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Back Sei qui: La rivista Terzo Millennio Terzo Millennio N29 Febbraio 2003

Terzo Millennio

Terzo Millennio N29 Febbraio 2003 - Chiesa:"Sulla guerra Berlusconi spacca l'Europa a favore degli Usa"




Chiesa: «Sulla guerra Berlusconi spacca l’Europa a favore degli Usa»

Il giornalista dichiara: «Al servizio degli Stati Uniti anche la Corea del Nord»
a cura di Monica Centofante


«L’Italia di Berlusconi ha ormai stretto un patto con l’Impero: il Presidente chiede all’Impero di  essere libero, di fare in Italia quello che vuole e in cambio offre una Italia completamente antieuropea che spacca l’Europa in due pezzi a favore della strategia degli Stati Uniti d’America>>. Spiega così Giulietto Chiesa la netta posizione di Berlusconi a favore della guerra americana contro il terrorismo internazionale. Una posizione rischiosa, aggiunge il giornalista, che coinvolgerà il nostro Paese <<sia moralmente che politicamente che militarmente in una guerra>>. E intanto Washington si prepara ad attaccare l’Iran.

Dottor Chiesa, secondo la logica del potere dell’impero qual è il significato dell’assetto Francia, Germania, Russia, perché si oppongono all’attacco e chiedono nuove ispezioni Onu?

Secondo me ci sono ragioni diverse a tale opposizione. Tutti e tre i Paesi, in ogni caso e in varia misura, sono però preoccupati che la linea degli Stati Uniti cancelli tutti gli accordi internazionali e tutte le regole della convivenza internazionale. E’ infatti evidente che gli americani stanno facendo da soli, contro tutti i criteri della diplomazia e dei rapporti internazionali; di quelle regole, in sostanza, che hanno finora presieduto al funzionamento della comunità internazionale. O almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. E’ quindi chiaro che tutti gli altri interlocutori di peso sulla scena mondiale tendono a frenare il ruolo autonomo e unilaterale intrapreso dall’amministrazione degli Stati Uniti d’America guidata da George Bush. Questa è una delle ragioni. Poi, naturalmente, ci sono anche dei motivi speciali: i tedeschi di Schroeder la pensano in un modo, i francesi e i russi sono preoccupati per i loro interessi nell’area perché, sia gli uni che gli altri, hanno appunto ampi interessi, in particolar modo petroliferi, nel rapporto con l’Iraq e sono ben consapevoli che se gli americani si impadroniscono dell’Iraq l’intera politica energetica del mondo sarà ormai sotto diretto controllo degli Usa. E quindi tendono entrambi a tutelarsi essendo chiaro che nel momento in cui il governo di Saddam Hussein verrà abbattuto e verrà sostituito da un governo filoamericano i francesi e i russi dovranno chiedere il permesso all’America - che potrà anche essere loro negato - nell’accesso ai 115 miliardi di barili di petrolio che stanno sotto al territorio iracheno. Quindi, sostanzialmente, sono queste le ragioni corpose per cui Russia e Francia sono in disaccordo. Ripeto, però, che la cosa più importante è quella generale e cioè che la superpotenza americana non chiede più niente a nessuno e fa quello che ritiene opportuno: un modo diverso di concepire il rapporto con gli alleati che passa da un rapporto di partnership a un rapporto di dominio e di comando.

Il vero pericolo di questa guerra deriva quindi dal fatto che l’attacco all’Iraq rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti nell’affermazione del dominio dell’Impero?

Sì, esattamente.

Il presidente Berlusconi sembra invece più deciso ad appoggiare l’America in questa fase delicata della guerra al terrorismo.
Il governo Berlusconi, e Berlusconi in particolare, ha già dichiarato il suo appoggio. E questo non stupisce. Del resto si sa benissimo che la posizione di Berlusconi è totalmente pro-americana, senza nessuna oscillazione. Berlusconi sta però ora cercando di dare l’impressione di essere un po’ collaterale, di non volere cioè un impegno diretto delle truppe italiane, secondo il solito criterio italiota di fare il furbo. La sua è sostanzialmente una posizione furba, di appoggio agli Stati Uniti, ma che cerca, contemporaneamente, di far capire agli elettori italiani che l’Italia non correrà dei rischi. Naturalmente è una posizione ingannevole, falsa, perché l’Italia correrà dei rischi e si coinvolgerà sia moralmente che politicamente che militarmente in una guerra. Ciò detto, è chiaro che l’Italia di Berlusconi ha ormai stretto un patto con l’Impero: il presidente chiede all’Impero di  essere libero, di fare in Italia quello che vuole e in cambio offre una Italia completamente antieuropea che spacca l’Europa in due pezzi a favore della strategia degli Stati Uniti d’America.

Cosa pensa della forte opposizione del Vaticano, e del Papa in particolare, all’attacco?
Penso che la Chiesa si renda conto sempre più fortemente, sempre più chiaramente che non può seguire gli Stati Uniti su questa linea di completa e totale rottura degli equilibri internazionali. Se la Chiesa si schierasse dalla parte degli Stati Uniti d’America si precluderebbe, strategicamente, ogni possibilità di evangelizzazione di 5/6 del pianeta. La Chiesa è una grande istituzione, che ha una grande storia e ha una sua propria strategia. Il fatto che ci siano cinque miliardi di persone che vivono male a fronte di un solo miliardo di persone che vive bene e che è guidato dagli Stati Uniti d’America nel modo che abbiamo detto prima, non le permette di stare al fianco degli americani poiché, così facendo, si precluderebbe la possibilità di parlare ai poveri del mondo che sono i suoi interlocutori privilegiati. Anzi, che dovrebbero essere i suoi interlocutori assoluti. Io credo che il Papa si sia reso conto che con la fine del bipolarismo e l’arrivo sulla scena di una sola superpotenza mondiale, seguire questa linea sarebbe un suicidio strategico.

Sembra che adesso Tariq Aziz voglia in qualche modo giocare la carta del Papa che forse incontrerà nel corso della sua prossima visita in Italia.
Mi pare che sia il Papa che voglia giocare la carta sua. Se il Papa non avesse deciso di incontrarlo, Tariq Aziz non avrebbe potuto fare nulla e quindi la decisione, alla quale ovviamente l’Iraq acconsente volentieri, è stata una decisione del Papa. E’ qui il punto chiave. E se l’incontro del Papa con Tariq Aziz dovesse avvenire sarebbe un fatto di straordinario valore politico su tutta l’arena mondiale.

Secondo lei la Chiesa ha ancora il potere di trainare l’opinione pubblica internazionale?
La Chiesa sta già trainando una parte importante dell’opinione pubblica europea contro questa guerra. La Chiesa e le Chiese, perché anche in Gran Bretagna l’opinione pubblica è in grande parte contraria alla guerra e lo è perché è stata trascinata dalla Chiesa anglicana. Mi pare, in sostanza, che le Chiese cristiane europee siano tutte, a cominciare da quella cattolica, fortemente ostili a questo conflitto che non ha ragioni né morali, né politiche, né di nessun genere, è un puro atto di potenza, di prevaricazione e di prepotenza degli Stati Uniti d’America nei confronti del resto del mondo. Questo è quello che tutte le Chiese cristiane stanno sostenendo.

Rimanendo in tema di opinione pubblica, quali sono le speranze emerse nel corso dell’ultimo incontro di Porto Alegre?
Il movimento che Porto Alegre rappresenta sta cercando di pensare al futuro in termini di pace e di sviluppo sostenibile. Queste sono le speranze. Certo non sulla guerra in quanto tale, nel senso che li si prendono delle decisioni che prescindono dalle volontà dei popoli, ma, sicuramente, a Porto Alegre, la riflessione su un mondo diverso e possibile si associa a una grande contrarietà e ostilità contro la guerra quindi le due cose camminano insieme. Chi ragiona e sta cercando una soluzione alternativa a questo tipo di sviluppo ragiona anche in termini di pace, chi invece vuole portare avanti questo tipo di sviluppo, così come è stato anche negli ultimi trent’anni, pensa alla guerra. La differenza è tutta lì. E’ bene però specificare che persino all’incontro di Davos, dove si sono riuniti i protagonisti del business internazionale, non c’è stata una adesione alla guerra. Anche lì è emersa una grande preoccupazione, ulteriore conferma questa che l’attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti sta andando in guerra praticamente da solo. Contro tutto il resto del mondo. Ed è una cosa assolutamente fantastica che l’opinione pubblica americana sostenga, come sta sostenendo in maggioranza, un gruppo dirigente di questo genere. Questo dimostra fino a che punto il pubblico americano sia condizionato dalle campagne di terrore alle quali è stato sottoposto in tutti questi anni dal suo stesso gruppo dirigente. Naturalmente, chiunque a questo punto può capire che anche l’operazione Osama Bin Laden e la tragedia dell’11 di settembre risultano, alla luce di quanto sta accadendo, completamente funzionali a una politica bellicista degli Stati Uniti d’America.

Qualcuno parla della Corea del Nord come del prossimo obiettivo degli Stati Uniti.
La Corea del Nord non sarà il prossimo obiettivo, il prossimo obiettivo sarà l’Iran. La Corea del nord è semplicemente uno strumento in questo momento nelle mani degli Stati Uniti d’America per attizzare ulteriormente il terrore in tutto l’Occidente. In particolare nel Giappone e nella Corea del Sud, dove gli americani stanno perdendo gran parte del loro sex appeal del passato. Kim Jong è un dittatore che sta giocando il gioco degli Stati Uniti d’America. Il fatto che minacci con le sue armi nucleari è semplicemente un gioco delle parti che serve a Washington per dire che Washington stessa non è bellicista in tutte le direzioni, ma che punta soltanto dove c’è il pericolo vero. Un gioco delle parti alle quali quel dittatore squallido che è il dittatore nordcoreano sta prestando consapevolmente il proprio aiuto. Kim Jong lavora agli ordini e su indicazione degli Stati Uniti d’America per far fare bella figura al presidente Bush.

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