Gaetano Pecorella querela due cittadini informati

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30 luglio 2009
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di due cittadini "colpevoli" di "lesa maestà" nei confronti di un esponente politico.
A Dario Parazzoli e Alessandro Didoni la solidarietà della redazione di
ANTIMAFIADuemila.



Quando vuole, la giustizia è veloce. Siamo Dario e Alessandro, due cittadini che si interessano alla politica. Vorremmo raccontare quel che può accadere oggi in Italia a chi osi fare una domanda a un parlamentare.

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Un nostro dipendente, come dice Beppe Grillo. In questo caso l'onorevole avvocato professore Gaetano Pecorella.

L'abbiamo incontrato lunedì sera a Milano, a una trasmissione di Telelombardia. Lui era ospite di un dibattito su mafia e politica; noi eravamo tra il pubblico in qualità di co-organizzatori di una manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla strage di via D'Amelio. Durante la diretta io (Dario) ho rivolto una domanda a Pecorella sul caso Dell'Utri. Non prova imbarazzo, ho chiesto, a sedere in parlamento a fianco a un condannato in primo grado per mafia, uno che per sua stessa ammissione ha frequentato fior di mafiosi? Non dovrebbero scattare, proprio come diceva Borsellino, più severi meccanismi di selezione al momento
delle candidature? Pecorella ha liquidato la faccenda dicendo che il fondatore di Forza Italia è stato eletto democraticamente, quindi lo vogliono gli italiani. Punto e basta. Non c'è stato tempo di replicare: il conduttore ha mandato in tutta fretta la pubblicità. Durante la pausa pubblicitaria, io (Alessandro) ho chiesto conto all'avvocato Pecorella di un episodio della sua carriera che mi aveva paritcolarmente colpito leggendo il romanzo di Roberto Saviano: il fatto che accettò di difendere, mentre era presidente della commissione Giustizia della Camera, Nunzio De Falco, boss di camorra imputato e poi condannato come mandante dell'omicidio di don Peppino Diana. Una figura istituzionale non dovrebbe forse astenersi, per non far perdere credibilità alle istituzioni, da simili esperienze professionali?
parazzoli-dario-web0.jpgPecorella mi ha accusato di essere un ignorante: "lei con qualla faccia lì non sa niente!". Poi mi ha invitato a leggere gli atti del processo, dai quali a suo dire si apprenderebbe che don Peppino Diana era uno che teneva in casa le armi della mafia. A quindici anni dalla morte evidentemente la demolizione della reputazione di questo martire dell'antimafia non è ancora finita. Nando dalla Chiesa, presente al dibattito, gli ha risposto: "difendi pure Dell'utri, ma non infangare le vittime della camorra!".  Al termine della diretta, fuori dagli studi, abbiamo garbatamente chiesto a Pecorella di chiarire meglio il suo pensiero. Pecorella e la signora che l'accompagnava hanno inveito contro di noi, la signora ci ha detto di "andare a chiedere queste cose a Saviano", ci ha dato dei "poveracci" e dei "cretini", ha detto che Gaetano "fa l'avvocato, mica il contabile, e difende chi vuole". Gaetano ha chiuso il discorso con una manata sulla telecamerina accesa. Il giorno dopo ci ha querelati per violazione della privacy! Tre giorni dopo alle 6,30 del mattino io (Dario) ho ricevuto la visita di tre poliziotti (la pattuglia era guidata dall'ispettore capo Vincenzo Calabrese) con un mandato di perquisizione (firmato a tempo di record dal pubblico ministero di Milano Sandro Raimondi). Avevano l'ordine di sequestrare la cassetta. Lo stesso giorno il comando dei carabinieri di Vimodrone ha convocato me (Alessandro) per notificarmi l'indagine in corso a mio carico per la medesima ipotesi di reato: concorso in violazione della privacy di Gateano Pecorella.
Insomma, tira davvero una brutta aria per la libertà di espressione (e per la credibilità delle istituzioni). Certo è che noi non abbiamo fatto nulla di male e non ci lasceremo intimidire.  Un caro saluto, Dario Parazzoli, Alessandro Didoni

Nando Dalla Chiesa, Piero Ricca e Beppe Grillo ne hanno parlato sui loro blog:
nandodallachiesa.it
pieroricca.org
beppegrillo.it


La sua vita è talmente chiara, limpida, che non può essere messa in discussione. È stato un punto di riferimento

di Dario Del Porto - 3 agosto 2009

Napoli. «Per me, come per tanti altri, don Peppino Diana è stato e sarà sempre un esempio. Il resto è spazzatura, non vale neppure la pena di commentare».
Quattro anni fa, nel bel mezzo della fase più cruenta della faida di Scampia, dalla sua chiesa partì la fiaccolata che attraversò il quartiere dilaniato dalla guerra di camorra mobilitando migliaia di persone. Quella manifestazione, affollatissima nonostante la pioggia che cadeva sulla città e le paure che la catena di omicidi, inevitabilmente, aveva insinuato tra la popolazione della periferia settentrionale di Napoli, è rimasta impressa nella memoria come il primo, vero, segnale di reazione contro la violenza di quei giorni. Dunque don Fulvio D´Angelo, per dieci anni parroco della chiesa dei santi Cosma e Damiano di piazza Di Nocera a Secondigliano sa di cosa si parla, quando si discute del ruolo della chiesa contro la camorra e della figura di don Diana.

Il presidente della commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, Gaetano Pecorella, afferma che i processi non hanno chiarito il movente dell´omicidio di don Diana. Qual è la sua opinione, don Fulvio?
«Don Peppino rappresenta un modello di vita vissuta con sacrificio, effettivamente al servizio del prossimo. È stato un sacerdote, un ragazzo, che ha combattuto questo cancro terribile che si chiama mafia, camorra, ‘ndrangheta, e tormenta le nostre terre. Tutte le altre dichiarazioni non mi interessano, qualificano solo chi se ne rende autore. È immondizia alla quale non si risponde, si getta nel cassonetto e si guarda avanti».

Fa bene dunque chi si è schierato senza esitazioni in difesa della memoria di don Diana?
«Certamente. Ma a ben vedere, don Peppino non ha neppure bisogno di essere difeso».

Perché?
«La sua vita è talmente chiara, limpida, che non può essere messa in discussione. Basta leggere i suoi scritti, e invito chiunque a farlo, per rendersi conto di quella che è stata la vita di don Peppino e delle sue qualità di persona e di sacerdote».

Nei dieci anni trascorsi a Secondigliano lei si è sempre esposto in prima persona, senza mai temere di pronunciare la parola camorra. Da pochi mesi è ad Arzano. Realtà difficile anche questa. Il ricordo del sacrificio di don Diana ha avuto un ruolo nelle sue scelte?
«Sicuramente. Anche perché, per uno strano caso del destino, un giorno ci siamo incontrati. Fu una cosa molto breve, eravamo a un convegno. Mi colpì quello sguardo trasparente che lui aveva. È stato un punto di riferimento. Le parole di qualcuno non potranno mai cancellare quello che ha fatto».

Tratto da: la Repubblica


Cafiero, il pm del processo: così la camorra tentò d´infangarlo
"È stato ucciso per il suo impegno solo calunnie gli altri moventi"
È stato un martire, questo è un dato acquisito, migliaia di giovani marciano in suo onore

di Dario Del Porto - 3 agosto 2009
Napoli. «Don Peppino Diana è stato un martire della camorra: questo è un dato acquisito. Per fugare ogni dubbio basta osservare le migliaia di giovani che ogni anno marciano portando il suo messaggio». Quando don Diana fu ucciso, toccò al pm Federico Cafiero de Raho avviare le indagini sul delitto di quel sacerdote ammazzato in chiesa a Casal di Principe. Sono passati quattordici anni, da quel 19 marzo 1995, e da allora il magistrato, nel frattempo divenuto procuratore aggiunto, non ha mai smesso di occuparsi delle ramificazioni del clan dei Casalesi.

Procuratore aggiunto Cafiero, che pensa delle parole dell´onorevole Pecorella su don Diana?
«Non voglio entrare in polemica. Però condivido la lettura che Roberto Saviano dà della figura del sacerdote».

Chi era, don Diana?
«Un parroco che, in un periodo oscuro per la lotta alla camorra, ebbe il coraggio di assumere una posizione netta, richiamando con piglio autoritario i giovani all´osservanza delle regole contro lo strapotere della criminalità organizzata. Lo faceva nel corso delle sue omelie e poi con alcuni scritti come quello intitolato "Per amore del mio popolo"».

L´onorevole Pecorella, che ha difeso uno dei presunti mandanti, Nunzio De Falco, afferma che dal processo sono emersi anche moventi diversi da quello legato all´impegno antimafia di don Diana.
«Ripeto, non è mia intenzione polemizzare. È vero, durante le indagini emersero numerose causali per quell´omicidio. Ma furono suggerite in maniera confidenziale, oppure talmente impropria da apparire del tutto inaffidabili. È vero, la prima pista fu quella della vendetta passionale. Ma le indagini, accuratissime, la esclusero totalmente. Tutto questo, a ben vedere, si spiega solo in un modo».

Come?
«Con la metodologia camorristica di calunniare le persone in modo da annientarne l´immagine. Si tentò di corrompere la figura di don Diana riferendo fatti vergognosi rimasti privi di riscontro. Il sacerdote, invece, fu individuato come obiettivo perché era l´unico a parlare apertamente contro la camorra. E con un omicidio così eclatante, il gruppo De Falco intendeva attirare l´attenzione dello Stato contro il clan all´epoca vincente, gli Schiavone-Bidognetti».

La sentenza definitiva, ricorda Pecorella, non c´è ancora.
«Aspettiamo il verdetto della Cassazione. Le risultanze investigative però sono tutte in questo senso. E poi c´è un altro aspetto da considerare».

Quale?

«Il segno che don Peppino ha lasciato. All´ultima celebrazione in sua memoria è scesa in piazza una marea di giovani. Un uomo che ha lasciato un messaggio tanto forte, è un martire senza se e senza ma».

Tratto da: la Repubblica


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di Comitato don Peppe Diana



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