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Back Sei qui: La rivista Editoriali Anno IX Numero 2 - 2009 N62

Editoriali

Anno IX Numero 2 - 2009 N62

Il tempo della verita'

di Giorgio Bongiovanni

Cari lettori,
eccoci a Voi con la nuova veste di ANTIMAFIADuemila.
Così come vi avevamo annunciato si tratta di uno strumento di approfondimento che accompagnerà le vostre letture per almeno tre mesi, pensato per aiutarvi a capire meglio cosa accade in Italia sul fronte della lotta alla mafia, ma non solo.
Alla sezione inchieste, infatti, che sono da sempre il tratto distintivo e più amato di ANTIMAFIADuemila, abbiamo aggiunto anche una sezione dossier che di volta in volta esaminerà più a fondo possibile uno o più argomenti.

Lo sguardo sul mondo che non può e non deve mancare in un’epoca così delicata come quella attuale è raccolto nella sezione Terzomillennio sempre più ampia e dettagliata.
Questo nuovo numero sarà presentato ufficialmente a Palermo il prossimo 18 luglio 2009.
Non è a caso che abbiamo scelto il mese di luglio e la data del convegno con cui ricordiamo l’anniversario della strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, che quest’anno avrà come titolo “I mandanti impuniti. Il tempo della verità sulle ‘stragi di Stato’”.
Fin dai nostri esordi, nel marzo 2000, abbiamo dichiarato che cercare, capire, e consegnare alla storia, seppur con il nostro umile e modesto lavoro di servizio, quanta più verità possibile sulle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è l’essenza stessa del nostro lavoro.
Siamo sempre stati convinti che questi due eventi delittuosi, seguiti a ruota dalle cosiddette bombe in continente, siano fatti di mafia solo per una certa percentuale. Sono invece eventi che vanno inseriti in un quadro molto più complesso poiché hanno determinato la svolta definitiva verso la tragica deriva democratica, morale, culturale e sociale in cui versa la nostra povera Italia.
Per anni si è cercato di far credere alla maggior parte dell’opinione pubblica italiana che si sia trattato solo di una guerra tra le guardie (i magistrati) e i ladri (i mafiosi) senza alcuna altra implicazione. Ma oggi, grazie al lavoro incessante dei procuratori antimafia e delle forze dell’ordine più impegnati ed esposti e, lasciatemelo dire, grazie anche al grido di giustizia che in questo ultimo anno Salvatore Borsellino ha portato in tutta Italia, moltissimi hanno aperto gli occhi. Moltissimi si sono uniti a quel lumicino di resistenza tenuto in vita da pochi e ora rinvigorito dalla consapevolezza di molti. Certo siamo ben lontani da essere una maggioranza, ma siamo una voce, un’unica voce che viene da tutto il Paese che chiede Verità e Giustizia.
E questo clima così favorevole nella gente è accompagnato da segnali di diversa natura e tutti in questo senso incoraggianti.
Prima di tutto le indagini.
Dopo una lunga parentesi di silenzio, due testimoni di quel biennio così drammatico hanno deciso di parlare, di raccontare quello che sanno e ricordano. Gaspare Spatuzza, uomo d’onore di primo piano della famiglia di Brancaccio e Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito e protagonista, suo malgrado, della delicatissima questione della trattativa tra Stato e mafia.
Naturalmente sono due personaggi molto diversi che raccontano due aspetti differenti, sotto il profilo tecnico, ma che ci confermano un dato fondamentale: molto ancora non è stato chiarito e accertato né sulla scena del delitto né sul retroscena.
Le dichiarazioni rilasciate da Spatuzza sono ancora top secret. Da quanto finora trapelato sappiamo che l’ex mafioso, cui non è stato ancora accordato lo status definitivo di collaboratore di giustizia, si è autoaccusato di essere colui che ha sottratto la 126 imbottita di tritolo e poi portata in via D’Amelio, così smentendo quanto già confessato, e sancito dalle sentenze, da Vincenzo Scarantino.
La questione Scarantino è sempre stata fonte di grande controversia sia all’interno delle procure che nell’opinione dei collaboratori di giustizia. Tra ritrattazioni e smentite la sua versione fornita agli inquirenti circa la sottrazione dell’auto era un punto debole della ricostruzione che con fatica si è giunti a delineare, almeno finora.
Secondo indiscrezioni il primo confronto tra Spatuzza, Salvatore Candura, reo confesso di aver partecipato con Scarantino al furto dell’auto, e lo stesso Scarantino avrebbe già sortito significativi risultati.
Mentre Candura avrebbe ceduto subito confessando di aver mentito, Scarantino, sulle prime in imbarazzo, avrebbe poi invece confermato la precedente versione. Tuttavia i riscontri su questo punto darebbero ragione a Spatuzza.
E se così stanno le cose, i quesiti, anche inquietanti, sono a questo punto molti…
Per conto di chi Scarantino starebbe mentendo? Cosa teme al punto da accusarsi e scontare 18 anni di carcere? E ancora, perché Spatuzza parla proprio ora che con la domanda di giustizia di Salvatore Borsellino si è creato molto interesse attorno alla fase esecutiva di via D’Amelio?
Se Spatuzza sa che Scarantino ha mentito, sa anche perché? Per conto di chi? Sa anche dirci chi ha premuto il telecomando che ha innescato l’ordigno e da dove? Sa dire se, come lasciano presagire le indagini finora svolte, abbiano preso parte all’eccidio soggetti esterni a Cosa Nostra, appartenenti, magari, ai servizi?
Ci auguriamo di leggere presto nelle carte tuttora secretate degli interrogatori qualche risposta a tutte queste domande che probabilmente gli inquirenti stanno vagliando con la massima attenzione. Quel che è certo è che siamo ancora lontani dal sapere con precisione cosa è accaduto esattamente in via D’Amelio e per mano di chi.
Sul fronte del retroscena invece, dicevamo, vi sono le autentiche rivelazioni di Massimo Ciancimino che fanno pericolosamente il paio con quelle di recente rilasciate da Giovanni Brusca nel corso di un’audizione al processo Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Sentito a più riprese dai magistrati Ciancimino non solo ha confermato l’esistenza della trattativa, di cui fu parte in causa, anticipandone la data a prima della strage di Via D’Amelio ma ha confermato l’esistenza fisica del cosiddetto “papello” di cui il primo a parlare fu proprio Brusca.
Nel corso della succitata udienza (del 21 maggio ndr) il collaboratore di giustizia, sollecitato dalle domande dei pm ha spiegato di conoscere il nome del referente istituzionale con cui avrebbe trattato Totò Riina, ma non ha voluto rivelarlo poiché, ha spiegato ai ripetuti tentativi di accusa, difesa e presidente della corte, vi sono indagini in corso.
Non era la prima volta però che Brusca accennava a questa sua consapevolezza.
Anni addietro, a Firenze, nel corso di un dibattimento nel processo per le stragi, disse di avere confessato quel nome, in via ovviamente riservata, anche al procuratore Grasso e alla “buonanima” del dottor Chelazzi (scomparso il 16 aprile 2003) per poi leggerlo in un articolo di Repubblica firmato da Francesco Viviano.
Inutile girarci intorno: il nome è quello dell’allora ministro degli interni Nicola Mancino. Che ha sempre smentito ogni addebito e ha anzi minacciato querele e depositato esposti contro chiunque osi accostarlo a questi fatti.
Tuttavia il suo presunto coinvolgimento riemerge di continuo.
Ciancimino, figlio, nelle innumerevoli indiscrezioni di stampa, ha chiarito che mai suo padre si sarebbe esposto a quel punto se non avesse avuto rassicurazioni circa la fondatezza della trattativa; accorgimento in egual modo utilizzato anche da Riina, come ci dice Brusca.
Quindi entrambi sapevano che dietro Mori e De Donno, che erano l’elemento di raccordo nel dialogo tra Stato e mafia, vi era un’entità in grado di prendere decisioni di grande portata.
Solo per questo si arrischiano a parlare con il nemico, con il “diavolo”, come spiega Brusca ricordandosi della sua prospettiva di allora.
Persino Totò Riina, nelle rarissime occasioni in cui ha fatto sentire la sua voce ha preteso di sapere, durante una dichiarazione spontanea sempre al processo di Firenze, come potesse sapere il ministro Mancino che sarebbe stato catturato esattamente 8 giorni dopo il suo annuncio.
E chiede, sibillino, sono stato venduto?
Ed è ancora il capo dei capi a domandarsi perché non era stato sentito (fino a quel momento) proprio il figlio di Ciancimino, Massimo. Che si ritrova ora al centro di cruciali passaggi per la storia del nostro Paese di cui è in parte testimone diretto e in parte erede quale depositario di segreti e forse anche di documenti di fondamentale importanza del padre.
Per questo destano viva preoccupazione le continue minacce da lui subite, compreso un furto di carte che sarebbe avvenuto nel suo appartamento di Bologna mentre lui si trovava all’estero. Oggi finalmente Ciancimino è scortato, ma ci auguriamo che la sua persona sia attenzionata con la massima cura da chi è preposto a farlo.
Tornando a Mancino. Fermo restando che sia stato a conoscenza della trattativa non ci è dato per ora in alcun modo di sapere se sia stato lui o meno ad informarne Paolo Borsellino.
Sappiamo solo che nell’agenda grigia del giudice il 1° luglio è chiaramente segnato Mancino e francamente non si possono che respingere con sdegno le ridicole scuse accampate dall’odierno vice presidente del Csm che dice di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno ci fosse anche quella del magistrato più in vista in quel momento, dilaniato, da li a pochi giorni, assieme ai suoi angeli protettori, da un’ esplosione di tritolo.
Perché, se non ha niente da nascondere, l’ex Ministro non ci dice come sono andati quei fatti così delicati? C’è forse un segreto di Stato?
La risposta a tutte queste domande e probabilmente l’intera spiegazione della strategia stragista potrebbe essere invece nell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Ce lo dimostra la rapidità e la precisione con cui chi, oltre al giudice stesso lo sapeva, l’ha fatta sparire nell’inferno di via D’Amelio.
Una verità che non si vuole affrontare nemmeno sul piano processuale, già tanto limitato delle regole del dibattimento, vista la vera e propria forzatura giudiziaria con cui si è voluta chiudere l’indagine a carico del colonnello Giuseppe Arcangioli, fotografato e filmato mentre si allontana dall’auto in fiamme del magistrato con in mano la sua valigetta.
Con una sentenza pretestuosa tesa più alla confusione che non all’accertamento dei fatti il Gup ha infatti reso impossibile il processo e un ancor più frettoloso giudizio della Cassazione ha messo i sigilli alla questione.
Questione che invece è aperta per noi che assieme a molti altri, da varie parti d’Italia, partiremo per andare in via D’Amelio, il giorno 19 luglio, con un’agenda rossa in mano, per chiedere, assieme a Salvatore Borsellino, in pacifica protesta, che su quest’altro mistero del biennio stragista sia fatta luce. Che sia celebrato almeno un processo per stabilire quale tra le tante versioni fornite da Arcangioli sia quella vera. E soprattutto sapere dove è andato con quella borsa, a chi l’ha data, e se qualcuno ne ha sottratto l’agenda rossa.
La voglia di legalità e giustizia questa volta scende dal resto dell’Italia e viene in Sicilia. L’indignazione questa volta non parte dal sacrificio di qualche siciliano onesto che combatte solo nella sua terra, ma viene dal Paese debitore di questo sangue, viene a rendere omaggio e a fare il suo dovere sperando di rinvigorire nello spirito stanco e disilluso dei siciliani, dei palermitani, la fiamma della nuova resistenza.
Questa volta non è così impossibile arrivare alla verità.
Non è e non sarà facile, intendiamoci.
Questo governo, protettore dei corrotti e dei criminali, che sbandiera sicurezza e giri di vite sul 41bis (mentre i boss se ne fanno beffe raggirandolo come niente fosse e persino ottenendo i domiciliari con un semplice certificato di depressione), si è già predisposto per tagliare di netto l’ultimo straordinario strumento investigativo rimasto (dopo la demolizione dei collaboratori di giustizia) per incidere profondamente sul sistema criminale che ci domina. Con la limitazione delle intercettazioni e la proibizione della pubblicazione dei contenuti si vuole costringere la pubblica opinione al letterale letargo del cervello indotto dalla televisione spazzatura e dalla pura e semplice censura.
Da un po’ di tempo però nella mente degli italiani si è introdotto un anticorpo che li protegge dal ronzio ipnotico di telenovelas e talkshow e hanno ricominciato a pensare e a votare.
Nonostante la campagna di discredito e nonostante le persecuzioni subite e nonostante la totale mancanza di mezzi e di copertura mediatica, più di 400.000 italiani hanno chiesto a Luigi de Magistris di rappresentarli in Europa. Un magistrato privato illecitamente del suo sogno: servire lo Stato con il proprio dovere, ha saputo trasformare la sua vicenda di ingiustizia in un grande riscatto per tutti gli italiani onesti che sono riusciti ad informarsi, a fare passaparola, a difenderlo per poi oggi farsi difendere.
Siamo certi che l’onorevole de Magistris saprà essere attento custode della speranza di noi tutti. A lui vanno il mio personale augurio e ringraziamento. E una promessa: che non sarà solo in questa grande responsabilità. La redazione di ANTIMAFIADuemila farà tutto quanto possibile per aiutarlo, sostenerlo e fornirgli informazioni, supporto e qualsiasi altra cosa necessiti nelle sue battaglie e soprattutto per sostenere il suo impegno nell’accertamento della verità sulle stragi che hanno deturpato l’onore e la reputazione del nostro Paese, molto più delle donnine del nostro pseudo tiranno.

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