Il boss si deve riadattare

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Nella sentenza Grande Oriente lo spessore criminale di Leonardo Greco, ancora in licenza
di Maria Loi



Terza licenza consecutiva per Leonardo Greco. Il giudice di sorveglianza dell’Aquila gli ha concesso la «licenza di trattamento» per favorire il «riadattamento sociale» perché a suo avviso anche il criminale più pericoloso può essere rieducato.
Così il capo del mandamento di Bagheria, roccaforte ancora inespugnata di Bernardo Provenzano, ha trascorso dieci giorni nel suo territorio. Sicuramente non ha avuto difficoltà di reinserimento.
Massimo rispetto per la decisione del tribunale, ma francamente sorprende come ancora non si sia presa piena coscienza della reale pericolosità di Cosa Nostra e dell’intransigenza delle sue regole.
«Il vincolo dell’associazione mafiosa è per la vita, non ci sono eccezioni. - Spiega il procuratore aggiunto Sergio Lari. - Anche chi si trova all’estero temporaneamente  per motivi contingenti continua a far parte dell’organizzazione. Se gli venisse richiesto un contributo, non potrebbe negarlo».
Figuriamoci chi non ha mai smesso di esercitare la sua autorità di capo anche dal carcere.
Già avvantaggiato dalla scadenza dei termini di custodia cautelare che non sono mai adeguati ai tempi della giustizia, tanto più per i reati di mafia, Greco aveva già beneficiato di cinque giorni di permesso proprio a ridosso dell’anniversario della strage di Capaci.
La notizia però era passata in sordina, fatta eccezione per le proteste del diessino Lumia, perché la stampa in quei giorni era troppo impegnata ad attaccare i giudici che avevano concesso gli arresti domiciliari ad Enzo Brusca, uno dei collaboratori di giustizia che ha permesso che si condannasse tutta la cupola di Cosa Nostra per l’omicidio di Giovanni Falcone, della moglie e della sua scorta.
Così funziona nel paese che ospita da centocinquant’anni «l’organizzazione criminale più potente al mondo». I boss vadano pure in vacanza nel loro quartier generale, i pentiti, l’unica arma che abbia mai permesso concreti ed eclatanti risultati, alla gogna, anche se hanno scontato la pena prevista dalla già rigidissima legge.
L’ultima sentenza di condanna inflitta a Greco (cinque anni e mezzo per associazione mafiosa ndr.) nell’ambito di uno dei tronconi del processo Grande Oriente ne traccia dettagliatamente lo spessore mafioso.
A parlarne per primo con una certa precisione fu Totuccio Contorno che a Giovanni Falcone lo indicò come il sostituto effettivo di Antonino Mineo, capo del mandamento di Bagheria, poiché Giovanni Scaduto era stato eletto solo per mettere fine alla pericolosa controversia tra Tommaso Scaduto e Salvatore Greco «il Senatore».
Leonardo Greco vanta un curriculum prestigioso: «dominus» del traffico internazionale di stupefacenti negli anni Ottanta grazie ad amicizie influenti come quella con Oliviero Tognoli, conosciuto durante il primo periodo di detenzione a Gallarate, noto fra le altre cose anche come «deus ex machina» per le operazioni terminali del trasferimento dei proventi illeciti e soprattutto il titolare della I.C.R.E., un’industria per la produzioni di chiodi e reti di recinzione e la commercializzazione di prodotti ferrosi per l’edilizia.
Qui, secondo quanto riferito da tutti i collaboratori di giustizia più importanti a partire da Giovanni Brusca, avvenivano riunioni cruciali tra i vertici di Cosa Nostra, in modo particolare dello «schieramento» che faceva capo a Bernardo Provenzano.
Un punto di snodo centrale sia per gli affari sia per risolvere le questioni interne all’organizzazione.
A Bagheria trascorrevano la latitanza tanto il Provenzano che Giuseppe Piddu Madonia, capo della provincia di Caltanissetta, da sempre molto legati, assistiti da tutto il loro strettissimo entourage di uomini d’onore di primo rango che gestivano la mafia della Sicilia orientale: Simone Castello, Carlo Guttadauro, Vincenzo Giammanco, Leonardo Greco, Nicola Greco e Luigi Ilardo che però merita un discorso a parte.
Sono più collaboratori a ricostruire gli intensi rapporti tra i predetti e le loro singole e congiunte responsabilità.
Angelo Siino, l’ex «ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra»,  ha definito Simone Castello «grosso prestanome di Provenzano», tenuto in alta considerazione da tutti come imprenditore perché vicino ad «organismi corporativistici delle sinistra».
Leonardo Messsina, uomo d’onore della famiglia di S.Cataldo, racconta che Simone Castello gli fu presentato a Bagheria come uomo di strettissima fiducia del Piddu Madonia. Il quale gli affidava compiti molto delicati, persino extraterritoriali.Siino racconta di quando fu inviato dal Castello, su ordine del Piddu, in Calabria da Natale Iamonte, uomo di spicco della ‘ndrangheta, affinché due imprenditori sotto loro protezione tali Cavallini e Tronci, potessero lavorare tranquillamente. Una questione piuttosto importante visto che se ne interessò anche Salvo Lima che infatti chiese direttamente al Siino «vedi di aiutarli».
Il Castello godeva anche di relazioni interpersonali di una certa rilevanza sui quali per «significatività logica», scrive il giudice nella sentenza Grande Oriente, «appare opportuno soffermarsi, in particolare sui rapporti dallo stesso intrattenuti con Mandalà Antonino».
Questi, sentito in sede dibattimentale ha spiegato di conoscere il Castello perché suo paesano; contestatagli una intercettazione telefonica ne spiegava i contenuti, alquanto inquietanti, cercando di sminuire il ruolo del mafioso.
Argomento scottante: politica ed elezioni. I personaggi coinvolti, di primo piano.
Mandalà infatti, oltre ad essere dirigente provinciale di Forza Italia, è amico personale dei senatori La Loggia e Schifani. Il tema concerne le elezioni provinciali, ma il punto rilevante è legato ad uno sfogo tutto personale del soggetto in questione confidato al Castello proprio contro i suddetti uomini politici.
«Io in particolare con il Senatore La Loggia e successivamente anche con il Senatore Schifani ho avuto un rapporto che risale agli anni ‘70.
Poi abbiamo avuto rapporti di amicizia che prescindono dalla militanza politica che risale al 1994 quando nasce Forza Italia, mentre il mio rapporto con La Loggia è un rapporto personale che risale a parecchio tempo fa.
E’ un rapporto di amicizia, un rapporto anche di interessi comuni. Assieme siamo stati soci in una società ... io come consigliere delegato, lui come Presidente.
E’ stato al mio matrimonio sia La Loggia che Schifani, questi erano i rapporti.
Quando è stato arrestato mio figlio per duplice omicidio ho vissuto un momento drammatico, mi sarei aspettato solidarietà da parte sia da La Loggia che da Schifani.
Ho ottenuto che entrambi invece si siano defilati, non mi abbiano dato la solidarietà che io mi aspettavo, anzi oserei dire che mi hanno quasi rinnegato». Alla fine della vicenda giudiziaria,  risoltasi positivamente per il figlio, aveva incontrato entrambi i senatori contro i quali aveva scatenato la sua ira.
In particolare così si era rivolto a La Loggia. Testuale: «Tu a me non mi devi cercare più, tu ti devi dimenticare che esisto perché la prossima volta che tu ti rischi a cercarmi e siamo soli però io siccome sono mafioso, io sono mafioso come tuo padre purtroppo perché io con tuo padre me ne andavo a cercare i voti e vicino Valledolmo, Villalba che cos’è, Vallelunga, da Turiddu Marta che era il capo mafia di Vallelunga, ora non c’è, ma lo posso dire sempre io che tuo padre era mafioso... e si è messo a piangere mi rovini perché io gli ho detto io sono pezzo di merda come te ti rovino ecc...».
Alle domande degli inquirenti Mandalà ho sostenuto di avere usato un linguaggio così violento con l’intenzione esplicita di ferirlo e che questi si sarebbe commosso alle sue parole che pur tuttavia non avrebbero nessun fondamento.
Il fatto che ad accogliere confidenze tali sia Simone Castello è indizio piuttosto chiaro del suo ruolo centrale nel sodalizio mafioso.
Non da meno Carlo Guttadauro, il cui nome è tornato recentemente alle cronache per le vicende giudiziarie che vedono al centro il fratello Giuseppe, capo del mandamento di Brancaccio.
Capo decina di Aspra, anch’egli esponente di spicco delle famiglia di Bagheria, oggi detenuto al 41 bis, aveva il compito di trattare con i politici. Siino riferisce di aver accompagnato nel suo ufficio gli onorevoli Di Martino e Gorgone. Lì aveva conosciuto anche il consigliere provinciale ed assessore si lavori pubblici Andrea Zangara per il quale Guttadauro si era tanto raccomandato con Siino. Che ha raccontato di un incontro tenutosi alla presenza di Provenzano e di Piddu Madonia cui era presente anche il fratello di Nardo Greco, Nicola.
Guttadauro era anche imprenditore intraprendente. Aveva un’azienda la SUD PESCA per la conservazione del pesce con un’attività di import-export con Turchia e Grecia, a copertura, secondo Siino, di traffici di morfina base.
Il collaboratore aveva poi saputo da Lorenzo Vaccaro di una mangiata alla presenza del Provenzano stesso in cui si sarebbe deciso di sostenere la candidatura politica di Gaspare Giudice, da quel momento nell’interesse di Guttadauro.
Questi inoltre aveva curato la latitanza di Matteo Messina Denaro, anch’egli «ospite» del territorio bagherese, di cui è anche parente poiché il fratello Filippo è sposato con una delle sorelle del boss trapanese.
Interrogato dagli inquirenti circa l’assidua frequentazione con Leonardo e Nicolò Greco comprovata da numerose intercettazioni il Guttadauro cercava di sminuirne l’importanza adducendo ad un legame di parentela risultato inesistente ai controlli. Vero è invece che Carlo Guttadauro aveva prestato la sua Mercedes 300 al Nicolò in occasione del matrimonio della figlia Sabina con Tusa Francesco, nipote di Piddu Madonia e cugino di Luigi Ilardo.
Inoltre l’imputato ha anche ammesso di aver lavorato presso la ICRE alla fine degli anni Settanta in qualità di ragioniere.
Quanto a Nicola Greco, Brusca lo indica come l’alter ego di Leonardo e sostiene di averlo visto al deposito del ferro (la ICRE) in occasione di riunioni con Riina e Provenzano alle quali però, al tempo, non prendevano parte né l’uno né l’altro.
Con Carlo Guttadauro il Greco ha un rapporto di particolare vicinanza. Compiono assieme viaggi in Grecia e Turchia dove quest’ultimo ha persino preso la residenza e il porto d’armi, e chiaramente condividono affari illeciti: insieme si recano in località Marzameni, nel comune di Pachino, dove alla fine del ‘97, Leonardo Greco era stato inviato al soggiorno obbligato.
Sempre nello stesso anno un’attività di sorveglianza del ROS aveva individuato frequenti e continui contatti tra Nicola Greco e Vincenzo Giammanco, socio addirittura di Provenzano nella Italcostruzioni. Questi aveva anche la funzione di raccordo tra il Provenzano stesso, con il quale dunque non aveva un rapporto esclusivamente di affari, e Brusca Giovanni.
Un gruppo ristrettissimo quindi in cui gli affari dell’uno si intersecano con quelli degli altri, ma con un unico fine e con un unico vertice di riferimento.
In questo contesto, scrive il giudice che ha condannato tutti gli imputati a diversi anni di reclusione, «va considerata l’eccezionale capacità manifestata da Bernardo Provenzano e Leonardo Greco, soggetti che tra l’altro hanno rivestito ruoli di primissimo piano nella gerarchia interna dell’organizzazione mafiosa».
In particolare per quanto riguarda il Greco la sentenza sottolinea come questi «nonostante prima la sottoposizione al regime della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e successivamente la detenzione, abbia mantenuto il ruolo di vertice all’interno della famiglia mafiosa di Bagheria, la cui delicatissima complementarietà rispetto alla stessa funzione del Provenzano è già stata ampiamente delineata».
Ad aggravare il profilo criminale di Leonardo Greco le recenti dichiarazioni rilasciate dal collaboatore di giustizia Antonino Giuffré sempre nel corso del processo Grande Oriente giunto in secondo grado.
Questi ha infatti ricordato di come la ICRE non fosse solo il luogo d’incontro di uomini d’onore di primo piano e l’azienda della famiglia di Bagheria, ma anche il macabrissimo campo di sterminio  dei nemici.
Qui coloro che non avevano “le carte in regola” venivano strozzati sul posto e poi sciolti nell’acido.
“Lì avvenivano cose orrende e cioè un punto dove tantissime persone arrivavano e non facevano ritorno a casa. E questo quasi quasi che avveniva alla luce del sole. Quante volte mi sono recato in questo posto e c’era un odore nausenate di corpi disciolti nell’acido”.
Non è difficile comprendere come mai nessuno vuole entrare in possesso di questo  “bene mafioso” il primo nella storia ad essere sequestrato  proprio all’indomani dell’approvazione della legge Rognoni-La Torre nel 1982.
In linea generale Giuffré conferma quanto già detto da altri pentiti in merito a Greco Leonardo, ma aggiunge precisazioni acquisite certamente grazie alla sua privilegiata vicinanza con il Provenzano.
Allora il giovane Giuffré non  faceva altro che l’autista al suo capo mandamento, Ciccio Intile, che invece prendeva parte alle riunioni di vertice.   Subito però gli fu chiaro il ruolo del Greco del quale, in seguito, seppe, per fonte diretta del boss, che era uomo chiave nelle strategie del latitante contrariamente al fratello Nicolò più vicinio ad Antonino Mineo. Solo dopo l’arresto del Leonardo il Provenzano si avvicinò Nicolò che fungeva anche da tramite  tra il fratello e il capo nella gestione degli affari che mai venne interrotta.
Il boss bagarese svolgeva poi  la funzione importantissima di ponte con una delle provincie meno in vista nel panorama di Cosa Nostra: Messina.
“Bagheria - ha proseguito il pentito -  aveva dei contatti con la provincia di Messina e Leonardo Greco aveva buone conoscenze... uno dei più importanti era un certo Alfano, se ricordo bene..., originario forse di Bagheria. Attraverso questo contatto avvenivano delle anticipazione dei lavori in provincia appositamente per la Italcostruzioni”.
Veramente un discorso a parte merita Luigi Ilardo poiché il suo ruolo di rappresentante della provincia di Caltanissetta, che aveva riconquistato dopo un periodo di detenzione, altro non era se non una strategia del ROS per arrivare alla cattura di Bernardo Provenzano. Il suo contributo di confidente del colonnello Michele Riccio si è rivelato straordinario anche e soprattutto per la documentazione prodotta. Pizzini, ovvero la corrispondenza che l’Ilardo scambiava direttamente con il boss, nella quale si leggono le strategie, le «tragedie», gli affari, le regole, ma soprattutto si è potuto risalire ai nomi, ai collegamenti e alle gerarchie. Purtroppo Ilardo non ha avuto il tempo di ufficializzare la sua collaborazione, perché lo hanno ammazzato pochi giorni dopo aver incontrato i procuratori di Palermo e Caltanissetta a cui aveva rivelato le sue intenzioni.
Lo avevano scoperto, avevano capito che era stato lui a far arrestare Vincenzo Aiello, reggente della famiglia di Catania, Domenico Vaccaro della provincia di Campofranco, Lucio Tusa, rappresentante della famiglia di Caltanissetta e Salvatore Fragapane, reggente della provincia di Agrigento.
Lo aveva saputo Francesco Lombardo da un impiegato dell’ENEL che aveva riferito di una telecamera collocata nei pressi del mercato ortofrutticolo, e Piddu, lo zio, raccontano, una volta saputolo, «aveva perso la testa». L’ordine di eliminarlo era partito proprio dal carcere.
Peccato! Proteggere e salvare Luigi Ilardo sarebbe stata una grande occasione. Un’altra opportunità mancata come la cattura stessa di Provenzano, sfuggita per un soffio.
Pentiti dimenticati, pentiti deleggittimati, falsi pentiti usati e a volte pagati per sceditare le indagini e boss che non si sono mai lasciati sfuggire una sola parola, ma che nel silenzio conveniente tornano a casa in licenza premio, per reinserirsi ai loro posti di comando.


In questo numero non verrà pubblicata la puntata del dossier dedicato a Ilardo. Riprenderà ad Ottobre.


ANTIMAFIADuemila N°34