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Back Sei qui: La rivista Editoriali Anno XV Numero 1 - 2015 N72

Editoriali

Anno XV Numero 1 - 2015 N72

amduemila-n72Gli invisibili, i veri capi della mafia

di Giorgio Bongiovanni
Un pugno di uomini di Stato, cittadini, giornalisti, a un certo punto intuisce e comprende che le organizzazioni criminali di cui il nostro Paese può vantare la paternità basano la loro forza e potenza non solo sulla ricchezza economica, ma anche e soprattutto sulle alleanze di uomini collusi con le mafie stesse.
Così, agli inizi degli anni Ottanta, prende il via la vera lotta a Cosa nostra con quello che passerà alla storia come il “pool antimafia” di cui facevano parte anche Falcone e Borsellino, ideato da Rocco Chinnici, portato avanti poi da Nino Caponnetto. Una sistematica opera di contrasto da parte delle istituzioni preposte, dopo le straordinarie intuizioni pagate con la vita da toghe coraggiose come Scaglione, Costa, Terranova, Scopelliti, Saetta, Ciaccio Montalto, e il prefetto dalla Chiesa. L’inversione di rotta ha inizio proprio con quei magistrati per i quali l’Italia, con imbarazzante ritardo dopo la tragica morte, si leverà il cappello per poi installarli su di un eterno piedistallo.
Quando però questi magistrati erano ancora vivi (e contestati) si inizia, dicevamo, a cercare la mafia lì dove era diventata più potente: nella politica, con la quale faceva affari e accordi. Chi, in quegli anni, non sapeva infatti che i cugini Salvo, l’onorevole Salvo Lima, su su fino a Giulio Andreotti, facevano affari con Cosa nostra?
Fino a quel momento, però, nessuno si era mai sognato di provare a smascherare, processare e addirittura condannare esponenti politici collusi con la mafia. Negli anni Novanta e Duemila, sono altri i magistrati che cambiano le regole del gioco sulla scia dei loro predecessori, avviando una serie di indagini in quella direzione. In prima linea la Procura di Palermo, guidata dopo le stragi da Gian Carlo Caselli, che comincia a trascinare alla sbarra il fior fiore della politica legata alla mafia.  
Oggi, dopo vent’anni, si inizia non solo a conoscere i nomi dei “collusi”, ma anche a capirne i ruoli, a scoprire patti e tornaconti, a comprendere la vera natura del rapporto tra mafia e potere.
Questo numero ne è una chiara sintesi. Inquietante, purtroppo, della situazione che oggi ci troviamo a vivere, che non è poi molto diversa da quella vissuta dall’inizio del secolo scorso fino agli anni Ottanta. Malgrado non esplodano più le bombe sotto le autostrade o vicino ai monumenti, malgrado non si senta più parlare di omicidi eccellenti, ci sentiamo in dovere di dire, seppur con amarezza, che la situazione sembra essersi addirittura volta al peggio.
Quest’ultimo volume di AntimafiaDuemila contiene storie e analisi di redattori e collaboratori apparentemente diverse. In realtà, tutte seguono il medesimo filo conduttore. Non più il risultato di un’intuizione o di un presentimento, ma di fatti e circostanze messi in fila, frutto di indagini svolte dai magistrati impegnati contro le mafie. Quelli che hanno preso il timone di coloro che sono stati uccisi (Falcone e Borsellino, due nomi su tutti) seguendo le loro tracce sono arrivati all’essenza stessa delle organizzazioni criminali, ciò che, nonostante gli arresti e le confische, ancora permette loro di vivere e fortificarsi.
Il fatto che la mafia è parte integrante degli altri poteri. Non un manipolo di uomini sanguinari che dichiara guerra alle istituzioni, o uno “stato nello Stato”, ma un’organizzazione ben più fluida e funzionale alle alte sfere del Paese, che della sua esistenza traggono vantaggio e giovamento, a prescindere dai partiti e dai governi che, uno dopo l’altro, si sono avvicendati nel corso di 150 anni di storia.
Oggi quei magistrati l’hanno capito, seguendo le intuizioni che già si palesavano vent’anni prima, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, che in Italia vive e prospera quello che è stato definito “sistema criminale integrato”. A parlarne per primi i magistrati Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia, al tempo procuratore aggiunto e sostituto procuratore di Palermo, con l’inchiesta chiamata proprio “Sistemi criminali”, poi archiviata. Hanno iniziato a percorrere questo cammino cercando di entrare nella stanza del potere per capire chi sono i mandanti esterni delle stragi che hanno ucciso i loro maestri. Da qui nasce il processo trattativa Stato-mafia e le relative indagini ancora in corso, ma anche altre inchieste sugli scandali di corruzione, la cosiddetta Mafia Capitale e quelle sulla penetrazione delle organizzazioni criminali dall’estremo Nord fino alla punta dello stivale. Sono tutte prove di quale faccia ha il vero potere in Italia, dove a comandare non è più la politica. Dietro le loro azioni si può spesso intuire l’esistenza di altri interessi e pressioni, che a volte sembrano arrivare a concretizzarsi in alcune leggi dalle forti criticità, come quella sugli ecoreati, appena approvata e oggetto di aspre polemiche. Senza dimenticare, poi, il panorama internazionale: la crisi ucraina è uno degli esempi più eclatanti dei meccanismi messi in atto per trascinare in guerra le nazioni “democratiche” attraverso una sistematica campagna di manipolazione dell’informazione.
Dall’intervista al pm Nino Di Matteo si evince come la presenza delle organizzazioni criminali integrate non si fonda su teorie, ma su fatti e amare verità, così come si intuisce dalla morte del dottor Attilio Manca, divenuto da vivo troppo pericoloso per la latitanza di Provenzano (sempre più indizi provano che l’urologo operò il boss a Marsiglia) e fatto passare, da morto, per un “drogato suicida”. D’altronde, lo stesso Giovanni Falcone ci parlava di “ibridi connubi fra criminalità organizzata, centri di poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato”. Oggi la magistratura ha fatto ancora passi avanti, le indagini in corso sono mirate proprio a indagare su questo “filo invisibile”. Non si potrebbe spiegare, altrimenti, la condanna a morte di Nino Di Matteo, prima pronunciata dal capo di Cosa nostra Totò Riina, oggi in carcere, poi dal superlatitante Matteo Messina Denaro. Non sappiamo ancora per conto di chi, ma sappiamo che il pm di Palermo “si è spinto troppo oltre” (forse anche per il Csm, che a Di Matteo ha opposto una secca bocciatura per il posto alla Procura nazionale antimafia?) come se fosse giunto a pigiare dei tasti mai da nessuno finora sfiorati. Anche le indagini sul versante calabrese (portate avanti da alcuni pm come Giuseppe Lombardo e Nicola Gratteri) ci confermano, oltre alla straordinaria potenza della ‘Ndrangheta, oggi sovrana del traffico di cocaina nel mondo occidentale, che esiste un livello “altro”, superiore a quanto conosciuto, un sistema che porta le mafie direttamente nelle stanze dei bottoni grazie a uomini appartenenti a questa alta sfera. Sono i veri coordinatori, coloro che stabiliscono le strategie che interessano tutta la criminalità organizzata, e non solo. Sono invisibili, perché il loro status non è conosciuto all’interno delle organizzazioni criminali che conosciamo, personaggi riservati ai più ma tenuti in alta considerazione dai grandi boss, che da loro ricevono indicazioni quando il gioco inizia a farsi troppo grande. Questi meccanismi, però, hanno inizio ben prima delle bombe del ‘92 e ‘93, ben prima di “quella” trattativa oggetto del processo in corso a Palermo. Di questo patto dalle radici antiche, in cui la mafia è il braccio armato che consente al resto del sistema di raggiungere determinati obiettivi, ne è un tragico esempio la strage di Pizzolungo (nella quale furono uccisi Barbara Rizza con i due figli di sei anni, Giuseppe e Salvatore) tentativo non riuscito di eliminare un magistrato, Carlo Palermo, che si occupava di inchieste di mafia e del grande traffico di droga e armi nel quale era coinvolto il partito socialista e il governo Craxi.
E però, malgrado sia parte integrante del potere, la mafia conserva anche e ancora i suoi caratteri peculiari, primo fra tutti la presenza sul locale, grazie al sistema del racket. Esemplare, in tal senso, la storia dell’imprenditore Lo Sicco, in una Palermo dove il controllo del territorio e degli affari, per i boss, è tutto. Una questione resa ancora più urgente dal capitolo beni confiscati, vera e propria spina nel fianco specialmente quando vengono destinati ad associazioni e cooperative che ridanno loro un nuovo scopo, lontano dall’immagine di potere tanto caro alle organizzazioni criminali.
E’ grazie a questa molteplicità di aspetti che, citando le parole del defunto pentito Salvatore Cancemi, la mafia rinasce “come la gramigna”. Lo fa ormai da 150 anni. Lo farà fino a quando, (per dirla con la conclusione del libro “Collusi” scritto da Di Matteo e Palazzolo) il nostro Stato non se ne vorrà veramente e definitivamente liberare, fino a quando, cioè, non troverà il coraggio di guardarsi dentro.

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