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Back Sei qui: La rivista Editoriali Anno XIV Numero 1 - 2014 N71

Editoriali

Anno XIV Numero 1 - 2014 N71

amduemila-n7140 anni di Stato-Mafia e Mafia-Stato

di Saverio Lodato

Le convergenze parallele nel Paese della Politica e dell’Assassinio

Il rischio di ripetersi, di grattare il fondo del barile, di scadere negli slogans, di sperare, alzando la voce, di farsi sentire dai sordi, o, al contrario, di indulgere allo scetticismo, lasciarsi prendere dallo sconforto, concludere che le battaglie impossibili non si possono vincere a dispetto dei santi, c’è. Ed è innegabile. Nel Vangelo sta scritto che “non si vive di solo pane”.
Perché mai, allora, si dovrebbe poter “vivere di sola lotta alla mafia”? Perché mai soltanto un’élite scelta dalla popolazione, che, a seconda delle fasi attraversate, si dilata e si restringe a guisa di una fisarmonica, dovrebbe intestarsi un’opzione di vita, per quanto fortemente caratterizzata eticamente, intrisa di valori nobili, logicamente inattaccabile, che però ha il piccolo difetto di non esser fatta propria dalla stragrande maggioranza della popolazione? Insomma: chi ce lo fa fare?
Non sono domande qualunquistiche. Sono domande, semmai, con le quali “l’antimafia” - parole utilizzabili non ce ne sono altre - deve fare i conti. Perché se si vuole andare avanti bisogna pur sapere in che direzione andare.  
Gli anni che trascorrono - meglio: i decenni che  trascorrono - ci fanno avvertire un vento gelido che è impossibile ignorare. Le polemiche interne dilaniano i rappresentanti degli avamposti antimafia. Non sfugge a don Luigi Ciotti, che infatti avverte: “all’antimafia non giovano le polemiche”. Giustissimo.
Nino Di Matteo rischia la vita. Eppure…
Eppure: magistrati contro magistrati. Ex magistrati, nel frattempo diventati “onorevoli”, contro magistrati in servizio. Giornalisti contro magistrati e viceversa. Esponenti politici di tutte le parrocchie che sparano ad alzo zero - è sempre stato così, ma adesso si avverte un clima da finale regolamento dei conti - contro il principio stesso di controllo della legalità. Il fatto che il governo, alla Camera, sia stato battuto a scrutino segreto con l’approvazione di un emendamento leghista che introduce norme vendicative in materia di responsabilità civile dei giudici, fa capire l’aria che tira.
I grandi storici e i grandi giuristi, forse - e lo diciamo a loro parziale attenuante -,  piegati dalla vitalità di una materia mai doma, mai catalogabile per sempre, tanto da sembrare destinata all’eternità, si rifugiano ormai, mettendo da parte i ferri del mestiere, nell’armamentario della banalità: non è vero che la mafia ha vinto, ma siccome non si può neanche dire che la mafia abbia perso, ecco il topolino interpretativo: la mafia ha vinto sì e no, la mafia c’è e non c’è, una volta sparava oggi non spara più, visibile allora, invisibile oggi.
E rendendosi conto, da quei cervelloni dalla lunga coda che sono, che solo l’ipotizzare l’esistenza di una trattativa fra lo Stato e la Mafia nel ‘92-‘93 finirebbe con il mandare in fumo i castelli che vanno costruendo, eccoli “cacar sentenza” tuonando che mai trattativa ci fu e,  se ci fu,  fu a fin di bene e che alcuno può essere processato per il reato di trattativa che il nostro codice penale non contempla. Di fronte a cotanto argomentare, verrebbe da dire, per celia, che l’unico verdetto noto, per ora, è questo: la mafia ha sconfitto 3 a 0 tanto gli storici quanto i giuristi causidici. I quali, infatti, hanno finito con lo smarrire le ragioni del loro mestiere. Prova ne sia che, agli uni e agli altri, non resta altro che alimentare la saga del “negazionismo” (la trattativa non ci fu!) che porterebbe oggi a sicura bocciatura qualsiasi laureando in storia contemporanea che la facesse propria. Se ne facciano una ragione i Fiandaca e i Lupo, ma le cose stanno così.
Tantissimi politici - e non solo - cavalcano simili tesi nella speranza di aggrapparsi a una scialuppa di salvataggio che li metta al riparo da una magistratura che spinga sempre più in alto il profilo delle sue indagini. Non vogliono che saltino fuori le loro magagne. Vorrebbero continuare a rubare a man bassa. Pretendono una qualità della vita da satrapi, a dispetto di un paese agonizzante. Espatriano, latitano, si iscrivono al “club del perseguitato politico”, non appena qualcosa per loro va storto.  
Certo. Sarebbe tutto più semplice se venisse reintrodotto lo scudo dell’immunità parlamentare.
Il duo Calderoli (Lega, quello del porcellum) - Finocchiaro (Pd, con scorta a passeggio per l’Ikea) in tal senso si sta acconciando, proponendone la reintroduzione al Senato, giusto per “vedere l’effetto che fa” sull’Italia di oggi. E ora, messa sotto torchio dallo stesso Pd, la Finocchiaro balbetta di non voler restare con il cerino in mano*.
Ma quando ci si imbatte in questa quotidiana lista dei dolori, molti protestano, volendo zittire le fastidiose mosche cocchiere dell’antimafia: “questa è cronaca, non è storia”. A voler sottolineare, in chi di cronaca si occupa, quasi una vocazione a quella “scienza dei nullatenenti” cui si riferiva decenni orsono il filosofo Lucio Colletti a proposito di una “metodologia” che pretendesse di leggere il mondo prescindendo dai suoi contenuti. Sarà.
Noi, invece, troviamo ben incise - e perfettamente valide ancora oggi - le parole di Giorgio Bocca, che storico non era né si fregiava d’esserlo; cronista, punto e basta: Un libro, Dieci anni di mafia - scrisse in una recensione su “L’Espresso”, più di vent’anni orsono - che ci fa capire perché ci saranno ancora cento, mille anni di mafia.
Forse Giorgio Bocca andrebbe considerato storico a tutto tondo  in questo paese di mongolfiere svolazzanti che sono diventati certi “storici” con la patente. Ma non perdiamo il filo del nostro ragionamento.
Ci dà una mano, Giacomo Leopardi, con i suoi: “Pensieri”: “Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto”. E ancora: “Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna; se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle …”. Così va il mondo, ci dice Leopardi: una lega di birbanti contro uomini da bene. Tranchant, non c’è che dire.
E l’Italia, invece, come va?
Quasi un secolo e mezzo dopo Leopardi, Goffredo Parise, autore, fra l’altro, di un meraviglioso reportage sul Giappone (dal titolo: “L’eleganza è frigida”, Adelphi) scrive di Marco -  nome letterario del viaggiatore che altri non era che lui stesso -, e riferendosi all’Italia dalla quale era partito per volare a Tokio: “Marco … pensò ai costumi del paese della Politica e dell’Assassinio così lontani ma ancora così presenti nel suo animo”.
L’Italia: il paese della Politica e dell’Assassinio. Anche Parise non scherzava.
Siamo al nocciolo della questione.
E’ in Italia che la lega dei birbanti contro gli uomini da bene (Leopardi) ha sprigionato il meglio di sé nel paese della Politica e dell’Assassinio (Parise). E’ per questo che da oltre un secolo e mezzo, con buona pace di Giovanni Falcone che per un momento si convinse di intravederne la fine, Cosa Nostra detta ancora legge.
Ma ha ancora senso parlare di Cosa Nostra?
Non è un contenitore linguistico ormai in frantumi nell’Italia dell’Expo e del Mose?
Degli scandali che falcidiano tutte le regioni italiane, nessuna esclusa?
Nell’Italia di Scajola e di Dell’Utri, di Berlusconi e Matacena, di quei dirigenti Pd e Pdl che contano mazzette, nella Sicilia di Cuffaro e Lombardo e Genovese, o nella Lombardia di Formigoni, senza volerla fare troppo lunga?
In quest’Italia - dico - non vi sembra che tutti i soggetti che ho nominato (e quanto per difetto) “facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono”? Basta sfogliare i giornali e leggere le intercettazioni telefoniche per capire che il “club dei potenti” annovera di tutto ormai fra le sue fila: il politico e il dirigente statale, il bancario e alti funzionari degli apparati repressivi (Deviati? Non deviati? Ma che differenza fa giunti a questo punto?), faccendieri e camorristi, alti prelati e docenti universitari, mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, ministri e ex ministri, generali di corpo d’armata, sottosegretari e ex sottosegretari, uomini della P3, della P4, della P5, eccetera, eccetera, eccetera. Tutti costoro, per tornare a dirla con il Leopardi, si conoscono tra loro per quello che sono.   
Una volta, dalle nostre parti, si diceva: “se tutto è mafia niente è mafia”. E alla Politica italiana piacerebbe tanto parafrasare: “Se tutti siamo corrotti nessuno è corrotto”.
Matteo Renzi ha detto in proposito: “Fosse per me i politici che rubano li accuserei di alto tradimento e li manderei tutti a casa”. Meglio di niente. Fosse per noi, quelli che si sono auto assegnati vitalizi da centomila euro al mese li manderemmo tutti in galera. Sfumature, che però fanno la differenza.
L’Italia è così.
Ed è questa la ragione per cui - come ho già avuto modo di scrivere e ripetere in occasione del ricordo di Giovanni Falcone alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo (22 maggio di quest’anno) - la favoletta della Mafia contrapposta allo Stato (e viceversa), che per un secolo e mezzo è stata propinata agli italiani come una dolciastra melassa, andrebbe sostituita da ben altra narrazione: sono sempre esistiti, in Italia, lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato. E mai, come in questo momento, le due entità sono diventate simbiotiche.
Dallo stragismo nero a quello rosso, dall’eliminazione di grandi personalità “incompatibili” con la “lega dei birbanti” allo stragismo mafioso, qualunque bandolo si prende della storia nazionale italiana in questi ultimi settant’anni il quadro finale resta lo stesso: migliaia di vittime e di verità negate, istituzioni colluse e compromesse, enormi ferite inferte al tessuto democratico. Limitiamoci all’ attualità.   
Farò solo qualche  esempio per rendere l’idea: le “esternazioni” di Totò Riina. Il quale ha minacciato di morte Nino Di Matteo. E si è scagliato contro il processo sulla trattativa. E si è detto contrario alla deposizione, in quel processo, del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Ora, improvvisamente, tace. O lo hanno fatto tacere.
Il CSM, dal canto suo, prima ha messo sotto azione disciplinare Di Matteo poi - bontà sua - ha archiviato il caso.
Napolitano - ormai è arcinoto - ha preteso e ottenuto che fossero mandate al macero le sue telefonate con l’indagato Mancino Nicola.
Le truppe cammellate dell’Informazione, dei maitre a’ penser, della politica, delle istituzioni, si sono esercitate nel tiro al bersaglio contro i poveri Cirenei della Procura della Repubblica di Palermo, che sembrano ricordarci l’Alfieri: “volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”… indagare, si capisce.
Insomma, tutti, in quest’Italia, fanno il lavoro per il quale sono portati.   
Non si indaga - invece - sulla trattativa, ammoniscono i Napolitano, gli Scalfari, i Ferrara, i Macaluso, i Violante, gli Arlacchi, gli Sgarbi, i Cicchitto, i Gasparri, i Fiandaca, i Lupo, e chi più ne ha più ne metta.  E perché il cerchio si chiudesse, con la testimonianza esclusiva e preziosa del morto, ecco Padovani farsi garante che se Falcone fosse ancora vivo la penserebbe, su questo processo per la trattativa, allo stesso modo: una “boiata pazzesca”.
Ora che vivi e morti hanno detto la loro (anche se a quest’ultimi gliel’hanno fatta dire) sorge spontanea una domanda: non è un po’ riduttivo tracciare una linea di demarcazione, asserendo tassativamente: qui finisce lo Stato e...

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