo meno per quanto attiene ai redditi, è più probabile che sia avvenuto il contrario. Pur se molto dipende da come si misura esattamente il fenomeno. Ci sono buone ragioni per credere che la diseguaglianza è aumentata, tanto all’interno dei Paesi come tra Paesi diversi. E si prevede che questa tendenza continuerà. Recentemente, le agenzie di intelligence Usa, in collaborazione con alcuni specialisti del mondo accademico e del settore privato, hanno pubblicato un rapporto sulle aspettative per l’anno 2015. Prevedono che la “globalizzazione” seguirà il suo corso: <<La sua evoluzione sarà altalenante, segnata da una cronica volatilità finanziaria e un crescente divario economico>>. Questo significa meno convergenza, meno globalizzazione in senso tecnico, ma più globalizzazione nel senso dottrinale, il senso da loro preferito. La volatilità finanziaria comporta una crescita ancora più lenta e un aumento delle crisi e della povertà.
È proprio a questo punto che si instaura un chiaro legame tra la “globalizzazione” nel senso in cui la intendono i signori dell’universo, e la crescente probabilità che scoppi una guerra. I pianificatori militari si basano sulle stesse proiezioni, e hanno spiegato francamente che la grande espansione della potenza militare è giustificata proprio da queste previsioni. Anche prima dell’11 settembre le spese militari statunitensi superavano quelle degli alleati e degli avversari messe insieme. Gli attacchi terroristici sono stati sfruttati al fine di aumentare drasticamente queste spese, per la felicità di molti elementi chiave dell’economia privata. Il programma più spaventoso è quello della militarizzazione dello spazio, anch’essa in espansione con la scusa della “lotta al terrorismo”.
Le motivazioni che stanno alla base di questi programmi vengono spiegate pubblicamente in documenti risalenti all’era Clinton. Una prima ragione è il divario crescente tra gli “abbienti” e i “non abbienti”, che si suppone continuerà ad aumentare, contrariamente a quanto dice la teoria economica, ma coerentemente con la realtà delle cose. I “non abbienti” – la “grande bestia” del mondo – potrebbero sfuggire a ogni controllo, e dovranno essere invece mantenuti in riga nell’interesse di ciò che viene chiamato in linguaggio tecnico “stabilità”, e cioè subordinazione ai dettami dei signori. Questo richiede mezzi violenti e, avendo “assunto, nel proprio interesse, la responsabilità del benessere del sistema capitalistico mondiale”, gli Usa dovranno trovarsi in primissima linea. Sto citando la descrizione della pianificazione statunitense degli anni 40 contenuta in un dotto studio pubblicato dallo storico della diplomazia Gerald Haines, principale storico anche della Cia. La schiacciante superiorità in quanto a forze convenzionali e armi di distruzione di massa non è sufficiente. È necessario spostarsi verso la nuova frontiera, ossia la militarizzazione dello spazio, violando così il Trattato sullo spazio esterno del 1967, che finora era stato rispettato. Conscia di queste intenzioni, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha ripetutamente riaffermato quel Trattato: gli Stati Uniti si sono rifiutati di aderire, in virtuale isolamento. Inoltre, durante tutto lo scorso anno, Washington ha bloccato i negoziati della Conferenza delle Nazioni unite per il disarmo su questo argomento. E, per le solite ragioni, le informazioni al riguardo sono state poche e laconiche. Non è saggio permettere che i cittadini vengano informati di certi progetti che potrebbero decretare la fine dell’unico esperimento fatto dalla biologia sull’“Intelligenza superiore”.
Come è stato ampiamente osservato, questi programmi arrecano benefici all’industria militare, ma occorre ricordare che il termine è ingannevole. Lungo tutta la storia moderna, ma con un fortissimo aumento dopo la seconda guerra mondiale, il sistema militare è stato usato come metodo per socializzare i costi e i rischi mentre si privatizzava il profitto. La “nuova economia” è in misura sostanziale una derivazione del settore statale, dinamico e innovatore, dell’economia Usa. La ragione principale per cui la spesa pubblica nel campo delle scienze biologiche è aumentata tanto rapidamente è dovuta al fatto che gli esponenti di destra più intelligenti hanno capito che i settori più incisivi dell’economia contano su questo tipo di iniziative pubbliche. Ora è in programma un fortissimo aumento, con il pretesto del “bioterrorismo”; allo stesso modo il pubblico è stato ingannevolmente convinto a pagare per la nuova economia con il pretesto della minaccia dell’arrivo dei Russi, oppure, dopo il loro crollo, la minaccia della “sofisticazione tecnologica” dei Paesi del terzo mondo, dopo l’improvviso cambiamento della linea di partito nel 1990, avvenuta senza perdere un colpo e senza una parola di commento. C’è anche una ragione per cui le eccezioni per la sicurezza nazionale devono entrare a far parte degli accordi economici: questo non aiuterà Haiti, ma permetterà all’economia Usa di crescere in base al principio tradizionale di una dura disciplina di mercato per i poveri e uno Stato balia per i ricchi: ciò che viene erroneamente chiamato “neoliberismo”, anche se la dottrina è vecchia di secoli e farebbe gridare allo scandalo i liberali classici.
Si potrebbe anche sostenere che spesso queste spese pubbliche hanno valso la pena. Forse sì, forse no. Ma è chiaro che i signori avevano paura di consentire a una scelta democratica. Tutto questo viene celato al pubblico, pur se i principali attori lo capiscono perfettamente.
I piani destinati a superare l’ultima frontiera della violenza, militarizzando lo spazio, vengono mascherati da “difesa missilistica”, ma chiunque sappia prestare attenzione alla Storia sa bene che, quando si sente la parola “difesa”, bisogna pensare “offesa”. E il caso attuale non è un’eccezione. Lo scopo viene spiegato a viso aperto: serve ad assicurare il “dominio globale”, l’“egemonia”. I documenti ufficiali sottolineano chiaramente che lo scopo è quello di “proteggere gli interessi e gli investimenti degli Stati Uniti” e tenere sotto controllo i “non abbienti”. Oggi ciò richiede il dominio dello spazio, così come in passato gli Stati più potenti creavano eserciti e forze navali “per proteggere e rafforzare i loro interessi commerciali”. È ben noto che queste nuove iniziative, in cui gli Stati Uniti sono in primissima linea, rappresentano una grave minaccia per la sopravvivenza. Ed è anche noto che potrebbero essere evitate per mezzo di trattati internazionali. Ma, come ho già detto, l’egemonia è un valore più importante della sopravvivenza, un calcolo morale che è sempre prevalso tra i potenti, lungo tutta la storia. Quello che è cambiato è che la posta in gioco è spaventosamente più elevata.
Il punto rilevante, qui, è che il previsto successo della “globalizzazione” in senso dottrinale è una delle ragioni fondamentali addotte a pretesto per i programmi volti a usare lo spazio per armi d’offesa in grado di provocare un’istantanea distruzione di massa.
Torniamo ora alla “globalizzazione” e al “maggior boom economico della storia americana, e del mondo” degli anni 90.
Dopo la seconda guerra mondiale l’economia internazionale ha sperimentato due fasi: quella di Bretton Woods, fino agli inizi degli anni 70, e il periodo successivo, seguito allo smantella mento del sistema di Bretton Woods dei tassi di cambio regolati e dei controlli sui movimenti di capitali. È la seconda fase, quella che è stata chiamata “globalizzazione”, associata alle politiche neoliberiste del “consenso di Washington”. Le due fasi sono molto diverse tra loro. La prima viene solitamente chiamata “l’era dorata” del capitalismo (di Stato). La seconda è stata accompagnata da un forte deterioramento delle misure macroeconomiche standard: tasso di crescita dell’economia, produttività, investimenti di capitali, persino il commercio mondiale; tassi di interesse molto più elevati (che hanno danneggiato le economie); ampia accumulazione di riserve improduttive per proteggere le valute; aumento della volatilità finanziaria; e altre conseguenze perniciose. Vi sono state eccezioni, certamente, come ad esempio i Paesi dell’Asia orientale, che non hanno rispettato le regole: non hanno professato la “religione” secondo cui “i mercati ne sanno di più”, come ebbe a scrivere Joseph Stiglitz in una pubblicazione d’indagine della Banca mondiale poco prima di essere nominato capo economista, poi allontanato (e premiato con il Nobel). In contrasto con questi, i peggiori risultati sono stati riscontrati laddove le regole erano state applicate rigorosamente, come in America Latina: questi fatti sono stati ampiamente riconosciuti, tra gli altri, anche da José Antonio Ocampo, direttore della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC), in un suo discorso, un anno fa, all’American economic association. La <<terra promessa è un miraggio>>, osservava; negli anni 90 la crescita è stata molto inferiore rispetto a quella dei tre decenni di “sviluppo gestito dallo Stato” della Fase I. Ha anche sottolineato che questa correlazione tra il seguire le regole e i risultati economici si riscontra in tutto il mondo.
Torniamo, dunque, al profondo, inquietante dilemma: la rapida crescita e la grande prosperità apportati dalla globalizzazione hanno comportato la disuguaglianza perché ad alcuni mancano le capacità. Ma non c’è dilemma, perché la rapida crescita e la prosperità sono un mito.
Molti economisti internazionali considerano la liberalizzazione del capitale un fattore fondamentale per i meno entusiasmanti risultati della Fase II. Ma l’economia è una questione complessa, così poco compresa che bisogna andarci cauti con i collegamenti causali. Tuttavia, una conseguenza della liberalizzazione del capitale è abbastanza chiara: mina la democrazia. Questo lo avevano capito gli artefici di Bretton Woods: una delle ragioni per cui gli accordi erano stati basati sulla regolamentazione dei capitali era quella di permettere ai governi di intraprendere politiche sociali democratiche, che riscuotevano un enorme appoggio popolare. Il libero movimento di capitali, invece, crea ciò che è stato chiamato un “senato virtuale” con “potere di veto” sulle decisioni del governo, limitando così gravemente le opzioni politiche. I governi si trovano ad affrontare un “doppio elettorato”: gli elettori e gli speculatori, che “indicono referendum di ora in ora” sulle politiche governative (tanto per citare alcuni studi tecnici relativi al sistema finanziario). Anche nei Paesi ricchi, quello che prevale è l’elettorato privato.
Simili conseguenze le hanno anche altre componenti della “globalizzazione” dei diritti degli investitori. Sempre di più, le decisioni socio - economiche vengono delegate a concentrazioni di potere irresponsabili, una caratteristica essenziale delle “riforme” neoliberiste (un termine propagandistico, non descrittivo). Presumibilmente, si sta progettando un ulteriore attacco alla democrazia, senza discussione pubblica, nei negoziati per l’Accordo generale per il commercio nei servizi (GATS). Il termine “servizi”, come sapete, si riferisce praticamente a tutto quanto può essere compreso nel campo delle scelte democratiche: sanità, istruzione, welfare, comunicazioni postali e di altro tipo, acqua e altre risorse, eccetera. Non esiste nessun vero senso secondo cui trasferire tali servizi in mani private significhi “commercio”, ma ormai il termine è stato talmente spogliato di significato, che tanto vale estenderlo anche a questo travestito.
Le innumerevoli proteste pubbliche dello scorso aprile nel Québec, in occasione del Vertice delle Americhe, organizzate un anno fa dai fanatici di Porto Alegre, erano dirette in parte contro il tentativo di includere segretamente i principi del GATT nella prevista Area di libero scambio delle Americhe (FTAA). Quelle proteste hanno riunito moltissimi sostenitori, del Nord e del Sud, tutti fortemente avversi a ciò che apparentemente stanno progettando a porte chiuse i ministri del Commercio e i grandi manager.
Le proteste hanno avuto la loro pubblicità, del solito tipo: i fanatici lanciano sassi e distraggono i maghi che cogitano sui grandi problemi. L’invisibilità delle loro vere preoccupazioni è piuttosto notevole. Per esempio, il corrispondente economico del New York Times, Anthony DePalma, scrive che l’accordo GATS <<non ha provocato nessuna controversia pubblica simile a quella sollevata contro i tentativi (dell’OMC) di promuovere il commercio delle merci>>, anche dopo Seattle. In realtà, è stata una preoccupazione fondamentale da anni. Come in altri casi, non si tratta di malafede. Quello che DePalma sa dei fanatici probabilmente si limita a quanto passa attraverso il filtro dei media, ed è una ferrea legge del giornalismo che le preoccupazioni gravi degli attivisti debbano essere tassativamente ignorate, a favore di qualcuno che lancia un sasso, forse un provocatore della polizia.
L’importanza di proteggere il pubblico dall’informazione si è rivelata drammaticamente durante il Vertice d’aprile. Ogni redazione degli Usa aveva sulla scrivania due studi importanti, da pubblicare immediatamente prima del Vertice. Uno era stato preparato da Human Rights Watch, e l’altro dall’Economic Policy Institute di Washington: né l’una né l’altra organizzazione sono proprio quello che si direbbe sconosciute. Entrambi gli studi indagavano in profondità sugli effetti del NAFTA, salutato durante il Vertice come un trionfo strepitoso che doveva servire da modello per l’FTAA, con titoloni che riecheggiavano le sue lodi da parte di George Bush e altri leader, tutte accettate come Verità Rivelate. Entrambi gli studi furono soppressi, alla quasi totale unanimità. Ed è facile capire perché. L’Human Rights Watch aveva analizzato gli effetti del NAFTA sui diritti del lavoro che, secondo quanto risultava, erano stati lesi in tutti e tre i Paesi partecipanti. Il rapporto dell’Economic Policy Institute era più esauriente: si trattava di analisi dettagliate degli effetti del NAFTA sui lavoratori, scritte da specialisti dei tre Paesi. La conclusione è che questo è uno dei rari accordi che ha danneggiato la maggioranza della popolazione in tutti i Paesi firmatari.
Sul Messico gli effetti erano stati particolarmente gravi, e particolarmente significativi nel Sud del Paese. Negli anni 80, in seguito all’imposizione dei programmi neoliberisti, i salari si erano abbassati in modo notevole. La tendenza era continuata dopo l’introduzione del NAFTA, con una riduzione del 24% dei redditi dei salariati e del 40% per gli autonomi, un effetto amplificato dal rapido aumento del numero di lavoratori non salariati. Nonostante l’aumento degli investimenti esteri, gli investimenti totali erano diminuiti, dal momento che l’economia era stata trasferita nelle mani di multinazionali straniere. Il salario minimo aveva perso il 50% del suo potere d’acquisto. La produzione era diminuita e lo sviluppo era fermo, o addirittura retrocesso. Un piccolo settore era diventato estremamente ricco, e gli investitori stranieri prosperavano.
Questi studi confermano quanto era stato riportato dalla stampa economica e dagli studi accademici. Il Wall Street Journal informava che, benché l’economia messicana stesse crescendo rapidamente verso la fine degli anni 90, dopo un forte declino successivo al NAFTA, i consumatori avevano subito un crollo del 40% del loro potere d’acquisto, il numero di persone che vivevano in situazione di povertà estrema cresceva a un ritmo doppio rispetto all’aumento della popolazione, e persino quelli che lavoravano negli impianti di assemblaggio di proprietà straniera avevano perso potere d’acquisto. Alle stesse conclusioni era giunto uno studio della sezione latino-americana del Centro Woodrow Wilson, che aveva anche rilevato che il potere economico si era concentrato enormemente dato che le piccole imprese messicane non riuscivano a ottenere finanziamenti, l’agricoltura tradizionale perdeva lavoratori, e i settori a intensità di manodopera  (agricoltura, industria leggera) non riuscivano a competere a livello internazionale con ciò che il sistema dottrinale definisce “libera impresa”. L’agricoltura soffriva per le ragioni di sempre: i coltivatori diretti non riescono a competere con l’impresa agricola statunitense, beneficiata da forti sussidi, con effetti ben noti in tutto il mondo.
La maggior parte di questo era stato previsto dai critici del NAFTA, compreso l’ormai defunto OTA, e dagli studi condotti dai movimenti dei lavoratori. Tuttavia, su un punto i critici sbagliavano: la maggior parte di loro aveva previsto un forte aumento del rapporto città - campagna, man mano che centinaia di migliaia di contadini fossero stati scacciati dalle campagne. Ma non è andata così. La ragione sembra essere che le condizioni si sono talmente deteriorate nelle città, che si è verificata un’enorme fuga da queste e verso gli Usa. Coloro che riescono a sopravvivere al passaggio della frontiera – molti non ce la fanno – lavorano per salari molto bassi, senza alcun genere di tutela sociale, in condizioni spaventose. Come sottolinea lo studio del Centro Woodrow Wilson, l’effetto è stato quello di distruggere vite e comunità in Messico mentre migliorava l’economia degli Usa, dove <<i consumi della classe media urbana continuano a essere sovvenzionati dall’impoverimento dei lavoratori agricoli tanto negli Stati Uniti come in Messico>>.
Questi sono alcuni  dei costi del NAFTA – e della globalizzazione neoliberista in generale –, che solitamente gli economisti preferiscono non calcolare. Ma anche considerando i calcoli standard fortemente tinti d’ideologia, i costi sono stati elevatissimi.
A nulla di tutto ciò è stato permesso di interferire con le celebrazioni del Nafta e dell’FTAA durante il Vertice. La maggior parte della gente, tranne chi è in qualche modo legato a organizzazioni di attivisti, viene a conoscenza di tutte queste cose solo attraverso la propria esperienza. Accuratamente protetti dalla realtà per opera della Stampa Libera, molti vedono se stessi come falliti, incapaci di partecipare alle celebrazioni del maggior boom economico della storia.
I dati provenienti dal Paese più ricco del mondo sono illuminanti, ma sorvolerò sui dettagli. Il quadro diventa generale (ovviamente con qualche variazione e le eccezioni del tipo già segnalato), ma si fa anche molto più cupo se ci allontaniamo dai calcoli economici standard. Uno dei costi è la minaccia alla sopravvivenza implicita nei ragionamenti dei pianificatori militari, che abbiamo già descritto. Ve ne sono molti altri. Per fare un esempio, l’Onu ha riscontrato una crescente “epidemia mondiale” di gravi disturbi mentali, spesso legati allo stress sul posto di lavoro, con oneri finanziari elevatissimi per i Paesi industrializzati. E giungono alla conclusione che un fattore determinante è costituito dalla “globalizzazione”, che comporta “la scomparsa della sicurezza sul posto di lavoro”, la pressione sui lavoratori, e una mole di  lavoro maggiore sulle loro spalle, particolarmente negli Usa. È forse questo un costo della “globalizzazione”? Da un certo punto di vista, è uno dei suoi aspetti più attraenti. Lodando le prestazioni economiche degli Stati Uniti, da lui definite “straordinarie”, Alan Greenspan ha sottolineato in particolare l’accresciuto senso di insicurezza sul posto di lavoro, che porta a una riduzione dei costi per i datori di lavoro. La Banca mondiale è della stessa opinione. Riconosce che la <<flessibilità del mercato del lavoro>> ha acquistato <<una cattiva fama … come un eufemismo per abbassare i salari e cacciare i lavoratori>>, ma tuttavia <<è essenziale in ogni regione del mondo … Le riforme più importanti comportano l’eliminazione degli ostacoli alla mobilità del lavoro e alla flessibilità dei salari, nonché la rimozione dei vincoli tra i servizi sociali e i contratti di lavoro>>.
Per dirla in poche parole, secondo l’ideologia prevalente scacciare i lavoratori, abbassare i  salari, cancellare le tutele sociali, sono tutti contributi fondamentali per una sana economia.
Il commercio non regolamentato arreca altri benefici alle grandi imprese. Gran parte – forse la maggior parte – del “commercio” viene gestito a livello centrale attraverso una serie di meccanismi: trasferimenti tra imprese, alleanze strategiche, outsourcing, eccetera. Le aree commerciali estese costituiscono un vantaggio per le grandi imprese, dal momento che non sono tenute a rispondere di fronte alle comunità locali e nazionali. Questo rafforza gli effetti dei programmi neoliberisti, che hanno ridotto con regolarità la parte di reddito spettante alla manodopera. Negli Usa, gli anni 90 sono stati il primo periodo postbellico in cui la divisione del reddito si è spostata fortemente a favore dei proprietari del capitale, e a scapito della manodopera. Il commercio ha un’ampia gamma di costi non calcolati: i sussidi all’energia, l’esaurimento delle risorse e altri fattori esterni che non vengono presi in considerazione. Comporta anche dei vantaggi, benché anche qui bisogna procedere con cautela. Il più applaudito di questi vantaggi è il fatto che il commercio aumenta  la specializzazione, il che riduce però le scelte, compresa quella di modificare il vantaggio relativo, noto altresì come “sviluppo”. La possibilità di scelta e lo sviluppo sono valori in sé; minarli comporta un costo rilevante. Se le colonie americane, 200 anni fa, fossero state costrette ad accettare il regime dell’OMC, il New England oggi continuerebbe a coltivare il suo vantaggio relativo e a esportare pesce, e certamente non produrrebbe tessili, industria che avrebbe potuto sopravvivere solo sulla base di dazi esorbitanti, necessari per impedire l’ingresso dei prodotti britannici (riflettendo il trattamento riservato dalla Gran Bretagna all’India). Lo stesso principio potrebbe essere applicato, tra le altre, all’industria dell’acciaio, e anche a situazioni dei nostri giorni, particolarmente durante gli anni di Reagan, fortemente protezionistici, anche lasciando da parte il settore statale dell’economia. Ci sarebbe molto da dire al riguardo. La maggior parte della questione si cela dietro metodi selettivi di calcolo economico, pur se ben nota agli storici dell’economia e agli storici della tecnologia.
Come tutti qui sanno bene, è molto probabile che le regole del gioco aggravino gli effetti deleteri per i poveri. Le regole dell’OMC o WTO vietano i meccanismi già usati in passato da ogni Paese ricco per raggiungere il proprio attuale livello di sviluppo, mentre allo stesso tempo concedono livelli di protezionismo senza precedenti per i ricchi, ivi compreso un regime di brevetti che impedisce l’innovazione e la crescita con modalità nuove, e permette alle grandi corporations di ammassare enormi profitti monopolizzando i prezzi dei prodotti spesso sviluppati con sostanziali contributi pubblici.
In base alle versioni contemporanee dei meccanismi tradizionali, la metà dei popoli del mondo sono in realtà sotto curatela, con le loro politiche economiche gestite dagli esperti di Washington. Ma anche nei Paesi ricchi, ormai, la democrazia è sotto attacco, in virtù dello spostamento del potere decisionale dalle mani dei governi (che, almeno in parte, rispondono al pubblico), a quelle delle tirannidi private (che non hanno quel difetto). Quegli slogan cinici, come “fidati del popolo”, oppure “minimizza lo Stato”, nelle attuali circostanze non richiedono un aumento del controllo popolare. Spostano le decisioni dai governi in altre mani, ma non in quelle del “popolo”: piuttosto, all’amministrazione di entità giuridiche collettiviste, che in genere non sono tenute a rispondere al pubblico e che sono in realtà totalitarie nella loro struttura interna, quasi come i conservatori accusati un secolo fa di opporsi alla “corporativizzazione dell’America”.
Durante alcuni anni, gli esperti e gli istituti statistici latino-americani hanno rivelato che la diffusione della democrazia formale nell’America Latina era accompagnata da un crescente disinganno circa la democrazia: una “tendenza allarmante” ancora in atto, segnalavano gli analisti, notando il legame tra le “fortune economiche in declino” e la “mancanza di fiducia” nelle istituzioni democratiche (Financial Times). Come ebbe a indicare qualche anno fa Atilio Boron, la nuova ondata di democratizzazione in America Latina ha coinciso con “riforme” economiche neoliberiste che minano la vera democrazia. Un fenomeno che sta dilagando, sotto forme diverse, in tutto il mondo.
Anche negli Stati Uniti. C’è stato grande clamore pubblico circa le “elezioni rubate” del novembre 2000, ma la sorpresa è che alla gente sembra non importare. I sondaggi di opinione pubblica suggeriscono alcune ragioni, anche credibili, che rivelano che, alla vigilia delle elezioni, i tre quarti della popolazione vedevano il processo fondamentalmente come una farsa: un gioco a cui partecipavano i finanziatori, i leader di partito e l’industria delle relazioni pubbliche, che ammaestrava i candidati a dire “qualsiasi cosa pur di essere eletti”, così che si poteva credere a ben poco di quello che dicevano, anche quando era comprensibile. Sulla maggior parte delle questioni in gioco, i cittadini non riuscivano a capire la posizione dei candidati, non perché fossero stupidi o non ci provassero, ma per via dei solerti sforzi dell’industria delle PR. Un progetto dell’Università di Harvard che segue gli atteggiamenti politici ha scoperto che il “senso di impotenza ha raggiunto un livello allarmante”, dal momento che oltre la metà degli intervistati ha dichiarato che la gente come loro ha poca o nessuna influenza su ciò che fa il governo: un aumento notevole, registrato durante il periodo neoliberista.
Le questioni su cui la popolazione ha opinioni diverse dalle élites (economiche, politiche, intellettuali) sono prevalentemente escluse dall’agenda, in particolare quelle relative alla politica economica. Il mondo degli affari, e non deve sorprendere, è tutto a favore della “globalizzazione” diretta dalle grandi imprese, dagli “accordi di libero investimento” chiamati “accordi di libero scambio” (il NAFTA, l’FTAA, il GATS), e di altri meccanismi che concentrano la ricchezza e il potere in mani che non devono rispondere nei confronti dell’opinione pubblica. Un altro fatto che non deve sorprendere è che la grande bestia si oppone, in linea di massima, quasi istintivamente, pur non essendo a conoscenza delle questioni cruciali dalle quali viene doverosamente e accuratamente protetta. Ne consegue che tali questioni non sono adatte alle campagne elettorali, e non sono quindi emerse nel corso della campagna per le elezioni del novembre 2000. Ci si sarebbe trovati in difficoltà, per esempio, a dovere affrontare una discussione sul prossimo Vertice delle Americhe e sull’FTAA, o su altri argomenti relativi a questioni di interesse primario per il pubblico. Si volevano indirizzare gli elettori verso ciò che l’industria delle pubbliche relazioni definisce “qualità personali”, non “questioni”. Tra circa la metà della popolazione che vota, fortemente a favore del settore più abbiente, coloro che riconoscono che i loro interessi di classe sono in gioco votano per quegli interessi: e, in modo schiacciante, per il più reazionario dei due partiti degli affari. Ma la maggioranza del pubblico divide il proprio voto in modo diverso, il che porta a un pareggio statistico. Tra i lavoratori, le questioni non economiche, come il possesso di armi o la “religiosità”, erano considerate fattori di importanza primaria, per cui la gente spesso votava contro i propri interessi fondamentali, pensando di avere poca scelta, apparentemente.
Quel che rimane della democrazia si traduce nel diritto di poter scegliere tra i beni. I grandi uomini d’affari da tempo ormai spiegano che è necessario imporre alla popolazione la “filosofia della futilità” e la “mancanza di scopo nella vita”, così da “concentrare l’umana attenzione sulle cose più superficiali, tra cui gran parte dei consumi alla moda”. Subissata da tale propaganda fin dall’infanzia, la gente allora accetterà la propria vita subordinata e senza senso, e dimenticherà tutte quelle idee ridicole circa la gestione dei propri affari. Così, abbandoneranno il loro destino nelle mani di coloro che si autodefiniscono “le minoranze intelligenti” che servono e amministrano il potere.
Da questo punto di vista, che è stato quello convenzionale nelle opinioni delle élite, in particolare lungo il passato secolo, le elezioni del novembre 2000 non rivelano un difetto della democrazia statunitense, bensì il suo trionfo. E, generalizzando, è giusto acclamare al trionfo della democrazia in tutto l’emisfero, e altrove, anche se le popolazioni, chissà perché, non la vedono così.
La lotta per imporre quel regime assume molte forme diverse, ma non finisce, e non finirà mai finché le forti concentrazioni di potere decisionale reale rimarranno al loro posto. È ovviamente ragionevole prevedere che i signori sfrutteranno tutte le possibili occasioni che si presenteranno loro, attualmente, le paure e le angosce della popolazione in seguito agli attacchi terroristici: una questione seria per l’Occidente, ora che, con le nuove tecnologie a disposizione, ha perso il suo monopolio virtuale della violenza, conservando solamente la sua forte preponderanza.
Ma non è necessario accettare queste regole, e coloro che si preoccupano dei  destini del mondo e dei suoi abitanti certamente seguiranno un cammino diverso. Le lotte popolari contro la “globalizzazione” dei diritti degli investitori, particolarmente nel sud, hanno influito sulla retorica, e fino a un certo punto anche sulle pratiche dei signori dell’universo, che ora sono preoccupati e sulla difensiva. Questi movimenti popolari non hanno precedenti, per le loro dimensioni, per la varietà dei partecipanti, per la solidarietà internazionale che destano. Ne sono un’importantissima dimostrazione le riunioni che si stanno tenendo qui. In gran parte, il futuro è nelle loro mani. Sarebbe difficile sopravvalutarela portata di tutto quello che è in gioco.    

Noam Chomsky

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