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Back Sei qui: La rivista Editoriali Anno XII Numero 1 - 2012 N68

Editoriali

Anno XII Numero 1 - 2012 N68

cop68Venti di guerra in Vaticano

di Giorgio Bongiovanni

“Anche per la Chiesa verrà il tempo delle sue più grandi prove. Cardinali si opporranno a Cardinali; Vescovi a Vescovi. Satana marcerà in mezzo alle loro file, e a Roma ci saranno cambiamenti”.

Questo annunciava la profezia di Fatima, quella tanto temuta e rivelata solo parzialmente sotto l’egida dell’attuale Papa Benedetto XVI, in quegli anni responsabile della congregazione per la dottrina della fede.
Su quelle parole affidate dalla Vergine Maria ai pastorelli nel 1917 non furono divulgati particolari approfondimenti, ma la cronaca di oggi può facilmente far comprendere a tutti, non credenti compresi, il messaggio di ammonimento giunto attraverso le parole di quei bambini, ovviamente del tutto ignari delle losche dispute interne alla Chiesa di Roma.
Nel giro di poche settimane servizi giornalistici e trasmissioni televisive hanno riportato agli onori della cronaca le malefatte interne al Vaticano e il coinvolgimento, ancora una, due, cento volte, dei vertici porporati in affari poco puliti e persino complotti interni.
Al centro sempre quantità abnormi di denaro, che nessun semplice fedele si potrebbe mai sognare, e giochi di potere per salvaguardare gli interessi di cordate le une contrapposte alle altre.
E le fonti che svelano queste inquietanti trame sono per assurdo tutte interne al Vaticano trapelate per vie per ora sconosciute, ma forse prodotto di qualche coscienza scomoda che vorrebbe vedere avviata una genuina opera di riforma. Insomma nulla a che vedere con le consuete operazioni di facciata.
La prima è l’incredibile vicenda di Monsignor Carlo Maria Viganò, oggi nunzio apostolico per la Santa Sede a Washington. Un carteggio interno reso noto dal giornalista di La7, Gianluigi Nuzzi, racconta dell’enorme lavoro svolto dal prelato per risanare le casse del Governatorato vaticano chiuse con un bilancio disastroso nel 2010.
Nello svolgere il suo compito, affidatogli direttamente dal Santo Padre, Viganò si rende conto che la ragione di spese esose e ammanchi di bilancio è da ricercarsi in un sistema di appalti truccati e fatture gonfiate con le quali si dissanguavano i conti dell’Istituto.
Infatti in un solo anno, con una gestione oculata e soprattutto con tagli netti agli sprechi dovuti alle corruttele Viganò non solo riporta in pari il bilancio ma apporta nelle casse a lui affidate profitti per decine di migliaia di euro.
Chiaramente la sua opera di pulizia ha intaccato gli interessi di coloro che da quella gestione malata traevano benefici e guadagni illeciti che non hanno tardato a fargli sentire il suo disappunto.
In una serie di lettere che il monsignore indirizza direttamente al Papa e al Segretario di Stato Tarcisio Bertone si leggono chiaramente i nomi di coloro che si sarebbero macchiati dei reati e delle manovre messe in atto dai suoi molti nemici per isolarlo e possibilmente renderlo innocuo.
Ecco un esempio dei suoi allarmanti rapporti a Benedetto XVI:
“….Sul medesimo Mons. Nicolini sono poi emersi comportamenti gravemente riprovevoli per quanto si riferisce alla correttezza della sua amministrazione, a partire dal periodo presso la Pontificia Università Lateranense, dove, a testimonianza di S.E. Mons. Rino Fisichella (presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione ndr.) furono riscontrate a suo carico: contraffazioni di fatture e un ammanco di almeno settantamila euro. Cosi pure risulta una partecipazione di interessi del medesimo Monsignore nella Società SRI Group, del Dott. Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato L’Osservatore Romano, come confermatomi da Don Elio Torreggiani (direttore generale della Tipografia Vaticana Ndr) per oltre novantasettemila Euro e I’A.P.S.A., per altri ottantacinquemila, come assicuratomi da S.E. Mons. Calcagno (presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, Ndr). Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che Mons. Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta SRI Group, per un massimale di duemila e cinquecento euro al mese”.
Per tutta risposta il Papa, invece di convocarlo e di entrare nel merito delle sue gravissime accuse, lo nomina nunzio apostolico, cioè ambasciatore presso la prestigiosa sede di Washington, forse la più importante in assoluto. “Promoveatur ut amoveatur” si dice in questi casi, e vuol dire: “Promosso affinché sia rimosso”.
Monsignor Viganò capisce perfettamente il senso di quella promozione e lo scrive direttamente al Santo Padre il 7 luglio 2011:

“Beatissimo Padre,
con profondo dolore e amarezza ho ricevuto dalle mani dell’Em.mo Cardinale Segretario di Stato la comunicazione della decisione di Vostra Santità di nominarmi Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America. In altre circostanze tale nomina sarebbe stata motivo di gioia e segno di grande stima e fiducia nei miei confronti ma, nel presente contesto, sarà percepita da tutti come un verdetto di condanna del mio operato e quindi come una punizione”.

E’ il motivo che sconvolge il prelato. La sua missione di ripristinare ordine nei conti compiuta con devozione e successo invece di generare apprezzamento lo ha reso un fastidioso ostacolo per gli interessi di alcuni potentati. Non si arrende però e indirizza il suo sdegno direttamente al segretario di Stato:
“Nella lettera riservata che Le avevo indirizzato il 27 marzo 2011, che affidai personalmente al Santo Padre attesa la delicatezza del suo contenuto, affermavo di ritenere che il cambiamento cosi radicale di giudizio sulla mia persona che Vostra Eminenza mi aveva mostrato nell’Udienza del 22 marzo scorso non poteva essere frutto se non di gravi calunnie contro di me ed il mio operato (....) ed ora, dopo le informazioni di cui sono venuto in possesso, anche in sincero e fedele sostegno all’opera di Vostra Eminenza, a Cui è affidato un incarico così oneroso ed esposto a pressioni di persone non necessariamente ben intenzionate (....) con tale spirito di lealtà e fedeltà che reputo mio dovere riferire a Vostra Eminenza fatti e iniziative di cui sono totalmente certo, emerse in queste ultime settimane, ordite espressamente al fine di indurre Vostra Eminenza a cambiare radicalmente giudizio sul mio conto, con l’intento di impedire che il sottoscritto subentrasse al Card. Lajolo come Presidente del Governatorato, cosa in Curia da tempo a tutti ben nota. Persone degne di fede hanno infatti spontaneamente offerto a me e S.E. Mons. Corbellini, Vice Segretario Generale del Governatorato, prove e testimonianze dei fatti seguenti:

1. Con l’avvicinarsi della scadenza di detto passaggio di incarichi al Governatorato, nella strategia messa in atto per distruggermi agli occhi di Vostra Eminenza, vi è stata anche la pubblicazione di alcuni articoli, pubblicati su Il Giornale, contenenti calunniosi giudizi e malevole insinuazioni contro di me. Già nel marzo scorso, fonti indipendenti, tutte particolarmente qualificate - il Dott. Giani (Domenico Giani, ex finanziere ed ex agente dei servizi segreti italiani nel Sisde poi nominato direttore dei servizi di sicurezza e Ispettore Capo della Gendarmeria del Vaticano ndr.) il Prof. Gotti Tedeschi (Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, l’istituto finanziario del Vaticano, ndr.) il Prof. Vian (Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano ndr.) e il Dott. Andrea Tornielli, all’epoca Vaticanista di Il Giornale, - avevano accertato con evidenza uno stretto rapporto della pubblicazione di detti articoli con il Dott. Marco Simeon, almeno come tramite di veline provenienti dall’interno del Vaticano. A conferma, ma soprattutto a complemento di tale notizia, è giunta a S.E. Mons. Corbellini e a me la testimonianza, verbale e scritta, del Dott. Egidio Maggioni (ex presidente della società pubblicitaria SRI, Socially Responsible Italia Spa in rapporti di affari con il Vaticano ndr.), persona ben introdotta nel mondo dei media, ben conosciuta e stimata in Curia, fra gli altri, dal Dott. Gasbarri (direttore amministrativo di Radio Vaticana, ndr.), da S.E. Mons. Corbellini e da Mons. Zagnoli, già responsabile del Museo Etnologico-Missionario dei Musei Vaticani. Il Dott. Maggioni ha testimoniato che autore delle veline provenienti dall’interno del Vaticano è Mons. Paolo Nicolini, Delegato per i Settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani. La testimonianza del Dott. Maggioni assume un valore determinante in quanto egli ha ricevuto detta informazione dallo stesso Direttore de Il Giornale, Sig. Alessandro Sallusti, con il quale il Maggioni ha una stretta amicizia da lunga data. 2. L’implicazione di Mons. Nicolini, particolarmente deplorevole in quanto sacerdote e dipendente dei Musei Vaticani, è confermata dal fatto che il medesimo Monsignore, il 31 marzo scorso, in occasione di un pranzo, ha confidato al Dott. Sabatino Napolitano, Direttore dei Servizi Economici del Governatorato, nel contesto di una conversazione fra appassionati di calcio, che prossimamente oltre che per la vittoria del campionato da parte dell’lnter, si sarebbe festeggiata una cosa ben più importante, cioè la mia rimozione dal Governatorato”.

La missiva prosegue per ben altri 6 punti in cui mons. Viganò sostiene dettagliatamente la propria causa, ma non serviranno a nulla giacché la decisione è stata presa.
Come da prassi il Vaticano ha dapprima cercato di ridimensionare la faccenda, con un freddo comunicato di presa di distanza, ma la solidità dell’inchiesta di Nuzzi e soprattutto il montante fastidio di molti credenti, stufi per l’ennesimo scandalo ha spinto la burocrazia vaticana ad assumere un atteggiamento di estrema durezza con il prelato colpevole di aver messo nero su bianco nomi e cognomi di coloro che disonorano la Chiesa di Cristo. Probabilmente la carriera di ambasciatore americano non durerà molto per Monsignor Viganò, non c’è posto per gli inflessibili nel gran bazar del tempio.
Si potrà consolare con la fede in ciò che Cristo insegnò: “Beati coloro che saranno perseguitati a causa del mio nome” perché ha avuto il coraggio di verità in una spelonca di ladri.
Non è però l’unica vicenda emersa in poche settimane a dare grattacapi alla Chiesa.
Ci eravamo già lungamente occupati dei crimini in Vaticano e dell’ultima operazione sospetta del settembre scorso segnalata alla Banca d’Italia sul trasferimento di 23 milioni di euro, attraverso il Credito Artigiano, alla Jp Morgan Frankfurt (20 milioni) e alla Banca del Fucino (3 milioni) che gli inquirenti ritenevano poco trasparente.
Lo Ior è infatti considerato come una banca extracomunitaria cui vanno applicate le norme di controllo secondo quanto disposto dal decreto 231 del 2007 che regola in modo “rafforzato” le transazioni economiche dei paesi che non fanno parte della “white list”, cioè che non operano in un regime di trasparenza tale da fugare i sospetti di riciclaggio. In una parola sola Paesi Off-shore.
Questa classificazione non è mai piaciuta a Benedetto XVI che ha infatti personalmente fatto istituire uno strumento di controllo interno l’Aif (Autorità di informazione finanziaria) dietro l’emanazione di una specifica legge per la “prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose”.
Per questa ragione, anche se non è la sola, la procura di Roma aveva accettato di far dissequestrare le cifre in questione che secondo le spiegazioni dei vertici della banca vaticana inquisiti, il presidente Gotti Tedeschi e il direttore Cipriani, erano frutto di un giroconto per acquistare bond tedeschi, ma l’inchiesta era rimasta comunque aperta.
Dal ventre molle del Vaticano però proprio in questi giorni in un articolo de Il Fatto Quotidiano si leggeva di una circolare interna e riservata agli uffici papali nella quale ci si chiedeva come e quanto dovesse essere efficace l’operato dell’Aif e se soprattutto le nuove regole dovessero essere retroattive o da applicarsi solo a partire dal mese di aprile 2011, quando è entrato in vigore il nuovo regime.
La Santa Sede nelle parole del suo portavoce Lombardi, indaffaratissimo a parare colpi a destra e a manca, ha spiegato che si trattava solo di un appunto interno con normali richieste di chiarimento cui era seguita la direttiva di procedere a tutto campo.
Sarà, ma il caso vuole che nell’ultimo anno lo Ior ha spostato gran parte dei fondi prima depositati presso nove banche italiane, di cui è cliente, fra le quali Intesa Sanpaolo e Unicredit, in istituti di credito tedeschi.
Nessun mistero – rispondono gli economisti papali – sono più convenienti e costano meno. O sono più provvidenzialmente lontani dalle procure italiane?
Insomma se pur Benedetto XVI abbia cercato di avviare, almeno a parole, importanti iniziative di risanamento dell’etica finanziaria del suo stato, intrighi e scandali continuano ad emergere smentendolo nei fatti.
La settimana nera della città del Vaticano si è infatti conclusa con un clamoroso scoop di Marco Lillo, uno dei cronisti di punta de Il Fatto Quotidiano, che ha rivelato una lettera scritta dal Cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos al segretario di Stato nella quale lo avverte di un possibile complotto di morte ai danni del pontefice.
La missiva dai contenuti davvero incredibili riferisce che il vescovo di Palermo, mons. Romeo nel suo ultimo viaggio privato in Cina avrebbe non solo confidato delle lotte di potere interne al Vaticano, compresa la difficile convivenza tra il Santo Padre e proprio mons. Bertone, ma anche profetizzato il decesso del papa entro 12 mesi e persino il designato successore.
Monsignor Lombardi non ha potuto che accertare la veridicità del documento, ma ovviamente non si è potuto sbilanciare sul contenuto definito “sconclusionato”.
Vero o meno, lo squallido spettacolo che si dispiega agli occhi dei fedeli e non solo ci restituisce l’immagine di una corte monarchica di fine settecento, infestata da lotte di potere, inganni, corruzione e tradimenti. Nulla, nulla a che fare con l’insegnamento Cristico, nulla a che fare con il sacrificio quotidiano di decine di sacerdoti sparsi in tutto il mondo a combattere per la sopravvivenza e dare da bere agli assetati e da mangiare agli affamati.
Nel 2002 ebbi l’opportunità di intervistare il noto collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, uomo della cupola, che si sedeva ogni settimana a tavola con Totò Riina. Accettò di rispondermi su tutto, persino le questioni più delicate come il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi e così via… però quando gli chiesi del rapporto tra la Cupola mafiosa e il Vaticano il superpentito ebbe un sussulto sulla sedia e mi disse: “Ma lei mi vuole morto? Mi fanno a pezzi e mi fanno come un panino ca’ meusa (panino con la milza)?? Lei vuole morire giovane, adesso non parlerò mai di questo, forse un giorno…!”
Cancemi è morto di malattia l’anno scorso. Lo avevo contattato e lui, dal suo rifugio nascosto, protetto dallo Stato era pronto a parlare dei miliardi che lui e Riina avevano riciclato nella banca vaticana per conto di Cosa Nostra. Non sono arrivato in tempo… peccato!

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