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Back Sei qui: La rivista Editoriali Anno X Numero 1 - 2010 N64

Editoriali

Anno X Numero 1 - 2010 N64

Imprenditoria Mafiosa

di Giorgio Bongiovanni
E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
   
Ma non per preconcetta presa di posizione, per il semplice fatto che nessun aiuto né legislativo né di tipo economico ha facilitato l’azione di contrasto sul campo. Il resoconto di macchine senza benzina che si fermano in mezzo alla strada e agenti di scorta che spingono la blindata con tanto di magistrato antimafia minacciato e appiedato è una costante nelle testimonianze di chi combatte in prima linea. Per non parlare del lavoro extra-ordinario retribuito con anni di ritardo, quando va bene, e i pedinamenti che si devono fermare quando si varca il confine cittadino altrimenti debbono proseguire di tasca propria. E via, organico sguarnito nelle procure più esposte, collasso del sistema giustizia sempre più lontano dal bisogno dei cittadini di sentirsi tutelati dalle ingiustizie e dalle diffuse furberie illegali di cui è ovviamente sempre più vittima. Un capitolo a parte meriterebbe la serie di leggi e leggine drammatiche di prossima approvazione che seppelliranno in un sol botto diritto e Costituzione.

E poi visto che non c’è trasmissione televisiva in cui qualche esponente della maggioranza non dia i numeri elencando diligentemente in cifre il frutto del lavoro altrui, appropriandosene indebitamente, è il caso di dire che sono proprio i conti che non tornano.
Il rapporto SOS Impresa presentato alla fine del mese di gennaio ha stimato il fatturato delle mafie in 135 miliardi di euro l’anno. Vale a dire che la Mafia Spa, così come è stata ribattezzata, anche quest’anno si attesta quale azienda leader nazionale, in nessuno dei suoi comparti di investimento ha risentito della crisi. In questo bilancio già agghiacciante di per sè non è conteggiato l’enorme introito del traffico di droga, da considerarsi probabilmente incalcolabile. La cocaina ha letteralmente invaso il nostro Paese, viene consumata da larghe fasce sociali, dai più giovani, cui viene destinata la meno costosa e quindi la più pericolosa, ai top manager, ai politici, al mondo della moda e dello spettacolo. Padri e figli si ritrovano a sniffare assieme, è diventato, per molti, forse l’unico punto in comune tra generazioni.
Contabilizzare questo business è a quanto pare pressoché impossibile, ma è evidente, anche ai più sprovveduti che una tale quantità di denaro, liquido, ha in sé una potenzialità di investimento pressoché illimitata e una capacità di corruzione allo stato invincibile.
Per capire come questo denaro, lordo dei peggiori crimini, contamini il lavoro onesto, faticato e sudato da tanti italiani e condizioni le regole del mercato nazionale e internazionale e la sua legislazione abbiamo a disposizione la storia. Quella conosciuta ma mai abbastanza raccontata e soprattutto mai collegata agli eventi del presente.
Abbiamo cercato di farlo in questo numero raccogliendo analisi ed esempi che possano aiutare a comprendere quanto siamo lontani dal poter affermare che l’Italia sta liberando il Sud dalle mafie. E quanto danno possa arrecare una informazione scorretta e tendenziosa in questo senso.

C’era una volta

“E’ normale che soggetti titolari di grandi quantità di denaro cerchino interlocutori abbastanza facoltosi da permettere di investirlo”.
Così Paolo Borsellino in un’intervista oggi famosa spiegava ai giornalisti che gli facevano domande su Vittorio Mangano come funzionava l’approccio delle mafie all’economia diciamo così legale.
Oggi è Massimo Ciancimino che ci conferma come questo processo avveniva in quel momento storico. Al di là della valutazione di ogni sua singola dichiarazione, che spetta ai vari giudici che lo stanno sentendo, quello che ci mostra il figlio maschio più piccolo di don Vito, è il volto reale di Cosa Nostra. Che, come ci dimostrano le inchieste tuttora in corso, in parte pubblicate in questo numero, di fatto non è mai cambiato.
La mafia raccontata da Massimo Ciancimino, che l’ha respirata fin da bambino perché i boss mafiosi frequentavano la sua casa come vecchi amici di famiglia, è quella sopravvissuta fino ad oggi nei metodi e nei reticoli affaristici anche a dispetto degli stessi Riina e Provenzano.
Don Vito era una delle menti pensanti dei corleonesi, più vicino e affine a Binu con il quale si poteva ragionare e pianificare. Provenzano gli dava del lei, segno di rispetto verso il suo vecchio professore di matematica che, considerate le scarse doti, si meravigliava del suo famigerato soprannome: “Il ragioniere”.
Ciancimino junior vedeva quest’uomo ricercato per 43 anni entrare ed uscire da casa di suo padre, fosse Palermo o Roma, fosse libero o detenuto, con il nome di Ingegner Lo Verde. Insieme discutevano, pianificavano, si accordavano. Con l’ausilio della prepotenza politica ed imprenditoriale l’uno, della forza d’intimidazione l’altro, si aggiudicavano e facevano aggiudicare appalti per i miliardi dell’epoca in ogni settore: le risorse energetiche, vedi alla voce Gas, l’edilizia, i rifiuti, la sanità. Un comitato d’affari già pienamente illustrato da altri collaboratori di giustizia come Angelo Siino, Giovanni Brusca e Antonino Giuffré, di cui Massimo però fornisce le coordinate di vertice.
Ad un certo punto la Sicilia non sembrava più sufficiente a Cosa Nostra per investire i suoi guadagni illeciti, e l’attenzione si sposta al Nord, dove affluiscono facilmente i grandi capitali e soprattutto dove il sistema politico-imprenditoriale agevola la grande espansione.
Don Vito quindi assieme a due imprenditori amici fidati, che poi si riveleranno essere due capi mandamento, Franco Bonura e Salvatore Buscemi, che chiamava “i gemelli”, decide di de-localizzare l’impiego dei capitali a Milano e di impiegarli in “un’opera faraonica”: Milano 2.
Dove, specifica Massimo, avevano già investito diversi capi mafiosi.
Dichiarazioni che, come prevedibile, hanno scatenato la gara all’insulto e alla denigrazione da parte dei soliti libellisti al soldo del sultano i quali hanno omesso di sottolineare che non si tratta di novità eclatanti! Già nel processo che ha condannato Marcello Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa era emerso l’interesse di Stefano Bontade, al tempo, siamo negli anni Settanta, capo di Cosa Nostra, e di altri boss nella costruzione di Milano 2.
Ciancimino tra l’altro risponde ai magistrati sulla base dei documenti che gli ha lasciato il padre con il quale li commentava in vista della stesura di un libro dal titolo emblematico: Perché? Una sorta di intervista fra padre e figlio sui tanti misteri e i tanti personaggi che sono passati per le case dei Ciancimino, chi per un favore, chi per un affare, chi per una strategia, chi per una trattativa.
Lo spaccato restituito da Don Vito andrà passato al setaccio, visto il soggetto, ma è reso pienamente credibile dall’attualità.
Non è passato molto tempo, il 2005 per l’esattezza, da quando i vertici di Confindustria e Assindustria Sicilia, Giuseppe Costanzo e Fabio Cascio Ingurgio hanno dovuto abbandonare i loro incarichi perché condividevano le loro società imprenditoriali con gli eredi del succitato Stefano Bontade e del suo fedelissimo, altrettanto potente capomafia: Mimmo Teresi.
Non da ultimo il Comitato Addiopizzo si è visto costretto a rifiutare l’adesione alla sua campagna “Contro il pizzo cambia i consumi” delle aziende di Ettore Artioli, altro grosso nome siciliano collocato all’interno dell’associazione di categoria, perché in società con i due precedenti soggetti. Così come ha dovuto espellere l’azienda Aedilia Venusta srl. il cui titolare Vincenzo Rizzacasa condivide proprietà e affari con la famiglia Sbeglia i cui esponenti sono stati coinvolti in inchieste per mafia e ritenuti prestanome di Riina stesso.
Insomma non è così difficile credere che la mafia abbia scalato, grazie ai suoi sporchi soldi, i vertici economici e politici del Paese.
Ma ciò che più preoccupa della testimonianza di Massimo Ciancimino non è tanto quanto de relato ha avuto confidato dal genitore, quanto piuttosto quello che ha visto e cui ha partecipato direttamente.
La cosiddetta trattativa. Il dialogo tra mafia e stato di cui con il padre è stato protagonista. La prima fase, con lo scambio di papelli e richieste folli interrotta brutalmente dall’assassinio del giudice Borsellino e dei ragazzi della sua scorta, e la seconda con la consegna di Riina, determinante per la sigla di un patto che ha garantito a Provenzano “l’immunità territoriale” in cambio di una Cosa Nosta collaborativa, lucrosa e soprattutto silenziosa.
A fare da controparte al nuovo capo di Cosa Nostra sarebbe stato, secondo quanto disse Vito Ciancimino al figlio, Marcello Dell’Utri.
Pizzini e lettere indirizzate al senatore di Forza Italia e per conoscenza al Presidente del Consiglio datate fino al 2002, proverebbero che in realtà questo dialogo, questa trattativa, non si sarebbe mai interrotta. Fino a poco prima della sua morte Ciancimino ha continuato ad essere interpellato da Provenzano, quale personale consigliori, su questioni di estrema delicatezza (compresi disegni di legge) di cui il boss mafioso avrebbe discusso direttamente con Dell’Utri. Affermazioni gravissime, certo, ma non nuove.
Sono a riscontro di quanto già spiegato da Giuffré, per esempio. Più volte ha riferito che Provenzano si era speso in prima persona a sostegno di Forza Italia perché aveva ricevuto serie garanzie poiché in grado di parlare direttamente con i vertici del partito.
E’ in questo senso che andrebbe collocato anche quanto ha dichiarato Spatuzza al di là del can can mediatico che gli si è creato attorno.
Ma di tutto questo vi parleremo anche nel prossimo numero quando Massimo Ciancimino avrà finito di deporre al processo Mori e forse anche a quello a carico di Dell’Utri.
Per ora non è possibile stabilire se tutto questo materiale diverrà certezza processuale, di certo sorge spontanea una domanda che giro a tutti voi cari lettori: davvero Cosa Nostra è finita?

Tanto per stare in tema
Mentre stiamo per mandare in stampa il numero apprendiamo di nuove minacce sia a Massimo Ciancimino che ai magistrati impegnati in prima linea nelle indagini sulla trattativa. E desta particolare fastidio l’esagerata esposizione cui è sottoposto il dottor Ingroia, vittima di continui articoli denigratori e attacchi mediatici.
In questo preciso momento storico, così delicato per il nostro Paese, un attentato contro uno di questi giudici o Ciancimino stesso potrebbe avere un fortissimo effetto destabilizzante che costringerebbe Berlusconi alle dimissioni. E’ una prospettiva agghiacciante, che non ci piace. Ma i precari equilibri del mondo: gli Usa in ginocchio e la rivalità sempre più aperta con Russia e Cina fanno presupporre la necessità di un premierato italiano davvero solido, a prova di scandali e gag, e soprattutto un po’ più distante da Mosca e dalle sue risorse energetiche. I famigerati poteri forti potrebbero già ravvisare l’esigenza di un cambio della guardia, la necessità di una “terza repubblica” e cosa di meglio di un lavoretto sporco affidato all’alleata di antica memoria, Cosa Nostra?
Ai magistrati e anche a Massimo Ciancimino la nostra solidarietà.

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