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Back Sei qui: La rivista Editoriali Anno VII Numero 2 - 2007 N53

Editoriali

Anno VII Numero 2 - 2007 N53

Forza mafia

di Giorgio Bongiovanni

Tutto cambia affinché nulla cambi. Resiste all’infinito il gattopardiano aforisma che imprigiona la Sicilia, l’Italia e, perché negarlo, il mondo intero.
Si catturano i boss, si è preso persino Provenzano l’invisibile, sparisce il gotha di Cosa Nostra e, a ragione, ci complimentiamo con i magistrati e le forze dell’ordine. Senza mezzi, senza nemmeno la benzina per la macchina, la carta per la fotocopiatrice quindi figuriamoci con quali e quanti strumenti tecnologici, pochi valorosi uomini rischiano la loro vita ogni giorno per dare a questo nostro Paese un ché di dignità. E ci riescono, al punto da far preoccupare i grandi capi mafiosi. Matteo Messina Denaro scriveva a Provenzano lamentandosi delle continue operazioni della squadra mobile di Trapani guidata da Giuseppe Linares: “qui ci arrestano pure le sedie”.
Eppure, giustamente ha osservato il procuratore Scarpinato, restano comunque le poltrone. Lo dimostrano in maniera sfacciata i risultati delle elezioni comunali in Sicilia. Come se nulla fosse accaduto negli ultimi sei anni la gente è rimasta fedele alla scelta di Provenzano: votare Forza Italia. Una scelta di campo che, racconta Giuffré, il vecchio padrino, in via del tutto eccezionale, compì apertamente. E tutti hanno ubbidito. Lui è in carcere, ma continuano ad ubbidire.
E’ il “sistema Provenzano” che persiste imperturbabile. Le mafie hanno compiuto il definitivo salto di qualità, i miliardi rinvestiti dappertutto circolano nel mercato cosiddetto legale e finanziario le cui regole al limite del lecito arricchiscono i ricchi e affamano i più poveri. I confini del crimine sono davvero sempre più labili.
Del resto però a guardare dall’altra parte, non si può dire che un anno di governo di centro sinistra abbia dato quei segni di svolta che la gente onesta aveva sperato. La lotta alla mafia è rimasta in fondo all’agenda di governo, la tanto agognata riforma della giustizia che doveva rimediare allo scempio Castelli non solo non è arrivata, ma si è arricchita di ulteriori obbrobri come il recente ddl approvato alla camera sulle intercettazioni. Così anche noi giornalisti che avremmo voglia di spiegare ai nostri concittadini cosa accade in Italia dovremo rischiare, ogni volta che scriviamo, una bella querela che ci faccia chiudere per sempre.
Il titanic della giustizia ha ormai l’acqua in cabina e i soccorsi proprio non accennano ad arrivare anzi i continui tagli alle spese non fanno che aprire falle.
Per non parlare della politica di guerra. Come non unirsi e sostenere il grido di dolore di padre Alex Zanotelli che è il megafono della disperazione dei poveri del mondo per le scelte militari del governo Prodi? Abbiamo riempito le finestre di bandiere della Pace ma siamo il settimo paese al mondo per le spese militari. Gli italiani lo sanno?
“La finanziaria di quest’anno – ha scritto Zanotelli al Presidente del Consiglio – ha stanziato 22 miliardi di euro per la difesa. Un aumento del 12% rispetto all’ultima finanziaria del governo Berlusconi. … Secondo il rapporto del suo governo presentato in parlamento lo scorso marzo, l’Italia ha venduto armi per un valore di oltre 2,19 miliardi di euro con un aumento di vendite del 61% rispetto all’anno precedente. Grossi affari per le banche armate ma soprattutto per il suo governo che è il maggior azionista delle fabbriche di armi italiane. Da tutto ciò mi sembra ovvio che il suo governo sta marciando a piena velocità verso una militarizzazione del territorio (Vicenza e Sigonella ndr.) e verso l’inclusione dell’Italia nel complesso militare industriale mondiale. Che questo avvenga proprio sotto un ‘governo amico’ coperto da una ‘stampa amica’ proprio non riesco ad accettarlo. E più grave ancora, mentre troviamo i soldi per le armi, non li troviamo per la solidarietà internazionale. Presidente, che delusione! Soprattutto che tradimento ai poveri! Le auguro che l’urlo degli impoveriti che per 12 anni ho ascoltato nel mio corpo nella baraccopoli di Korogocho giunga al suo orecchio e l’aiuti a cambiare rotta.”
Che vergogna! Aggiungiamo noi! Italiani, noi siamo questo? Siamo un popolo che lucra sulla pelle dei più deboli? Dobbiamo accettare questo marchio infame? No, io non ci credo. Non credo che vogliamo essere così. Le coscienze addormentate dai pifferai della falsa informazione nascondono invece lo spirito di umana benevolenza insita nelle radici del nostro popolo. Svegliamoci! Noi italiani siamo quei cittadini di Gela che in una terra di confine hanno scelto la legalità rappresentata da Rosario Crocetta, rieletto sindaco, liberandosi del giogo mafioso. Cosi come Gela anche l’Italia deve ricostruirsi una dignità. Deve tornare ad essere quello che è: una rosa nel deserto.

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